Sabato della II settimana del Tempo di Avvento. Approfondimenti

Elia profeta





Benedetto XVI


Cari fratelli e sorelle,
nella storia religiosa dell'antico Israele, grande rilevanza hanno avuto i profeti con il loro insegnamento e la loro predicazione. Tra di essi, emerge la figura di Elia, suscitato da Dio per portare il popolo alla conversione. Il suo nome significa «il Signore è il mio Dio» ed è in accordo con questo nome che si snoda la sua vita, tutta consacrata a provocare nel popolo il riconoscimento del Signore come unico Dio. Di Elia il Siracide dice: «E sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come fiaccola» (Sir 48,1). Con questa fiamma Israele ritrova il suo cammino verso Dio. Nel suo ministero, Elia prega: invoca il Signore perché riporti alla vita il figlio di una vedova che lo aveva ospitato (cfr 1Re 17,17-24), grida a Dio la sua stanchezza e la sua angoscia mentre fugge nel deserto ricercato a morte dalla regina Gezabele (cfr 1Re 19,1-4), ma è soprattutto sul monte Carmelo che si mostra in tutta la sua potenza di intercessore quando, davanti a tutto Israele, prega il Signore perché si manifesti e converta il cuore del popolo. È l'episodio narrato nel capitolo 18 del Primo Libro dei Re, su cui oggi ci soffermiamo.
Ci troviamo nel regno del Nord, nel IX secolo a.C., al tempo del re Acab, in un momento in cui in Israele si era creata una situazione di aperto sincretismo. Accanto al Signore, il popolo adorava Baal, l'idolo rassicurante da cui si credeva venisse il dono della pioggia e a cui perciò si attribuiva il potere di dare fertilità ai campi e vita agli uomini e al bestiame. Pur pretendendo di seguire il Signore, Dio invisibile e misterioso, il popolo cercava sicurezza anche in un dio comprensibile e prevedibile, da cui pensava di poter ottenere fecondità e prosperità in cambio di sacrifici. Israele stava cedendo alla seduzione dell'idolatria, la continua tentazione del credente, illudendosi di poter «servire a due padroni» (cfr Mt 6,24; Lc 16,13), e di facilitare i cammini impervi della fede nell'Onnipotente riponendo la propria fiducia anche in un dio impotente fatto dagli uomini.
È proprio per smascherare la stoltezza ingannevole di tale atteggiamento che Elia fa radunare il popolo di Israele sul monte Carmelo e lo pone davanti alla necessità di operare una scelta: «Se il Signore è Dio, seguiteLo. Se invece lo è Baal, seguite lui» (1Re 18, 21). E il profeta, portatore dell'amore di Dio, non lascia sola la sua gente davanti a questa scelta, ma la aiuta indicando il segno che rivelerà la verità: sia lui che i profeti di Baal prepareranno un sacrificio e pregheranno, e il vero Dio si manifesterà rispondendo con il fuoco che consumerà l'offerta. Comincia così il confronto tra il profeta Elia e i seguaci di Baal, che in realtà è tra il Signore di Israele, Dio di salvezza e di vita, e l'idolo muto e senza consistenza, che nulla può fare, né in bene né in male (cfr Ger 10,5). E inizia anche il confronto tra due modi completamente diversi di rivolgersi a Dio e di pregare.
I profeti di Baal, infatti, gridano, si agitano, danzano saltando, entrano in uno stato di esaltazione arrivando a farsi incisioni sul corpo, «con spade e lance, fino a bagnarsi tutti di sangue» (1Re 18,28). Essi fanno ricorso a loro stessi per interpellare il loro dio, facendo affidamento sulle proprie capacità per provocarne la risposta. Si rivela così la realtà ingannatoria dell'idolo: esso è pensato dall'uomo come qualcosa di cui si può disporre, che si può gestire con le proprie forze, a cui si può accedere a partire da se stessi e dalla propria forza vitale. L'adorazione dell'idolo invece di aprire il cuore umano all'Alterità, ad una relazione liberante che permetta di uscire dallo spazio angusto del proprio egoismo per accedere a dimensioni di amore e di dono reciproco, chiude la persona nel cerchio esclusivo e disperante della ricerca di sé. E l'inganno è tale che, adorando l'idolo, l'uomo si ritrova costretto ad azioni estreme, nell'illusorio tentativo di sottometterlo alla propria volontà. Perciò i profeti di Baal arrivano fino a farsi del male, a infliggersi ferite sul corpo, in un gesto drammaticamente ironico: per avere una risposta, un segno di vita dal loro dio, essi si ricoprono di sangue, ricoprendosi simbolicamente di morte.
