LA GIOIA DELLA CHIESA CHE PARTORISCE I SUOI NUOVI FIGLI


Congedandosi dagli anziani di Mileto San Paolo disse: "Avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazione. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al Vangelo della grazia di Dio" (At. vv. 22-24). Afferrato da Cristo sulla via di Damasco, dove lo aveva visto vivo, San Paolo ardeva dal desiderio di afferrare la perfezione dell'intimità e dell'amore di Lui. Per questo aveva reputato ogni cosa spazzatura e danno di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze per diventargli conforme nella morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Sapeva dunque che cosa lo attendeva, ma era anche consapevole che l'aver conosciuto Cristo secondo la carne, l'averlo visto risorto e vivo, non era sufficiente per arrivare al premio che Dio lo chiamava a ricevere. Per lui era decisivo l'essere creatura nuova, dimentica del passato e protesa verso il futuro, per vivere ogni giorno lanciato nella corsa verso la mèta, fissando lo sguardo al Cielo nell'attesa ansiosa del ritorno del suo Signore. La visione di Cristo risorto lo aveva salvato, perdonato, eletto e inviato, ma era stato solo l'inizio. Afferrato da Cristo era ormai cittadino del Cielo, ma viveva ogni momento per afferrare, nell'ultimo istante, il suo amore; aveva trovato l'amato del suo cuore, desiderava stringerlo forte per non lasciarlo più. L'esperienza di San Paolo è il compimento delle parole di Gesù che appaiono nel vangelo di oggi. In esse la vita del discepolo è paragonata a un parto. Sullo sfondo vi è la profezia di quanto sarebbe accaduto di lì a poco: Gesù sta per affrontare il rifiuto, sarà crocifisso e morirà. L'annuncio di questo destino aveva turbato e rattristato i discepoli. Ma la tristezza sarebbe cambiata in una gioia che nessuno avrebbe più potuto sottrarre perchè "Gesù stesso è la loro gioia, in perfetta armonia con ciò che dice l'Apostolo: Una volta risuscitato dai morti, Cristo non muore più, e la morte non ha più dominio sopra di lui (Rm 6, 9)" (S. Agostino, Omelie sul vangelo di Giovanni). E così è stato: la sera di Pasqua "i discepoli gioirono nel vedere Gesù". Ma Egli, partendo dall'annuncio del suo mistero pasquale che avrebbe coinvolto l'esperienza dei discepoli nella trasformazione del dolore in gaudio, dice ancora di più. Per questo introduce l'immagine della donna in parto, non a caso descritta da Giovanni anche nell'Apocalisse, quale segno del combattimento escatologico nel quale è posta la Chiesa. Gesù con il suo scomparire nella morte e il suo riapparire vittorioso, pone le fondamenta per quella che sarebbe stata la vita della Chiesa nascente, e, in essa, di ogni discepolo. Quell'esperienza è essa stessa annuncio e profezia della storia che in quel giorno stava iniziando. Esattamente come è stato per San Paolo. Il primo giorno, il giorno della gioia senza fine, ha inaugurato una storia nuova, perché le porte del Cielo si erano ormai dischiuse: era sorto il giorno che non muore, origine e meta della vita. L'esperienza di vedere il Signore risorto aveva infuso nei discepoli la gioia ma, contemporaneamente, aveva loro rivelato il destino cui, insieme ad ogni altro uomo, erano chiamati. Da quella gioia scaturisce immediatamente la missione, il senso ed il contenuto della nuova storia che aveva avuto inizio in quell'incontro sconvolgente: la storia della Chiesa, la storia di ciascuno di noi: "la risurrezione di Gesù va al di là della storia, ma ha lasciato una sua impronta nella storia. Per questo può essere attestata da testimoni come un evento di una qualità tutta nuova. Solo un avvenimento reale di una qualità radicalmente nuova era in grado di rendere possibile l'annuncio apostolico, che non è spiegabile con speculazioni o esperienze interiori, mistiche. Nella sua audacia e novità, esso prende vita dalla forza impetuosa di un avvenimento che nessuno aveva ideato e che andava al di là di ogni immaginazione" Benedetto XVI). L'impronta nella storia dell'evento di Pasqua è l'impronta lasciata dai piedi degli apostoli; essi, come san Paolo, hanno ritenuto tutto spazzatura e danno di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo: assetati della pienezza di questa conoscenza sconvolgente, hanno percorso le strade del mondo correndo verso la meta che li avrebbe dissetati. Un'esperienza, una gioia ineffabile, come un'eruzione dalla storia che la supera, che da essa prende il suo inizio e che in essa si dilata attraverso l'annuncio del Vangelo. Perché "la gioia è il gigantesco segreto del cristiano" (Chesterton). Sì, l'evangelizzazione è l'impronta gioiosa della resurrezione