Mercoledì della IX settimana del Tempo Ordinario. Commento completo


Vivi nel Dio dei vivi








Gesù si trova a Gerusalemme sottoposto a un'indagine. Cogliendo nel gesto della purificazione del Tempio la "notizia di reato" che aspettavano, le Autorità giudaiche avevano dato inizio al "procedimento penale" che avrebbe condotto Gesù al processo che si sarebbe celebrato davanti al Sinedrio. Con la parabola dei vignaioli omicidi Gesù ne aveva profetizzato l'epilogo, mentre con i brani di ieri e di oggi entriamo nella fase delle "indagini preliminari". Per ottenere elementi idonei a sostenere le accuse contro Gesù e poterlo così condurre a giudizio, le Autorità "gli mandarono" prima "alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso", e poi "alcuni dei sadducei" proprio "per interrogarlo". E' un vero e proprio accerchiamento; nonostante le differenze e le dispute serrate al suo interno, è l’intera classe dirigente che fa pressione su Gesù: ieri la questione politica del "tributo a Cesare", oggi quella religiosa della "risurrezione". E in entrambi i casi Gesù risponde invitando i suoi interlocutori a guardare oltre se stessi contemplando "Dio": "Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio"; "Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e di Giacobbe. Non è un Dio dei morti ma dei viventi!". Il Signore, cioè, li obbliga a "indagare" su di Lui con gli strumenti della fede abbandonando quelli mondani. Li mette davanti a Dio, nel nome del quale esercitano l’autorità con cui cercano di accusarlo e ucciderlo. E' Dio, infatti, che, come appare nel Vangelo di Giovanni, gli rende testimonianza: "Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c'è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato. Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita. Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma io vi conosco e so che non avete in voi l'amore di Dio. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo? Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c'è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?". 

Riporto questa lunga citazione perché è il miglior commento al brano di oggi. Nelle fasi del procedimento a Gesù, infatti, vediamo come in realtà l’Accusato sia il Giudice perché proprio le questioni con cui cercano prove per accusarlo e condannarlo rivelano il loro cuore perverso e doppio. I sadducei non “vanno” a Gesù spinti da un sincero desiderio di conoscerlo per credere e “avere da Lui la vita”.  Perché? Perché “non hanno mai udito la voce” del Padre, “né hanno visto il suo volto, e non hanno la sua parola che dimora in loro”; esattamente come afferma al termine dell’interrogatorio del brano odierno: “non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio”. Così lo stesso Mosè al quale si appellano per accusare Gesù diventa il loro accusatore. Non si rendono conto che proprio attraverso il lungo procedimento penale a carico di Gesù, in realtà stanno processando se stessi. “Sono in grande errore” perché,  schizofrenicamente, “non credono a Mosè”, cioè proprio a colui “nel quale hanno riposto la loro speranza”.

E’ l’atteggiamento dei sadducei che, non riscontrando nella Torah passi che affermino esplicitamente l'esistenza dell'uomo dopo la morte, negavano la resurrezione. E’ facile capire perché. Costituivano la classe nobile di Israele e appartenevano generalmente alla casta sacerdotale; alcuni loro membri avevano scritto la Torah, e per questo accettavano come ispirati solo i primi cinque libri della Legge e la “loro dottrina non riconosceva altre norme all’infuori della Legge” (Giuseppe Flavio). Era ovvio che non accettassero i profeti che li richiamavano allo Spirito che dà vita alla Legge… Rifiutavano cioè “il potere di Dio” che, come aveva sperimentato San Paolo,  si “esprime pienamente nella debolezza dell’uomo”, nella sua fedeltà nonostante l’infedeltà del popolo, nella sua infinita misericordia verso il peccatore che infrange la Legge e per questo muore. Ecco, proprio la fedeltà misericordiosa di Dio è la prova della risurrezione a cui essi non credevano perché “non conoscevano le Scritture”; non ne avevano cioè l’esperienza perché “non avevano letto nel libro di Mosè” ciò che lo Spirito Santo vi aveva scritto “a proposito del roveto”. Nel relativo brano del Libro dell’Esodo, infatti,  è “Dio” stesso che “parlò a Mosè” rivelandosi come “il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”. Ma per loro Abramo, Isacco e Giacobbe erano morti e sepolti nelle tombe che si potevano ancora visitare.
 