Ben altro atteggiamento di preghiera è invece quello di Elia. Egli chiede al popolo di avvicinarsi, coinvolgendolo così nella sua azione e nella sua supplica. Lo scopo della sfida da lui rivolta ai profeti di Baal era di riportare a Dio il popolo che si era smarrito seguendo gli idoli; perciò egli vuole che Israele si unisca a lui, diventando partecipe e protagonista della sua preghiera e di quanto sta avvenendo. Poi il profeta erige un altare, utilizzando, come recita il testo, «dodici pietre, secondo il numero delle tribù dei figli di Giacobbe, al quale era stata rivolta questa parola del Signore: "Israele sarà il tuo nome"» (v. 31). Quelle pietre rappresentano tutto Israele e sono la memoria tangibile della storia di elezione, di predilezione e di salvezza di cui il popolo è stato oggetto. Il gesto liturgico di Elia ha una portata decisiva; l'altare è luogo sacro che indica la presenza del Signore, ma quelle pietre che lo compongono rappresentano il popolo, che ora, per la mediazione del profeta, è simbolicamente posto davanti a Dio, diventa "altare", luogo di offerta e di sacrificio.
Ma è necessario che il simbolo diventi realtà, che Israele riconosca il vero Dio e ritrovi la propria identità di popolo del Signore. Perciò Elia chiede a Dio di manifestarsi, e quelle dodici pietre che dovevano ricordare a Israele la sua verità servono anche a ricordare al Signore la sua fedeltà, a cui il profeta si appella nella preghiera. Le parole della sua invocazione sono dense di significato e di fede: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e d'Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose sulla tua parola. Rispondimi, Signore, rispondimi, e questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (vv. 36-37; cfr Gen 32, 36-37). Elia si rivolge al Signore chiamandolo Dio dei Padri, facendo così implicita memoria delle promesse divine e della storia di elezione e di alleanza che ha indissolubilmente unito il Signore al suo popolo. Il coinvolgimento di Dio nella storia degli uomini è tale che ormai il suo Nome è inseparabilmente connesso a quello dei Patriarchi e il profeta pronuncia quel Nome santo perché Dio ricordi e si mostri fedele, ma anche perché Israele si senta chiamato per nome e ritrovi la sua fedeltà. Il titolo divino pronunciato da Elia appare infatti un po' sorprendente. Invece di usare la formula abituale, "Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe", egli utilizza un appellativo meno comune: «Dio di Abramo, di Isacco e d'Israele». La sostituzione del nome "Giacobbe" con "Israele" evoca la lotta di Giacobbe al guado dello Yabboq con il cambio del nome a cui il narratore fa esplicito riferimento (cfr Gen 32,31) e di cui ho parlato in una delle scorse catechesi. Tale sostituzione acquista un significato pregnante all'interno dell'invocazione di Elia. Il profeta sta pregando per il popolo del regno del Nord, che si chiamava appunto Israele, distinto da Giuda, che indicava il regno del Sud. E ora, questo popolo, che sembra aver dimenticato la propria origine e il proprio rapporto privilegiato con il Signore, si sente chiamare per nome mentre viene pronunciato il Nome di Dio, Dio del Patriarca e Dio del popolo: «Signore, Dio [...] d'Israele, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele».