nella storia, l'annuncio della notizia che ogni uomo attende perso e schiavo in alienazioni che sono solo delle caricature di quel destino per cui egli è nato. L'annuncio del vangelo è l'impronta di Cristo risorto nella storia offerta agli uomini perché, nel seguirla, possano incontrare la gioia preparata per loro, la misericordia e l'amore rivelati in Cristo Gesù. Si comprende allora come la vita di San Paolo, avvinta da Cristo, fosse unita al Vangelo. Fonte di gioia perenne, sostegno della sua vita, ne era divenuto l'unico scopo, il senso primo ed ultimo, l'origine e la meta della sua esistenza: "Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; una necessità mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero... mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro". Tutto a tutti e tutto per il Vangelo, ecco la vita di San Paolo e di ogni apostolo, della Chiesa, di ciascuno di noi. Siamo tutti la gioia di Cristo, frutti del suo dolore crocifisso come di una donna in parto. Lui ci ha "visto di nuovo" dopo essere stato ucciso dai nostri peccati. Per questo siamo la sua gioia, il frutto benedetto del suo amore più forte dei nostri delitti. E la sua gioia è la nostra gioia, perché siamo suoi per sempre, perché nessuno può più strapparci dalla sua mano. Ogni apostolo, ogni figlio della Chiesa ha questa esperienza dentro, ognuno di noi è nato dal parto sulla via di Damasco. In quel momento di gioia purissima che ha segnato il confine tra la morte e la vita, il dolore e la letizia, il travaglio e il parto, la vita di ciascuno ha cambiato inesorabilmente direzione. Perché "l'amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro" (2 Cor. 5, 14 ss.). I rinati in Cristo non vivono più per se stessi, ma per Lui. E' questa la svolta decisiva, l'impronta visibile della risurrezione nella storia: una comunità che si ama, fratelli che non si difendono, che offrono se stessi per amore. La risurrezione che ha distrutto le barriere dell'invidia, della gelosia, del rancore; una comunità che si ama nell'amore con cui è amata da Cristo. L'annuncio autentico del Vangelo si fa carne nel suo compimento reale e concreto in un manipolo di piccoli e deboli fratelli, inermi ed incapaci, ma irrorati dello stesso sangue di Cristo, vivi del suo stesso Spirito. Avvinti da questo sentono ardere in loro il dovere di annunciare il Vangelo, come una necessità che si impone. I cristiani attirano nella loro gioia l'umanità intera; così, autenticamente, l'annuncio del Vangelo offre la concretezza della parola e dell'agire alla speranza che alberga nei loro cuori: figli di un parto che ci ha dischiusi alla vita che non muore, gestiamo e soffriamo anche noi i dolori dello stesso parto, per dare alla luce la vita nella morte del mondo: "Vorrei ricordare qui soltanto l'inizio dell'evangelizzazione nella vita di S. Paolo. Il successo della sua missione non fu frutto di una grande arte retorica o di prudenza pastorale; la fecondità fu legata alla sofferenza, alla comunione nella passione con Cristo. In tutti i periodi della storia si è sempre di nuovo verificata la parola di Tertulliano: È un seme il sangue dei martiri. Una madre non può dar la vita a un bambino senza sofferenza. Ogni parto esige sofferenza, è sofferenza, ed il divenire cristiano è un parto" (Joseph Ratzinger). Così si comprendono anche le ultime parole di Gesù, apparentemente contraddittorie. Nel cammino della storia, i cristiani "non hanno più da chiedere nulla" perché sono già nati alla vita eterna. Vivono già le primizie del Regno di Dio, la gioia che, anche dentro il timore, la preoccupazione ed il dolore del parto, non si spegne perché tutto ciò è via alla nascita di una nuova vita. Ma, contemporaneamente, il non aver bisogno di nulla per se stessi, li spinge con fiducia, a chiedere e pregare per il mondo. Come il loro Maestro, presentano ogni uomo al Padre, perché possa sperimentare, nella morte in cui giace, il Mistero Pasquale di Gesù. I cristiani pregano offrendo se stessi, intercedendo proprio attraverso le sofferenze del parto, per il mondo. La loro vita è preghiera certa d'essere esaudita, e così comprendiamo come ogni istante, ogni dolore, ogni fallimento, siano preziosi. Ogni avvenimento della nostra storia, offerto a Dio in sacrificio di soave odore, è fondamento e compimento della missione, dell'annuncio del vangelo. La preghiera che coinvolge la nostra vita è la sostanza più autentica e feconda dell'impronta di Cristo risorto nella storia. Il dolore del parto fatto preghiera, la salvezza di ogni uomo chiesto al Padre nel nome di Cristo, nella certezza di essere esauditi. 