Non c’era nulla da fare, anche i sadducei erano sepolti nella terra, l’unica che, in definitiva, gli interessava. Infatti, erano ricchi proprietari terrieri, e si sa, “la terra è bassa e non vede cielo”… Non avevano tempo per “pensare alle cose di lassù”, la Legge accidenti, che regoli bene “le cose di quaggiù”, che era il loro unico orizzonte. Ma se negavano la resurrezione allora, come insegna la Lettera agli Ebrei, tutta la loro vita era schiava della paura della morte, ed era del tutto naturale che, per sfuggire alla morte, cercassero di  “prendere gloria gli uni dagli altri”; se la loro dottrina “fa perire l'anima col corpo" (Giuseppe Flavio), se cioè non credevano alla gloria celeste che li attendeva dopo la morte, “come potevano cercare” sulla terra, “la gloria che viene da Dio solo”? E infatti, anche nel modo di “avvicinarsi a Gesù per interrogarlo” appare il loro “grande errore” nel discernere. “Non conoscendo il potere di Dio” nella loro vita pongono a Gesù una domanda che esprime tutta la loro inconscia disperazione di fronte alla morte. La nascondono dietro l’ironia, ma è lì, e Gesù la smaschera “perché possano salvarsi”. Prendono infatti spunto dal precetto del levirato registrato in Dt. 25,5-10 secondo il quale l’israelita era obbligato a sposare la moglie di un suo fratello morto senza nessun erede maschio, perché il suo nome “non si estingua in Israele” e non si perdesse l’eredità… Il denaro dunque, e quindi il “possesso”: “Nella risurrezione, quando risorgeranno, a chi di loro apparterrà la donna? Poiché in sette l'hanno avuta come moglie”. Eccolo il “grande errore”! Se non c’è resurrezione, ogni relazione con le persone e le cose sarà solo di possesso.
 
Ma se esiste la vita eterna allora cambia la prospettiva della vita terrena: se essa è orientata al Cielo in ogni relazione vi risplenderà un suo riverbero. Per questo Gesù pone davanti ai sadducei suo Padre, ovvero un Dio che è Padre, che ha una relazione con gli uomini che ha creato, nonostante i loro peccati. Il Dio che Israele ha imparato a conoscere proprio attraverso l’esperienza della sua Parola con la quale si è rivelato comunicando con loro. Non è allora un caso che Gesù citi l’episodio del roveto: è proprio da quel roveto che pur bruciando non si consuma che Dio rivela il suo Nome. Egli cioè lega la sua identità, il suo stesso essere a quel roveto che persiste vivo nonostante lo avvolgano le fiamme. Così è Dio, che si rivela vivo tra le fiamme delle tentazioni del demonio e dei peccati che attentano alla vita della carne; non si esaurisce il suo amore che ha chiamato ed eletto “Abramo, Isacco e Giacobbe”, e, abbracciandoli nella loro debolezza, li ha condotti fedelmente al compimento della loro elezione. E da quel “roveto” Dio chiama anche Mosè e lo invia per realizzare la missione più importante: liberare il suo Popolo dalla schiavitù dell’Egitto.
 
Ma sarà Dio stesso, attraverso Mosè, a scendere in Egitto per strappare Israele, con prodigi e miracoli, dal giogo del faraone. Dio e Mosè, Dio in Mosè, per compiere la Pasqua, l’esperienza che ha costituito Israele come Popolo; la Pasqua, il fondamento indistruttibile che persiste nel tempo diventando contemporaneo per ogni generazione di ebrei che, ancora oggi, si riunisce per celebrarla. E, infatti, è proprio attraverso la riflessione su questa esperienza di liberazione che Israele ha iniziato a credere nella risurrezione. Attenzione qui: la fede nella resurrezione nasce dall’esperienza della liberazione che ha rivelato il “potere di Dio”, del “Dio vivo” che ha fatto vivere Israele! E solo dopo questa esperienza Mosè è salito sul Sinai per ricevere la Torah, ovvero “la lampada per i passi” di ogni ebreo, la luce della Pasqua che, come nella notte dell’uscita dall’Egitto, avrebbe dovuto guidare il Popolo sul cammino della libertà. La Legge, dunque, nasce e si fonda proprio sull’esperienza della risurrezione fatta nella Pasqua, perché essa persista tra le fiamme del mondo, come il roveto ardente: “fa questo e vivrai, tu e i tuoi figli dopo di te!”; cammina nella Legge e vivrai! La vita fratelli, la vita nella carne ricolma della vita celeste che non si esaurisce nelle difficoltà, neanche nella morte: questo annunciava e profetizzava Mosè, e questo non avevano compreso i sadducei.
 
Fratelli, il Vangelo di oggi è rivolto a noi che, essendo chiamati a vivere la vita di Cristo, siamo ogni giorno insidiati dai vecchi e nuovi sadducei che non credono alla resurrezione, e vorrebbero indurci a dubitarne per vivere spiaccicati sulla terra, seguendo i desideri della carne. E’ una Buona notizia proprio per noi che troppo spesso ci lasciamo incatenare dal faraone che ci obbliga a lavorare per lui, a dimenticare il destino celeste per vivere schiavi della paura di morire. Per noi che, per questo, forse è da tempo che siamo chiusi alla vita e stiamo usando del coniuge e della sessualità per possedere l’altro, sperando di arraffare con le cose e le persone un frammento dell’eternità che il nostro intimo esige anche in mezzo alle fiamme del mondo.

Fratelli, Cristo è risorto! Lui è la Verità, cioè la resurrezione, la Via, cioè la Legge, e la Vita, cioè la vita inesauribile che ci dona attraverso la sua Chiesa. Apriamoci a Lui e crediamo oggi alla Scrittura che la Chiesa ci predica; crediamo cioè alla Buona Notizia della sua resurrezione per appoggiare la nostra esistenza nel suo potere! Perché la risurrezione è sperimentare la possibilità, con questa carne mortale che così spesso ci annichilisce, una vita nuova, che oltrepassa il muro del "finito", il limite angusto delle passioni, dei ricatti, dei rancori, delle invidie, dell'ira, dei giudizi, delle mormorazioni. Per questo la resurrezione genera sempre la libertà nella quale potremo compiere la Legge nell’amore e sperimentare in tutto la Verità che dà senso e pienezza alla vita! La vita di chi ha sperimentato l’amore di Dio e ne è colmo, e per questo può amare senza possedere nulla e nessuno. L’amore è il cuore della Legge, il segreto per vivere felici nella terra promessa, anticipo e profezia della vita dopo la morte. Per questo sulla terra si può vivere anche il matrimonio e la sessualità come una primizia e una profezia della vita celeste: lo dice San Paolo: “il tempo si è fatto breve, chi è sposato viva come se non lo fosse, perché passa la scena di questo mondo”. Se, infatti, saremo risorti con Cristo, vivremo ogni cosa di quaggiù pensando alle cose di lassù, e cominceranno a compiersi in noi le parole di Gesù: “quando risusciteranno dai morti”, quando cioè il suo perdono ci riscatterà dalla tomba nella quale ci hanno condotto i nostri peccati, “non prenderanno moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli”. Vivremo cioè, già qui “come angeli nel cielo”, non chiedendo al matrimonio, alla moglie, al marito, ai figli la felicità piena ed eterna che non possono dare, perché è Cristo che sazia ogni desiderio trasfigurando nella sua resurrezione ogni relazione, anche quella sessuale.

Siamo dunque chiamati a vivere ogni istante come fosse il “roveto ardente”: è Cristo che ci chiama sulla Croce a condividere la sua esperienza: i chiodi, la lancia, il dolore sembravano avvilupparlo come fiamme, e invece, proprio la sua morte era il passaggio alla resurrezione, il compimento della voce di Dio che parlava dal roveto. Allo stesso modo anche in noi crocifissi ogni giorno negli eventi, risuonerà la stessa voce, parole e vita che annunciano e testimoniano l'immortalità per questa generazione: dalle stesse ferite della nostra carne filtrerà la luce della Pasqua, il potere di Dio sulla morte. Ogni nostro istante trasmetterà allora la voce di Dio, l'annuncio della Buona Notizia, e l'evangelizzazione giungerà ovunque saremo: il suo Nome, il suo Essere oltre ogni limite, il suo amore più forte della morte si farà presente sulla scena del mondo che conosce solo la corruzione. Testimoni di questo amore annunceremo a tutti l'unico e vero Dio, il Dio dei Padri, di ciascun uomo, amato infinitamente, oltre il peccato e la morte.


 

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