Il popolo per cui Elia prega è rimesso davanti alla propria verità, e il profeta chiede che anche la verità del Signore si manifesti e che Egli intervenga per convertire Israele, distogliendolo dall'inganno dell'idolatria e portandolo così alla salvezza. La sua richiesta è che il popolo finalmente sappia, conosca in pienezza chi davvero è il suo Dio, e faccia la scelta decisiva di seguire Lui solo, il vero Dio. Perché solo così Dio è riconosciuto per ciò che è, Assoluto e Trascendente, senza la possibilità di mettergli accanto altri dèi, che Lo negherebbero come assoluto, relativizzandoLo. È questa la fede che fa di Israele il popolo di Dio; è la fede proclamata nel ben noto testo dello Shema' Israel: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» (Dt 6,4-5). All'assoluto di Dio, il credente deve rispondere con un amore assoluto, totale, che impegni tutta la sua vita, le sue forze, il suo cuore. Ed è proprio per il cuore del suo popolo che il profeta con la sua preghiera sta implorando conversione: «questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore!» (1Re 18,37). Elia, con la sua intercessione, chiede a Dio ciò che Dio stesso desidera fare, manifestarsi in tutta la sua misericordia, fedele alla propria realtà di Signore della vita che perdona, converte, trasforma.
Ed è ciò che avviene: «Cadde il fuoco del Signore e consumò l'olocausto, la legna, le pietre e la cenere, prosciugando l'acqua del canaletto. A tal vista, tutto il popolo cadde con la faccia a terra e disse: "Il Signore è Dio, il Signore è Dio"» (vv. 38-39). Il fuoco, questo elemento insieme necessario e terribile, legato alle manifestazioni divine del roveto ardente e del Sinai, ora serve a segnalare l'amore di Dio che risponde alla preghiera e si rivela al suo popolo. Baal, il dio muto e impotente, non aveva risposto alle invocazioni dei suoi profeti; il Signore invece risponde, e in modo inequivocabile, non solo bruciando l'olocausto, ma persino prosciugando tutta l'acqua che era stata versata intorno all'altare. Israele non può più avere dubbi; la misericordia divina è venuta incontro alla sua debolezza, ai suoi dubbi, alla sua mancanza di fede. Ora, Baal, l'idolo vano, è vinto, e il popolo, che sembrava perduto, ha ritrovato la strada della verità e ha ritrovato se stesso.
Cari fratelli e sorelle, che cosa dice a noi questa storia del passato? Qual è il presente di questa storia? Innanzitutto è in questione la priorità del primo comandamento: adorare solo Dio. Dove scompare Dio, l'uomo cade nella schiavitù di idolatrie, come hanno mostrato, nel nostro tempo, i regimi totalitari e come mostrano anche diverse forme del nichilismo, che rendono l'uomo dipendente da idoli, da idolatrie; lo schiavizzano. Secondo. Lo scopo primario della preghiera è la conversione: il fuoco di Dio che trasforma il nostro cuore e ci fa capaci di vedere Dio e così di vivere secondo Dio e di vivere per l'altro. E il terzo punto. I Padri ci dicono che anche questa storia di un profeta è profetica, se - dicono – è ombra del futuro, del futuro Cristo; è un passo nel cammino verso Cristo. E ci dicono che qui vediamo il vero fuoco di Dio: l'amore che guida il Signore fino alla croce, fino al dono totale di sé. La vera adorazione di Dio, allora, è dare se stesso a Dio e agli uomini, la vera adorazione è l'amore. E la vera adorazione di Dio non distrugge, ma rinnova, trasforma. Certo, il fuoco di Dio, il fuoco dell'amore brucia, trasforma, purifica, ma proprio così non distrugge, bensì crea la verità del nostro essere, ricrea il nostro cuore. E così, realmente vivi per la grazia del fuoco dello Spirito Santo, dell'amore di Dio, siamo adoratori in spirito e in verità. Grazie.
Benedetto XVI
Udienza di mercoledì, 15 giugno 2011