Venerdì della VI settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio






Venerdì della VI settimana del Tempo di Pasqua


αποφθεγμα Apoftegma

È venuto il regno della vita 
ed è stato distrutto il dominio della morte. 
Una diversa generazione è apparsa, 
e una vita diversa e un diverso modo di vivere. 
La nostra natura ha subìto un cambiamento. 
Qual è questa generazione? 
Quella che non scaturisce dal sangue, 
né da volere di uomo, né da volere di carne, 
ma è stata creata da Dio.  
O confortante e splendida notizia! 
Colui che si è fatto per noi uomo, 
pur essendo l'unigenito Figlio di Dio, 
per renderci suoi fratelli, 
si presenta come uomo davanti al Padre, 
per portare con sé 
tutti coloro che gli sono congiunti. 

San Gregorio di Nissa, Discorsi sulla resurrezione










L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Giovanni 16,20-23a.

In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. In quel giorno non mi domanderete più nulla. In verità, in verità vi dico: Se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. 







LA GIOIA DELLA CHIESA CHE PARTORISCE I SUOI NUOVI FIGLI

Congedandosi dagli anziani di Mileto San Paolo disse: "Avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme, senza sapere ciò che là mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo, di città in città, mi attesta che mi attendono catene e tribolazione. Non ritengo in nessun modo preziosa la mia vita, purché conduca a termine la mia corsa e il servizio che mi fu affidato dal Signore Gesù, di dare testimonianza al Vangelo della grazia di Dio" (At. vv. 22-24). Afferrato da Cristo sulla via di Damasco, dove lo aveva visto vivo, San Paolo ardeva dal desiderio di afferrare la perfezione dell'intimità e dell'amore di Lui. Per questo aveva reputato ogni cosa spazzatura e danno di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze per diventargli conforme nella morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Sapeva dunque che cosa lo attendeva, ma era anche consapevole che l'aver conosciuto Cristo secondo la carne, l'averlo visto risorto e vivo, non era sufficiente per arrivare al premio che Dio lo chiamava a ricevere. Per lui era decisivo l'essere creatura nuova, dimentica del passato e protesa verso il futuro, per vivere ogni giorno lanciato nella corsa verso la mèta, fissando lo sguardo al Cielo nell'attesa ansiosa del ritorno del suo Signore. La visione di Cristo risorto lo aveva salvato, perdonato, eletto e inviato, ma era stato solo l'inizio. Afferrato da Cristo era ormai cittadino del Cielo, ma viveva ogni momento per afferrare, nell'ultimo istante, il suo amore; aveva trovato l'amato del suo cuore, desiderava stringerlo forte per non lasciarlo più. L'esperienza di San Paolo è il compimento delle parole di Gesù che appaiono nel vangelo di oggi. In esse la vita del discepolo è paragonata a un parto. Sullo sfondo vi è la profezia di quanto sarebbe accaduto di lì a poco: Gesù sta per affrontare il rifiuto, sarà crocifisso e morirà. L'annuncio di questo destino aveva turbato e rattristato i discepoli. Ma la tristezza sarebbe cambiata in una gioia che nessuno avrebbe più potuto sottrarre perchè "Gesù stesso è la loro gioia, in perfetta armonia con ciò che dice l'Apostolo: Una volta risuscitato dai morti, Cristo non muore più, e la morte non ha più dominio sopra di lui (Rm 6, 9)" (S. Agostino, Omelie sul vangelo di Giovanni). E così è stato: la sera di Pasqua "i discepoli gioirono nel vedere Gesù". Ma Egli, partendo dall'annuncio del suo mistero pasquale che avrebbe coinvolto l'esperienza dei discepoli nella trasformazione del dolore in gaudio, dice ancora di più. Per questo introduce l'immagine della donna in parto, non a caso descritta da Giovanni anche nell'Apocalisse, quale segno del combattimento escatologico nel quale è posta la Chiesa. Gesù con il suo scomparire nella morte e il suo riapparire vittorioso, pone le fondamenta per quella che sarebbe stata la vita della Chiesa nascente, e, in essa, di ogni discepolo. Quell'esperienza è essa stessa annuncio e profezia della storia che in quel giorno stava iniziando. Esattamente come è stato per San Paolo. Il primo giorno, il giorno della gioia senza fine, ha inaugurato una storia nuova, perché le porte del Cielo si erano ormai dischiuse: era sorto il giorno che non muore, origine e meta della vita. L'esperienza di vedere il Signore risorto aveva infuso nei discepoli la gioia ma, contemporaneamente, aveva loro rivelato il destino cui, insieme ad ogni altro uomo, erano chiamati. Da quella gioia scaturisce immediatamente la missione, il senso ed il contenuto della nuova storia che aveva avuto inizio in quell'incontro sconvolgente: la storia della Chiesa, la storia di ciascuno di noi: "la risurrezione di Gesù va al di là della storia, ma ha lasciato una sua impronta nella storia. Per questo può essere attestata da testimoni come un evento di una qualità tutta nuova. Solo un avvenimento reale di una qualità radicalmente nuova era in grado di rendere possibile l'annuncio apostolico, che non è spiegabile con speculazioni o esperienze interiori, mistiche. Nella sua audacia e novità, esso prende vita dalla forza impetuosa di un avvenimento che nessuno aveva ideato e che andava al di là di ogni immaginazione" Benedetto XVI). L'impronta nella storia dell'evento di Pasqua è l'impronta lasciata dai piedi degli apostoli; essi, come san Paolo, hanno ritenuto tutto spazzatura e danno di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo: assetati della pienezza di questa conoscenza sconvolgente, hanno percorso le strade del mondo correndo verso la meta che li avrebbe dissetati. Un'esperienza, una gioia ineffabile, come un'eruzione dalla storia che la supera, che da essa prende il suo inizio e che in essa si dilata attraverso l'annuncio del Vangelo. Perché "la gioia è il gigantesco segreto del cristiano" (Chesterton). 


Sì, l'evangelizzazione è l'impronta gioiosa della resurrezione nella storia, l'annuncio della notizia che ogni uomo attende perso e schiavo in alienazioni che sono solo delle caricature di quel destino per cui egli è nato. L'annuncio del vangelo è l'impronta di Cristo risorto nella storia offerta agli uomini perché, nel seguirla, possano incontrare la gioia preparata per loro, la misericordia e l'amore rivelati in Cristo Gesù. Si comprende allora come la vita di San Paolo, avvinta da Cristo, fosse unita al Vangelo. Fonte di gioia perenne, sostegno della sua vita, ne era divenuto l'unico scopo, il senso primo ed ultimo, l'origine e la meta della sua esistenza: "Non è infatti per me un vanto predicare il vangelo; una necessità mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero... mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Tutto io faccio per il vangelo, per diventarne partecipe con loro". Tutto a tutti e tutto per il Vangelo, ecco la vita di San Paolo e di ogni apostolo, della Chiesa, di ciascuno di noi. Siamo tutti la gioia di Cristo, frutti del suo dolore crocifisso come di una donna in parto. Lui ci ha "visto di nuovo" dopo essere stato ucciso dai nostri peccati. Per questo siamo la sua gioia, il frutto benedetto del suo amore più forte dei nostri delitti. E la sua gioia è la nostra gioia, perché siamo suoi per sempre, perché nessuno può più strapparci dalla sua mano. Ogni apostolo, ogni figlio della Chiesa ha questa esperienza dentro, ognuno di noi è nato dal parto sulla via di Damasco. In quel momento di gioia purissima che ha segnato il confine tra la morte e la vita, il dolore e la letizia, il travaglio e il parto, la vita di ciascuno ha cambiato inesorabilmente direzione. Perché "l'amore di Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro" (2 Cor. 5, 14 ss.). I rinati in Cristo non vivono più per se stessi, ma per Lui. E' questa la svolta decisiva, l'impronta visibile della risurrezione nella storia: una comunità che si ama, fratelli che non si difendono, che offrono se stessi per amore. La risurrezione che ha distrutto le barriere dell'invidia, della gelosia, del rancore; una comunità che si ama nell'amore con cui è amata da Cristo. L'annuncio autentico del Vangelo si fa carne nel suo compimento reale e concreto in un manipolo di piccoli e deboli fratelli, inermi ed incapaci, ma irrorati dello stesso sangue di Cristo, vivi del suo stesso Spirito. Avvinti da questo sentono ardere in loro il dovere di annunciare il Vangelo, come una necessità che si impone. I cristiani attirano nella loro gioia l'umanità intera; così, autenticamente, l'annuncio del Vangelo offre la concretezza della parola e dell'agire alla speranza che alberga nei loro cuori: figli di un parto che ci ha dischiusi alla vita che non muore, gestiamo e soffriamo anche noi i dolori dello stesso parto, per dare alla luce la vita nella morte del mondo: "Vorrei ricordare qui soltanto l'inizio dell'evangelizzazione nella vita di S. Paolo. Il successo della sua missione non fu frutto di una grande arte retorica o di prudenza pastorale; la fecondità fu legata alla sofferenza, alla comunione nella passione con Cristo. In tutti i periodi della storia si è sempre di nuovo verificata la parola di Tertulliano: È un seme il sangue dei martiri. Una madre non può dar la vita a un bambino senza sofferenza. Ogni parto esige sofferenza, è sofferenza, ed il divenire cristiano è un parto" (Joseph Ratzinger). Così si comprendono anche le ultime parole di Gesù, apparentemente contraddittorie. Nel cammino della storia, i cristiani "non hanno più da chiedere nulla" perché sono già nati alla vita eterna. Vivono già le primizie del Regno di Dio, la gioia che, anche dentro il timore, la preoccupazione ed il dolore del parto, non si spegne perché tutto ciò è via alla nascita di una nuova vita. Ma, contemporaneamente, il non aver bisogno di nulla per se stessi, li spinge con fiducia, a chiedere e pregare per il mondo. Come il loro Maestro, presentano ogni uomo al Padre, perché possa sperimentare, nella morte in cui giace, il Mistero Pasquale di Gesù. I cristiani pregano offrendo se stessi, intercedendo proprio attraverso le sofferenze del parto, per il mondo. La loro vita è preghiera certa d'essere esaudita, e così comprendiamo come ogni istante, ogni dolore, ogni fallimento, siano preziosi. Ogni avvenimento della nostra storia, offerto a Dio in sacrificio di soave odore, è fondamento e compimento della missione, dell'annuncio del vangelo. La preghiera che coinvolge la nostra vita è la sostanza più autentica e feconda dell'impronta di Cristo risorto nella storia. Il dolore del parto fatto preghiera, la salvezza di ogni uomo chiesto al Padre nel nome di Cristo, nella certezza di essere esauditi. 


    

NELLA FEDE DELLA CHIESA SAPPIAMO CHE OGNI ISTANTE COSTITUISCE QUEL SOLO "UN POCO" PER PASSARE DALLA MORTE ALLA VITA



Come noi, gli apostoli “non comprendevano” le parole di GesùIl verbo greco "oida" tradotto con “comprendere”, in virtù della sua radice e del suo uso semantico è legato al verbo “vedere”: "so, perché ho visto. Un sapere in base a una propria visione" (Bruno Snell). “Oida” designa "la conoscenza come una meta raggiunta, come un assoluto" (I. De La Potterie); esprime un'evidenza della conoscenza, quella ad esempio acquisita dal cieco nato nell'incontro salvifico con il Signore: “Se sia un peccatore o no, non lo so; questo io so bene: ero cieco e ora ci vedo" (Gv. 9,25, e ciò significa che "questa è una cosa che so benissimo". Al contrario, “non sapere” è non avere una conoscenza certa, assoluta e profonda. Così è per i discepoli dinanzi all'annuncio di Gesù: “non sappiamo” cosa dice; si trovano in un'ignoranza radicale perché non hanno l'esperienza di quello che Gesù sta dicendo. Sono radicalmente impotenti, manca loro la chiave per conoscere con assoluta certezza, e quindi per vivere quello che gli viene annunciato. Risuonano in questo le crude parole di Giobbe: "L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma". Anche noi “non sappiamo”, siamo radicalmente ignoranti su dove andrà a finire il fidanzamento, su che ne sarà di nostro figlio, se completeremo gli studi e troveremo lavoro, se ci licenzieranno, se saremo fedeli al marito, se e quando la salute ci abbandonerà, se guariremo da questa malattia, se ce la faremo ad arrivare alla fine del mese, se qualcuno ascolterà l'annuncio del Vangelo. Ma proprio le parole di Gesù sono la password che ci abilita ad entrare nel fantastico programma che è la nostra vita. Ogni suo frammento, infatti, è parte della vita di Cristo, così che, annunciando il suo destino, ci svela il nostro: "ancora un poco e quanto avete potuto vedere attentamente di me, la mia carne, sarà sottratta al vostro sguardo. Ma ancora un po' di tempo e potrete vedermi di nuovo, in pienezza, riconoscendo in me la vittoria sulla morte che vi ho annunciato: allora saprete, saprete perché avrete visto". Ma per passare a questa visione è necessario il “poco” di tempo di cui parla Gesù. La conoscenza, infatti, si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne. “Un poco” traduce “mikron”, da cui la stessa unità di misura, da cui microscopio. Un “tempo mickron”, cioè breve, nel quale però si accende il mistero pasquale del Signore. In una frazione di tempo si squarcia il velo del tempio, e la carne di Gesù varca la soglia del tempo cronologico per entrare nel tempo di Dio: "In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno; così Cristo diviene il Signore del tempo, è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno e ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella "pienezza del tempo" (Giovanni Paolo II). Per questo il tempo della Passione e il tempo della tomba, i due "un poco" del Vangelo di oggi, sono micro-tempi, assorbiti e come innestati nella pienezza del tempo, nel tempo eterno di Dio. Questo significa che nulla è assoluto, ineluttabile, perché il tempo è il luogo dove Dio ci dà appuntamento perché, camminando in esso, passiamo da una visione carnale alla visione piena dell'amore di Dio nella debolezza della carne. Per questo, alla nostra domanda identica a quella dei discepoli Gesù risponde con l'annuncio della sua Pasqua che si compirà in loro. Coraggio fratelli, anche la litigata con tuo marito, anche la crisi di tuo figlio, tutto quello che stiamo vivendo, perfino il cancro, è solo “un poco”, perché tutta la vita è racchiusa in questo "mikron" tra lacrime e gioia piena. Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è "un poco" per non vedere e "un poco" per vedere, un tempo per la Croce e il sepolcro, e un tempo per la risurrezione. Ciò significa non lasciarsi afferrare da nessuno per donarsi a tutti. La cifra autentica del tempo, infatti, è la libertà, che conferisce contenuto e sostanza a ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore. Essa ci è donata attraverso la Chiesa, nella quale impariamo che la vita è, per grazia di Dio, un passaggio dalle lacrime e la gioia. In ebraico il termine "lacrima", "demah", esprime anche il sangue dell'occhio, mentre un altro significato della parola occhio è "sorgente". Così, una lacrima, il sangue dell'occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Allora coraggio, non temere: quando appare la Croce e i cristiani sono chiamati ad offrirvi la vita “il mondo si rallegra”, perché crede di aver avuto ragione di loro. Ride di fronte a un martire della castità, dell’apertura alla vita, dell’amore al nemico. Ma non sanno che proprio le “lacrime” che scorreranno sul nostro viso anche oggi sono il grembo fecondo della “gioia” che in noi testimonierà la vittoria di Cristo al mondo.



Giovedì della VI settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio






Giovedì della VI settimana del Tempo di Pasqua


αποφθεγμα Apoftegma

Grazie alla venuta di Dio sulla terra il tempo umano, 
iniziato nella creazione, 
ha raggiunto la sua pienezza. 
"La pienezza del tempo" è soltanto l'eternità, 
anzi Colui che è eterno, cioè Dio. 
Entrare nella "pienezza del tempo" significa dunque 
raggiungere il termine del tempo
e uscire dai suoi confini, 
per trovarne il compimento nell'eternità di Dio.  

Giovanni Paolo II, Tertio millennio adveniente, 10










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 16,16-20.
 
Ancora un poco e non mi vedrete; un po' ancora e mi vedrete». 
Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos'è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po' ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?». 
Dicevano perciò: «Che cos'è mai questo "un poco" di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire». 
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po' ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. 







SOLO "UN POCO" PER PASSARE DALLA MORTE ALLA VITA

Come noi, gli apostoli “non comprendevano” le parole di GesùIl verbo greco "oida" tradotto con “comprendere”, in virtù della sua radice e del suo uso semantico è legato al verbo “vedere”: "so, perché ho visto. Un sapere in base a una propria visione" (Bruno Snell). “Oida” designa "la conoscenza come una meta raggiunta, come un assoluto" (I. De La Potterie); esprime un'evidenza della conoscenza, quella ad esempio acquisita dal cieco nato nell'incontro salvifico con il Signore: “Se sia un peccatore o no, non lo so; questo io so bene: ero cieco e ora ci vedo" (Gv. 9,25, e ciò significa che "questa è una cosa che so benissimo". Al contrario, “non sapere” è non avere una conoscenza certa, assoluta e profonda. Così è per i discepoli dinanzi all'annuncio di Gesù: “non sappiamo” cosa dice; si trovano in un'ignoranza radicale perché non hanno l'esperienza di quello che Gesù sta dicendo. Sono radicalmente impotenti, manca loro la chiave per conoscere con assoluta certezza, e quindi per vivere quello che gli viene annunciato. Risuonano in questo le crude parole di Giobbe: "L'uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l'ombra e mai si ferma". Anche noi “non sappiamo”, siamo radicalmente ignoranti su dove andrà a finire il fidanzamento, su che ne sarà di nostro figlio, se completeremo gli studi e troveremo lavoro, se ci licenzieranno, se saremo fedeli al marito, se e quando la salute ci abbandonerà, se guariremo da questa malattia, se ce la faremo ad arrivare alla fine del mese, se qualcuno ascolterà l'annuncio del Vangelo. Ma proprio le parole di Gesù sono la password che ci abilita ad entrare nel fantastico programma che è la nostra vita. Ogni suo frammento, infatti, è parte della vita di Cristo, così che, annunciando il suo destino, ci svela il nostro: "ancora un poco e quanto avete potuto vedere attentamente di me, la mia carne, sarà sottratta al vostro sguardo. Ma ancora un po' di tempo e potrete vedermi di nuovo, in pienezza, riconoscendo in me la vittoria sulla morte che vi ho annunciato: allora saprete, saprete perché avrete visto".


Ma per passare a questa visione è necessario il “poco” di tempo di cui parla Gesù. La conoscenza, infatti, si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne. “Un poco” traduce “mikron”, da cui la stessa unità di misura, da cui microscopio. Un “tempo mickron”, cioè breve, nel quale però si accende il mistero pasquale del Signore. In una frazione di tempo si squarcia il velo del tempio, e la carne di Gesù varca la soglia del tempo cronologico per entrare nel tempo di Dio: "In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno; così Cristo diviene il Signore del tempo, è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno e ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella "pienezza del tempo" (Giovanni Paolo II). Per questo il tempo della Passione e il tempo della tomba, i due "un poco" del Vangelo di oggi, sono micro-tempi, assorbiti e come innestati nella pienezza del tempo, nel tempo eterno di Dio. Questo significa che nulla è assoluto, ineluttabile, perché il tempo è il luogo dove Dio ci dà appuntamento perché, camminando in esso, passiamo da una visione carnale alla visione piena dell'amore di Dio nella debolezza della carne. Per questo, alla nostra domanda identica a quella dei discepoli Gesù risponde con l'annuncio della sua Pasqua che si compirà in loro. Coraggio fratelli, anche la litigata con tuo marito, anche la crisi di tuo figlio, tutto quello che stiamo vivendo, perfino il cancro, è solo “un poco”, perché tutta la vita è racchiusa in questo "mikron" tra lacrime e gioia piena. Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è "un poco" per non vedere e "un poco" per vedere, un tempo per la Croce e il sepolcro, e un tempo per la risurrezione. Ciò significa non lasciarsi afferrare da nessuno per donarsi a tutti. La cifra autentica del tempo, infatti, è la libertà, che conferisce contenuto e sostanza a ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore. Essa ci è donata attraverso la Chiesa, nella quale impariamo che la vita è, per grazia di Dio, un passaggio dalle lacrime e la gioia. In ebraico il termine "lacrima", "demah", esprime anche il sangue dell'occhio, mentre un altro significato della parola occhio è "sorgente". Così, una lacrima, il sangue dell'occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Allora coraggio, non temere: quando appare la Croce e i cristiani sono chiamati ad offrirvi la vita “il mondo si rallegra”, perché crede di aver avuto ragione di loro. Ride di fronte a un martire della castità, dell’apertura alla vita, dell’amore al nemico. Ma non sanno che proprio le “lacrime” che scorreranno sul nostro viso anche oggi sono il grembo fecondo della “gioia” che in noi testimonierà la vittoria di Cristo al mondo.



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IL PESO DELLA VERITA' CHE LO SPIRITO SANTO CI RIVELA E PORTA CON NOI



La Verità "pesa". La conoscenza della verità, infatti, spesso è un peso difficile da portare, anche perché oggi è considerata un deragliamento verso il fondamentalismo intollerante che attenta alla libertà altrui: "La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non è la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo sta a suo agio più nelle tenebre che nella luce; la fede non è un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione. Stando così le cose, come dalla fede potrebbe provenire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nascondersi ad essa." (Joseph Ratzinger). Occorre vivere secondo coscienza, ci viene ripetuto. Scriveva J.G.Fichte: “La coscienza non erra mai e non può mai errare”, poiché è “essa stessa giudice di ogni convinzione, non conosce alcun giudice sopra di sé”. La coscienza decide in ultima istanza, ed è per natura inappellabile: "dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità... la coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità e si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che, come minimo denominatore comune tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società" (J. Ratzinger). Si tratta anche della nostra esperienza, la superficialità del "carpe diem", del cogliere l'attimo, rinunciando alla possibilità di conoscere la verità. La "dittatura della coscienza", lungi dall'aver liberato l'uomo, lo costringe a nuove e più schiavizzanti catalogazioni, alla sottomissione a marchi ideologici indelebili. Li vedete i nostri figli? E il pensiero unico che rimbalza ovunque? Non ci "pesa" dirci cristiani, con parole e gesti? L'ambiente circostante, infatti, prima ti assorbe e poi si trasforma in uno spietato aguzzino che esige la coerenza del proprio status, pena il rifiuto, l'esclusione e l'espulsione. Quando si cade - fumando una sigaretta o mangiandoti una bistecca alla brace - infrangendo le dure regole tracciate dalla "tolleranza che non tollera" sbandamenti da quanto ha stabilito sia tollerabile, è già troppo tardi, non si hanno vie d'uscita. Di norma l'intollerabile del tollerante è Gesù Cristo e coloro che gli appartengono. La coscienza collettiva moderna tollera tutto, ma non la Croce. La tolleranza intollerante è l'abito culturale indossato dall'Anticristo, l'anti-verità: "Il Cristo col suo moralismo ha diviso gli uomini secondo il bene e il male, mentre io li unirò coi benefici che sono ugualmente necessari ai buoni e ai cattivi” (Vladimir Sergeevic Solovev). L'Anticristo aborriva “l'assoluta unicità” di Cristo: "Egli è uno dei tanti; o meglio è stato il mio precursore, perché il salvatore perfetto e definitivo sono io, che ho purificato il suo messaggio da ciò che è inaccettabile all’uomo d’oggi". E non accettava che Cristo fosse vivo: “Lui non è tra i vivi e non lo sarà mai. Non è risorto, non è risorto, non è risorto. È marcito, è marcito nel sepolcro...”. La "coscienza tollerante" moderna parte da qui: Cristo è marcito nel sepolcro, e con Lui ogni pretesa di verità. Per questo essa diviene un peso difficile da portare e l'uomo, nella sua debolezza, preferisce disfarsene. Ma non è così! La verità non è marcita nel sepolcro! Lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori ce la svela compiendola, perché Egli insegna difendendo, perdonando. La verità tutta intera è essenzialmente perdono, quello che il mondo non conosce, la salvezza che l'Anticristo, il padre della menzogna, vuole sottrarre all'umanità. In ebraico la parola verità è 'emet, derivato dalla stessa radice da cui la parola fede. La radice 'mn ha il significato fondamentale di sicuro, attendibile, capace di portare un peso. In questa luce si comprendono le parole di Gesù: è la stessa verità che porta il suo stesso peso. E' la verità che, svelandosi, porta la sua drammatica e liberante oggettività. In altre parole significa che mentre il peccato è smascherato appare simultaneamente il perdono capace di distruggerlo e di consegnare la possibilità di una vita nuova. Quando nella Chiesa incontriamo il Signore, quando Egli prende dimora in noi attraverso il suo Spirito, si svela anche tutto ciò che non gli appartiene, come quando si accende la luce in una stanza. Ma in quella stanza piena di disordine, polvere e spazzatura che è la nostra vita c'è anche Lui con il suo perdono. Apparendo accanto a Cristo e come suo nemico, il peccato si manifesta allora come il nostro stesso nemico; da esso lo Spirito Santo ci difende, come ha difeso il Signore nel Getsemani e sulla Croce. Per questo la "verità tutta intera" alla quale conduce lo Spirito Santo è capace di liberare davvero strappandoci dalla menzogna che ci tiene schiavi perché, rivelando la Verità, la estirpa alla radice. Scriveva Sant'Agostino che "Non c’è vera confessione dei peccati che non sia lode di Dio, non c’è vera lode di Dio che non sia anche confessione dei peccati. "Non si ha nessuna pia e salutare confessione dei peccati se non si rende lode a Dio con il cuore, o anche con la bocca e la parola" (S. Agostino). Nella confessione dei propri peccati l'uomo può dar gloria a Dio, può portare "il peso" (significato del termine "gloria") della Verità perché ne diviene partecipe per aver ricevuto lo Spirito Santo. Confessare i peccati, infatti, è testimoniare il suo amore, il "mio" di Gesù che lo Spirito "prende" da Lui per annunciarlo ai suoi discepoli e a ciascuno di noi. Così, attraverso la predicazione della Chiesa, il Paraclito ci difende e consola annunciandoci e compiendo in noi "quanto è proprio del Padre", ovvero il suo perdono rigenerante rivelato nel Figlio. Che meraviglia! Sai quali sono le "cose future" che lo Spirito vuole annunciarti? Che in ogni istante Dio ti ama e fa di te un figlio unico e irripetibile, nonostante le debolezze e contraddizioni: "Proprio questo è il dramma dello Spirito Santo, il dramma della Chiesa e anche il nostro: lo sforzo di trarre lo Spirito dal fango. E non è rifuggendo il fango che ci facciamo Spirito, ma solo sopportando il fango che è in noi e negli altri; sottoponendolo alla nuova forza vitale, al respiro di Gesù Cristo, nello Spirito Santo che ancora oggi trasforma il mondo." (J. Ratzinger).

Mercoledì della VI settimana del Tempo di Pasqua. Commento audio