Bruno Ferrero. Il palo e l'alberello

"Al fragile tronco di un alberello, il giardiniere legò un robusto palo di frassino che gli facesse da tutore e lo aiutasse a crescere diritto. Quando il vento soffiava, l’alberello avrebbe voluto che il frassino "educatore" lo lasciasse stare. «Ti spezzerai - ripeteva chiaro il "palo" - oppure prenderesti delle brutte posizioni, diventeresti brutto e stortignaccolo». E l’alberello: «Sei solo vecchio ed invidioso, lasciami ti dico!». Il giovane albero si divincolava, ma il vecchio palo resisteva, tenendolo saldo. Una sera d’estate, annunciato da tuoni e lampi, si abbatté sulla zona un violento uragano. L’alberello scricchiolava in tutte le sue giunture, il vento quasi gli strappava le radici dal terreno. «E finita», pensava l’alberello. «Resisti, figliolo!» gridò invece il vecchio "palo". Una lotta dura, lunga, estenuante. Ma alla fine l’alberello fu salvo. Il vecchio "palo" invece, era morto, spezzato in due monconi. L’albero giovane capì e cominciò a piangere. «Non mi lasciare! Ho ancora bisogno di te!». Ma non ebbe risposta. Oggi, i passanti, guardano meravigliati quel robusto alberello che, nei giorni di vento, sembra quasi guardare e cullare teneramente un vecchio pezzo di legno secco, spezzato, accanto a lui" (Bruno Ferrero, Il Segreto dei Pesci Rossi).




Card. Carlo Caffarra. La conversione dei cuori dei padri e dei figli.


La parola di Dio attribuisce all’epoca messianica il dono della "conversione del cuore dei padri verso i figli e del cuore dei figli verso i padri" [cfr. Mal 3,23; Sir 48,10; Lc 1,17]. Anzi, la parola profetica aggiunge che questa reciproca conversione è la condizione perché il Signore venendo "non colpisca il paese con lo sterminio".
Questa parola divina ci insegna dunque che il sereno rapporto fra genitori e figli è un bene preziosissimo. Esso è compiuto dall’atto educativo. La "conversione del cuore dei padri verso i figli e del cuore dei figli verso i padri" avviene nel rapporto educativo.
Questa definizione dell’atto educativo è assai suggestiva. Quando il genitore educa il figlio converte il suo cuore al cuore del figlio. È infatti un atto di amore, poiché fa crescere la persona del figlio nella sua intelligenza e nella sua libertà: lo genera nella sua umanità. Quando il figlio consente docilmente ad essere educato, converte il suo cuore al cuore dei genitori poiché compie il più profondo atto di fiducia: ritenere vera e buona l’interpretazione e la proposta di vita testimoniate dal genitore. È una reciproca "conversione del cuore" che accade nel rapporto educativo, poiché l’educazione pone in essere una reciproca comunione fra genitori e figli carica di profondi significati. Essa infatti è elargizione di umanità da parte di ambedue i genitori, e corrispondenza di libera novità e freschezza da parte del figlio. Maestri di umanità, i genitori, in un certo senso essi anche la apprendono dal figlio. È appunto una mirabile "conversione del cuore dei padri verso i figli e del cuore dei figli verso i padri".
Ma, carissimi genitori, non possiamo nasconderci la minaccia che grava su un paese quando questa conversione non accade: "non colpisca il paese collo sterminio". Non voglio oggi fermarmi a riflettere su questo aspetto della vicenda educativa. Solo due o tre telegrafiche considerazioni.
Un paese è sterminato quando il rapporto educativo genitori-figli non si realizza. Il profeta non parla di sterminio ecologico o bellico. È sterminio che devasta l’umanità delle persone, dei piccoli, dei ragazzi, dei giovani impedendone di fatto la completa fioritura. È lo sterminio che dilapida la ricchezza di una tradizione, edificata da secoli di fatica e di lavoro dei padri.
Forse stiamo ponendo le premesse – o le abbiamo già poste – per cui diventa impossibile la "conversione del cuore dei padri verso i figli o del cuore dei figli verso i padri". Possiamo noi cristiani rassegnarci a questa situazione? O la fede nel Dio che fattosi uomo diventa membro di una famiglia, non ci spinge ad assumere sulle nostre spalle la risposta alla grande "catastrofe educativa" cui rischiamo di assistere?




Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, III, 10-11 ; SC 34

« Io vi dico: Elia è già venuto »

Riguardo a Giovanni Battista, leggiamo nel vangelo di Luca: “Egli sarà grande davanti al Signore e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per preparare al Signore un popolo ben disposto” (Lc 1,15s). Per chi dunque ha preparato un popolo, e davanti a quale Signore egli è stato grande? Senz’alcun dubbio davanti a colui che ha detto di Giovanni che aveva qualcosa di “più di un profeta” e che “tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista” (Mt 11, 9.11). Infatti Giovanni preparava un popolo, preannunciando ai suoi compagni di schiavitù la venuta del Signore, predicando loro la conversione, affinché, quando il Signore sarebbe venuto, fossero nello stato di ricevere il suo perdono, e tornassero a colui dal quale si erano allontanati con i loro peccati e le loro trasgressioni... Per questo, riportandoli al loro Signore, Giovanni preparava al Signore un popolo ben disposto, con lo spirito a la forza di Elia...

Giovanni l’evangelista ci dice: “Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone, per rendere testimonianza alla luce. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce” (Lc 16-8). Questo precursore, Giovanni Battista, che rendeva testimonianza alla luce, è stato mandato senz’alcun dubbio da Dio che... aveva promesso per bocca dei profeti di mandare il suo messaggero a preparare la via davanti a suo Figlio (Ml 3,1; Mc 1,2), cioè per rendere testimonianza alla luce con lo spirito e la potenza di Elia... Proprio perché Giovanni è testimone, il Signore dice che è più di un profeta. Tutti gli altri profeti hanno annunziato la venuta della luce del Padre e hanno desiderato essere ritenuti degni di vedere colui che predicavano. Giovanni ha predicato come loro, ma l’ha visto presente, l’ha designato e ha persuaso molti a credere in lui, cosicché ha tenuto nel contempo il posto di un profeta e quello di un apostolo. Per questo Cristo dice di lui che era “più di un profeta”.



Sant'Afraate (?-circa 345), monaco e vescovo a Nìnive, nell'Iraq attuale 
Dimostrazioni, n° 6, 13 ; SC 349

« I discepoli compresero che egli parlava di Giovanni il Battista  »

Nostro Signore testimonia a favore di Giovanni dicendo che è il più grande dei profeti; eppure questi ha ricevuto lo Spirito in modo misurato, poiché Giovanni ha ottenuto uno spirito simile a quello che aveva ricevuto Elia.

Elia era rimasto nella solitudine e, allo stesso modo, lo Spirito di Dio ha condotto Giovanni a dimorare nel deserto, sulle montagne e nelle grotte. Un corvo era volato in soccorso ad Elia per nutrirlo; Giovanni si cibava di locuste volanti. Elia portava una cintura di pelle; Giovanni portava una veste di pelle attorno ai fianchi (Mt 3,4). Elia è stato perseguitato da Gezabele; Erodiade ha perseguitato Giovanni. Elia aveva rimprovato Acab; Giovanni ha rimprovato Erode. 

Elia aveva diviso le acque del Giordano; Giovanni ha aperto la via del battesimo. I due terzi dello spirito di Elia si posarono su Eliseo; Giovanni ha imposto le mani sul nostro Salvatore, che ha ricevuto lo Spirito senza misura (Gv 3,34). Elia aprì il cielo e vi salì; Giovanni vide il cielo aperto e lo Spirito di Dio scendere e posarsi sul nostro Salvatore.



Nessun commento: