Mercoledì della XXVI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio




COMMENTO CATECHETICO



Mercoledì della XXVI settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

L’attualità piena di ciò che siamo 
è possibile solo in vista di un’altra presenza, 
di un altro essere che ha la virtù di porci in esercizio, in atto…
E come sarebbe possibile uscire da sé… 
a meno di non essere irresistibilmente innamorati?

Maria Zambrano, Filosofia y Poesia




  



L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9,57-62. 

Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». 
Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». 
A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre». 
Gesù replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio». 
Un altro disse: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». 
Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». 





FIGLI SALVATI E CHIAMATI A SEGUIRE IL FIGLIO SUL CAMMINO CHE SALVA E CHIAMA OGNI FIGLIO PERDUTO



Con il volto duro del Servo, Gesù cammina sulla strada che lo conduce alla tomba dove è precipitato il figlio prodigo. Non c'è tempo, deve tirarlo fuori da quella disperazione che può diventare, da un momento all'altro, dannazione eterna, esilio senza fine. Gesù, infatti, è il Figlio "adatto", letteralmente "ben messo" per il Paradiso, inviato dal Padre a tutti quelli che, come il figlio minore della famosa parabola, hanno abbandonato la sua casa. Ingannati dalla menzogna del demonio che li ha fatti credere "ben messi" per altre dimore, non hanno ritenuto "adatto" a loro il Regno dei Cieli; ma hanno dovuto sperimentare di "non poter reclinare il capo" in nessun luogo: le "tane" dell'astuzia e della malizia umana e i "nidi" delle sicurezze pagane e dei criteri mondani si sono rivelate dimore inospitali, trasformandosi ben presto in tombe dove i "morti" che non hanno risposte per il male, il peccato e la morte, "seppelliscono i loro morti", e quindi anche il figlio prodigo. Un pochino come accaduto a Pinocchio, finito nella pancia della balena... Ma il Padre non ha mai smesso di seguire quel suo figlio che si stava perdendo; la compassione irrefrenabile per ogni uomo che ha creato nella libertà e nella libertà si è allontanato, si è fatta carne nel Figlio Unigenito - cuore del suo cuore, occhi dei suoi occhi, mani delle sue mani, piedi dei suoi piedi - inviato a camminare sulle sue tracce per raggiungerlo con l'amore capace di farlo rientrare in se stesso. Per questo il brano del Vangelo di oggi descrive innanzitutto il cammino d'amore di Dio alla ricerca della pecora perduta, che ciascuno di noi, raggiunto e issato sulle sue spalle, è chiamato a percorrere con la Chiesa. Il discepolo, infatti, è Cristo stesso che, in ogni generazione, corre verso l'umanità schiava del peccato e della morte. Ascolta le parole del Vangelo e scoprirai di essere l'unica priorità di Gesù; per salvarti non ha ritenuto il suo essere Figlio di Dio, una preda gelosa da difendere, ma si è svuotato di tutto sino a reclinare il capo sulla stessa Croce dove, tuo malgrado, la storia ti ha inchiodato. Nel Getsemani ha preferito te a se stesso, il calice amaro dei tuoi peccati piuttosto che la coppa dolce dell'intimità con il Padre; si è lasciato seppellire nella tomba dove i falsi profeti a cui hai dato ascolto ti hanno tumulato. 


La vita di Gesù è stata dunque il cammino deciso e senza compromessi dell'amore infinito del Padre per ogni figlio perduto e morto; l'amore deposto accanto a ciascuno di loro, a te e a me, per farci convertire, tornare cioè in quella parte di noi incorrotta dove la misericordia desta la nostalgia per l'unica casa per la quale siamo "adatti". In questa luce comprendiamo allora come le tre persone che appaiono oggi accanto a Gesù lungo la strada, sono in fondo l'unico figlio raggiunto su quella via e salvato dalla morte. Ovvi allora l'entusiasmo e la gratitudine che generano il desiderio di seguire il Signore, di stare "appiccicati" a Lui. Ma questo desiderio ha bisogno di purificazione, come quello di Pietro che, sedotto da Gesù, si era detto pronto a morire con Lui. No fratelli, è Lui che ci chiama a seguirlo perché ogni giorno scende nella nostra realtà dove non abbiamo da mangiare neanche il cibo dei porci, seppelliti nelle tane fetide dei peccati dai maestri e dagli idoli "morti" di questo mondo. Seguire Gesù è, infatti, uscire ogni giorno dietro a Lui dal sepolcro, imparando a non guardare a noi stessi e al nostro passato, illudendoci di poter "congedarci" in modo soft da persone e cose. Il discepolo è l'uomo della Pasqua, non può che nutrirsi del pane della fretta, non ha luogo dove riposare; è attratto in un esodo che lo strappa alla schiavitù con un popolo che mostrerà al mondo il destino di libertà preparato per ogni uomo. Per questo si lascia alle spalle gli Egiziani, non ha tempo per guardarsi indietro come fece la moglie di Lot: con Cristo si risuscita e basta, senza guardare Sodoma che ci ha distrutto la vita. Dagli i tuoi peccati, come disse Gesù a San Girolamo, senza tenerne neanche uno per te; diventerebbe un seme di nostalgia che ti spingerebbe a guardare al passato con rammarico per la morte lasciata alle spalle, e resteresti pietrificato in una statua di sale, a mezza strada tra sepolcro e resurrezione. Gesù ci ha raggiunti e, come Elia con Eliseo, ha steso il lembo del suo mantello di misericordia che ha dissolto le opere morte per rivestirci di se stesso. Anche oggi Gesù viene a liberarci, e proprio questo fa di noi i suoi discepoli: la nostra missione, infatti, è fondata sul suo amore gratuito, e si realizza seguendo il Signore sul cammino di conversione che ci riporta a casa. Questa via è, nello stesso tempo, quella che ci conduce a coloro ai quali siamo inviati, a casa, al lavoro, ovunque. La nostra conversione - ovvero il nostro seguire Gesù - fa dell'altro e della sua salvezza la nostra priorità, ci libera dalle sicurezze e dai ricorsi mondani, per reclinare con Lui il nostro capo sulla Croce che ci fa tutto a tutti, la croce di tuo figlio..., per annunciare la Buona Notizia del Regno di Dio preparato per ogni uomo.       



QUI UN ALTRO COMMENTO E GLI APPROFONDIMENTI

Martedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio





Martedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Cari amici, siate veramente "angeli custodi"! 
Aiutate il Popolo di Dio, 
che dovete precedere nel suo pellegrinaggio, 
a trovare la gioia nella fede 
e ad imparare il discernimento degli spiriti: 
ad accogliere il bene e rifiutare il male, 
a rimanere e diventare sempre di più, 
in virtù della speranza della fede, 
persone che amano in comunione col Dio-Amore.
Anche oggi Egli ha bisogno di persone che, 
per così dire, gli mettono a disposizione la propria carne, 
che gli donano la materia del mondo e della loro vita, 
servendo così all’unificazione tra Dio e il mondo, 
alla riconciliazione dell’universo. 
Cari amici, è vostro compito bussare in nome di Cristo ai cuori degli uomini. 
Entrando voi stessi in unione con Cristo, 
portare la chiamata di Cristo agli uomini.

Benedetto XVI









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9,51-56.

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui Gesù sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.





IL RIFIUTO CHE CI APRE LE PORTE DELLA MISERICORDIA 

L'amore autentico desidera il bene dell'amato, per questo conosce il dolore del rifiuto. Chi ama, infatti, è libero e lascia liberi: accetta che l'altro non lo accolga. Ma qui cominciano i problemi. Anche se sposati da tanti anni, anche se i nostri figli sono ormai adolescenti e maggiorenni, anche se conosciamo i fratelli delle nostre comunità da molto tempo, ci ricadiamo sempre. E' più forte di noi, non tolleriamo che l'altro non ci capisca, non ci ascolti, e ci rifiuti. Quante liti, quante settimane di musi e silenzi; quante crisi e frustrazioni... E vorremmo poter "dire che scenda un fuoco dal Cielo e distrugga" il male, le idee diverse, la freddezza e le incomprensioni degli altri. Fraintendiamo il segno di Elia, che non ha bruciato gli idoli per vincere una partita con i profeti di Baal, ma per annunciare che esiste un solo Dio che ama l'uomo, risponde al suo grido e si fa carico delle sue vicende. 

E restiamo sordi all'annuncio di questo amore. Rifiutiamo la pretesa della Croce di essere l'unico "luogo" dove fare giustizia della menzogna del demonio e dove incontrare e adorare Dio. I samaritani che non accolgono il Signore sono immagine dell'eresia che cova anche nel nostro cuore, quella che rifiuta l'amore perché legato al Monte Garizim, dove essi credevano si dovesse esclusivamente adorare Dio. 

Ogni eresia, infatti, sbuccia la verità per attaccarsi a un pezzo di scorza e farne l'assoluto. Non possiamo accettare il Legno della Croce che brucia il nostro orgoglio e rivela l'amore di Dio perché siamo attaccati ai fatti nella vita nei quali crediamo di avere patito delle ingiustizie. Adoriamo noi stessi e non accettiamo chi ci annuncia che la vera sofferenza è per i nostri peccati e non a causa degli altri; per questo rifiutiamo chi ci profetizza che è nella Gerusalemme del Mistero Pasquale dove si impara il nuovo culto in Spirito e Verità.  

Per questo, a nostra volta, non digeriamo il rifiuto degli altri; siamo noi, infatti, che stiamo rifiutando "i giorni" della storia come occasioni in cui "si compia il nostro essere tolti dal mondo", dove il fuoco dell'amore di Dio, umiliandoci, bruci gli idoli che ci tengono schiavi per farci capaci di amare. Ci difendiamo perché ciò che muove il nostro cuore e la nostra mente, ciò che genera pensieri, parole e gesti non è l'amore che dona la propria vita e lascia che gli altri la "tolgano dal mondo". L'orizzonte delle nostre relazioni non è Gerusalemme dove Gesù si è fatto gettare fuori dal mondo per aprire un cammino verso il Cielo proprio a chi lo rifiutava. Abbiamo dimenticato che l'altro è il nuovo tempio dove siamo chiamati ad offrirci come un agnellino; prima di decidere come parlare e come agire non ci inginocchiamo nel Getsemani per chiedere con Gesù di compiere la volontà del Padre e rinnegare la nostra; non guardiamo ai fatti come al Golgota preparato per noi dove passare al Cielo attraverso la Croce. Usando le difficoltà e le sofferenze il demonio ci ha rubato l'esperienza di essere morti e risorti con Cristo. Non dimoriamo con Lui in Dio nascosti nella Gerusalemme celeste, per questo non possiamo andare alla Gerusalemme terrestre che ci attende. 

Abbiamo dimenticato la missione per la quale siamo stati chiamati, la santità per la quale ci siamo sposati e abbiamo messo al mondo i figli; se preti, è sparito dal radar del discernimento l'altra riva alla quale siamo stati inviati per condurre il popolo che ci è affidato. Quando ci svegliamo non è per "dirigerci decisamente verso Gerusalemme"; abbiamo paura di morirci perché il demonio ci tieni schiavi. Così ha pervertito la nostra vita: chiamati a seguire il Signore e a precederlo nella storia per preparare la sua Pasqua nella vita delle persone che ci sono accanto, non possiamo non condividerne le sorti. Se le rifiutiamo significa che abbiamo smesso d'essere discepoli, che non lo stiamo seguendo verso Gerusalemme. Non ci stiamo convertendo...

La Città della Pace, infatti, è il nostro destino, dove Dio ci svela la verità. Essa è anche quella che uccide i profeti, la santa e prostituta nella quale si riflette la contraddizione che caratterizza ogni uomo: amato come un figlio, è condannato a vivere come un orfano. Se non vi andiamo non saremo liberati, perché Gerusalemme è anche come il fonte battesimale dove spogliarci dell'uomo vecchio e rivestire il nuovo: solo passando attraverso la Gerusalemme terrestre possiamo entrare nella Gerusalemme celeste. Essa è nostra madre, è la carne che ci ha generato e lo Spirito che ci rigenera. Perché a Gerusalemme "si compie" nell'amore il mistero di ogni uomo. Secondo la tradizione ebraica, infatti, erano legati a Gerusalemme la creazione di Adamo e il sacrificio di Isacco al Monte Moria, profezie che si sarebbero compiute in Cristo. Ivi, la stessa tradizione fissava il luogo del sogno di Giacobbe, quando, "addormentato sulle pietre riconciliate e riunite" (Gen R 68), aveva visto "la scala dalla terra fino al cielo" (Gen. 28,10-22), la Croce che avrebbe dischiuso il Regno al Figlio di Dio e a tutti noi. 

Per questo, con il «volto saldo» e pronto per ricevere insulti, sputi e bestemmie, Gesù si reca a Gerusalemme con lo sguardo puntato irrevocabilmente al compimento dell'opera del Padre, deciso a salvare ogni uomo. Passo dopo passo, villaggio dopo villaggio, rifiuto dopo rifiuto, Gesù non poteva che recarsi pellegrino a Gerusalemme, come a visitare il cuore malato di ciascuno di noi; e non poteva che, rifiutato, salire sulla Croce e «compiere» la Pasqua, che è proprio assumere il rifiuto e trasformarlo in accoglienza umile. E' questo il passaggio che trascina l'uomo nell'obbedienza che sana la contraddizione che porta nel cuore. 

La missione di Gesù, infatti, la sua elevazione sulla Croce inizia a compiersi proprio nell'ascesa a Gerusalemme, durante viaggio del profeta che doveva morire a Gerusalemme. Le sue parole e gli eventi che lo attendevano erano tutti parte della profezia di misericordia di Dio sulla storia e sull'uomo. Il Mistero Pasquale di Cristo non è l'avvenimento di un istante circoscritto; è un pellegrinaggio, una salita-elevazione verso e attraverso Gerusalemme, ha una storia, passa per villaggi e incontri; così è anche della nostra vita. Non vi sono eventi isolati, dove improvvisamente essere cristiani. Tutto è legato, anche le relazioni e i fatti che sembrano marginali, la routine quotidiana illuminati dalla Parola di Dio e dall'insegnamento materno della Chiesa, ci preparano ai momenti dove il Moria, come il Golgota, appaiono dinanzi a noi. Nulla si improvvisa, e non si può essere cristiani e vivere da figli di Dio se non si procede in conversione ogni istante. Non si va Gerusalemme se non camminando dietro a Gesù insieme al Popolo di Dio, con i suoi discepoli.

Allora, proprio il cammino che ci conduce a Gerusalemme è quello dove crescere nella fede, immagine del catecumenato della Chiesa primitiva; lo descrive bene il salmo 84, uno di quelli detti delle ascensioni, che cantavano gli ebrei che salivano in pellegrinaggio a Gerusalemme: "Beato l'uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore. Passando per la valle del pianto la cambia in una sorgente; anche la prima pioggia l'ammanta di benedizioni. Cresce lungo il cammino il suo vigore, finché compare davanti a Dio in Sion". La Chiesa ce lo ha annunciato quando abbiamo ricevuto il battesimo, e, con le sue cure materne, ce lo ricorda sempre: la nostra vita è orientata verso Sion perché la vita di un cristiano si "compie" solo sulla Croce. Quando si "è elevati dal mondo (secondo l'originale greco tradotto con "tolti")" appare la fede adulta. Essa cresce nel cammino che, con Cristo e il suo corpo che è la comunità cristiana, passa per le lacrime della sofferenza, anche dei peccati, e le vede cambiare in una sorgente di acqua viva che zampilla per la vita eterna. 

Non è cristiano chi non ha sperimentato il perdono dei peccati che trasforma il cuore perché ami ciò che ha disprezzato e giudicato. Dirigendosi ogni giorno "decisamente", senza ripensamenti verso Gerusalemme il cristiano trova in Cristo il suo rifugio di fronte alle tentazioni, impara ad avere le sue vie nel cuore, cioè a compiere la volontà di Dio, e sperimenta che ogni evento ammanta di benedizioni la valle impervia della vita di ogni giorno.

Abbiamo dunque bisogno di un cammino di preparazione nel quale purificarci per celebrare la pasqua con Cristo, essere in Lui nuove creature. Secondo la tradizione ebraica, la Pasqua esigeva «preparativi» accurati e lunghi, quanto il cammino di Gesù verso Gerusalemme, quanto il nostro sulla via della conversione e della fede. E «messaggeri» scelti per realizzarli. Essi, come i membri di uno staff che conosce intimamente il presidente e ne condivide la missione, sono inviati per bonificare e preparare la visita. Così hanno fatto nella nostra vita gli apostoli che ci hanno annunciato il Vangelo e ci conducono sulle strade della conversione.  

Senza dimenticare di essere stati guariti gratuitamente dalla stessa eresia, anche noi siamo «angeli inviati davanti al volto» di Gesù come recita l’originale greco: in famiglia, al lavoro, a scuola, ci «incamminiamo» ogni giorno verso il «villaggio dei samaritani» eretici che rifiutavano scandalizzati il Tempio di Gerusalemme. Ovunque la Croce sia di scandalo, anche oggi siamo inviati a cercare hametz, il lievito vecchio dell'ipocrisia che rifiuta la verità, e a prenderlo su di noi, perché Gesù possa compiere in tutti la sua Pasqua. Siamo inviati a bruciare con il fuoco dell’amore indiviso a Cristo gli idoli che tengono schiavi gli uomini. Con la pazienza e l’umiltà che impariamo crocifissi con Cristo, le fondamenta sulle quali sorge, incrollabile e decisa, la nostra missione. 






Lunedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Lunedì della XXVI settimana del Tempo Ordinario





αποφθεγμα Apoftegma


E sono rimasta li’, sul marciapiede del quartiere povero di Calcutta, 
e ho visto che quella non era l’unica donna che vi giaceva, 
e che veniva mangiata dai topi. 
Ho visto anche che era Cristo stesso a soffrire su quel marciapiede.
Mi sono voltata e sono tornata indietro da quella donna, 
ho cacciato via i topi, l’ho sollevata e, 
siccome non volevano accoglierla in nessun luogo,
io stessa l’ho curata. 
Da quel giorno la mia vita e’ cambiata. 
Da quel giorno il mio progetto e’ stato chiaro: 
avrei dovuto vivere per e con il piu’ povero dei poveri su questa terra, 
dovunque lo avessi trovato.

Madre Teresa di Calcutta

    








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 9,46-50.

In quel tempo, nacque una discussione tra i discepoli, chi di loro fosse più grande. 
Allora Gesù, conoscendo il pensiero del loro cuore, prese un bambino, se lo mise vicino e disse loro: «Chi accoglierà questo bambino nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Chi infatti è il più piccolo fra tutti voi, questi è grande».
Giovanni prese la parola dicendo: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito, perché non ti segue insieme con noi». Ma Gesù gli rispose: «Non lo impedite, perché chi non è contro di voi, è per voi».



SENZA DIRITTI A CAUSA DEI NOSTRI PECCATI GESU' CI CHIAMA ACCANTO SE' PER FARE GRANDE NEL CUORE DEL PADRE LA NOSTRA PICCOLEZZA



Vi è una piccolezza che è l'unica e autentica grandezza. Un mistero, un arcano che rimane velato ai discepoli perché non si tratta di un insegnamento da recepire intellettualmente, di una legge morale, di una meta da raggiungere, di un impegno da prendere. E' la piccolezza rivelata sulla Croce. E' lì che Gesù sarà apostolo perfetto del Padre; sulla Croce tutto sarà compiuto. All'udire l'annuncio di questo compimento - il passaggio doloroso del Messia nel rifiuto, nell'umiliazione e nella morte di croce - i discepoli restano come indifferenti, rimuovono la questione in modo del tutto naturale, secondo la carne, e, in tutta risposta, cominciano a discutere su chi, tra loro, fosse il più grande. Letteralmente, entra in loro un pensiero, ovvero, secondo il significato originale del termine "dialogismos", una riflessione interiore e non di una vera e propria discussione tra i discepoli. Ciascuno dialoga con se stesso, ed è la trappola più subdola: l'orizzonte celeste è chiuso, si guarda solo a se stessi, non si riconosce un Altro cui sottoporre i propri pensieri; non si ascolta, è pura solitudine e soliloquio, profezia di una morte incipiente. Dialogando con se stessi ci si consola, ci si vizia, ci si compatisce; o, al contrario, ci si disprezza, ci si giudica senza misericordia. Su tutto campeggia un idolo che si fa sempre più grande, il proprio ego, inizio e fine di ogni pensiero, desiderio, progetto. Sono evidenti le tracce del diavolo, di colui che, attraverso il dialogo, ha diviso il cuore dell'uomo, spezzando il filo di abbandono, dipendenza e obbedienza fiduciosa che lo legava al suo Creatore. Dialogando con se stessi su chi fosse il più grande, i discepoli, senza rendersene conto, dialogavano con il demonio, nemico della Croce. Come ci accade di fronte alla via crucis che ci attende allo schiudersi di un nuovo giorno, e ci troviamo a dialogare con noi stessi, cercando di scoprire la nostra grandezza, il peso nella famiglia, tra gli amici, nel matrimonio, con il fidanzato, a scuola e al lavoro. Cerchiamo una grandezza che ci rassicuri, che scacci timori e precarietà, che ci strappi all'insignificanza, che dia sostanza al nostro stare al mondo. Per questo Gesù, conoscendo la nostra debolezza, prende anche oggi un bambino e lo pone accanto a sé. Che significa? I bambini, nella società di duemila anni fa, erano nulla, erano non persone, miserabili, pitocchi, secondo la traduzione dell'originale termine greco del Vangelo. Al bambino era negato anche il diritto alla vita. Nel caso suo padre non lo avesse accolto in famiglia, il bambino poteva essere gettato fuori, buttato giù da una rupe, lasciato per strada a morire, o essere ceduto come schiavo. Così oggi Gesù, prendendo vicino a sé un fanciullo, ci presenta a noi stessi! Ci svela verità che il demonio vuole occultarci. 

Siamo bambini che dipendono in tutto da Dio! Viviamo per pura Grazia, e questa è la nostra unica e autentica grandezza: nella misura in cui ci lasciamo amare, la grandezza di Dio colma la nostra vita; presi e posti accanto a Cristo siamo grandi, come il ladrone crocifisso al suo lato. Era lì, ed è entrato in Paradiso con il Signore, il primo di tutti... Coraggio allora, facciamoci prendere da Gesù e lasciamoci crocifiggere con Lui, perché i fatti che oggi ci umilieranno ci purificheranno conducendoci alla verità, all'originalità di ciascuno, che è quella di Adamo prima del peccato, obbediente e abbandonato al Padre. La Croce, infatti, spogliandoci della menzogna, ci unisce a Cristo che, per salvarci, si è fatto il più piccolo di tutti. Non saremo soli nelle difficoltà! C'è Lui che ci prende e ci accoglie nella sua intimità per ridonarci la dignità perduta. Allora, è all'ultimo posto che nasce la vera comunione con i fratelli, segreto di un matrimonio santo, di un fidanzamento autentico e di un'amicizia inossidabile, perché la propria realtà accettata umilmente è il grembo che accoglie l'amore di Dio. Nella Verità, infatti, cessano le invidie, le gelosie e gli antagonismi; nella debolezza e nell'indigenza comune a marito e moglie, prete e parrocchiani, genitori e figli, fratello e fratello, opera la stessa potenza di Dio che scaccia il demonio. Nella comunità cristiana è impossibile impedire a Cristo di compiere il bene! L'imperfetto usato nell'originale greco,infatti, indica proprio il tentativo ripetuto e fallito di impedire al tale di scacciare il demonio. Ciò significa che chi cammina nella Chiesa e scende ogni giorno i gradini dell'umiltà, impara ad accogliere se stesso (piccolo e debole) e gli altri (così come sono) "nel nome di Gesù", ovvero nel suo potere che opera miracoli quando, dove e in chi proprio non ce lo aspetteremmo. In te e in me, come in tuo figlio e in quel fratello che stai giudicando perché non ti segue nei tuoi schemi. Quante difficoltà hanno incontrato e continuano a incontrare i carismi donati da Dio alla Chiesa, scontrandosi, nella loro effervescenza e nel loro zelo, con la durezza di chi, spesso affetto da clericalismo cronico, ritiene di essere l'unico depositario del Nome di Gesù.... Ma è proprio quel Nome che si fa dono (carisma) anche nei tempi e luoghi e alle persone più imprevedibili, perché ovunque sia annunciato e conduca alla salvezza le generazioni. Gesù stesso in fondo è stato un carisma incompreso, uno che, secondo il Sinedrio e i potenti di Israele, aveva usato in modo improprio del Nome di Dio, sino a morire per aver bestemmiato ed essersi fatto Dio, ovvero apostolo del Padre. Ma Gesù impedisce che sia impedito l'annuncio, educando così i suoi discepoli a quello che, di lì a poco, anche loro sperimenteranno: il rifiuto da parte della comunità ebraica, la proibizione esplicita di parlare nel Nome di Gesù, sino al martirio. Gesù spezza il laccio della gelosia svelando la verità, che nessuno è contro chi annuncia il Vangelo, non vi può essere rivalità tra chi è stato raggiunto dalla stessa Grazia, dallo stesso amore gratuito.



QUI IL COMMENTO COMPLETO

XXVI Domenica del Tempo Ordinario. Anno C




αποφθεγμα Apoftegma

Il Signore ci vuole condurre da un’intelligenza stolta alla vera sapienza,
ci vuole insegnare a riconoscere il vero bene.
E così, anche se ciò non si trova nel testo,
possiamo in base ai Salmi dire che il ricco epulone
già in questo mondo era un uomo dal cuore vuoto,
che nei suoi stravizi 
voleva solo soffocare il vuoto che era in lui:
nell’aldilà viene solo alla luce 
la verità che era ormai presente anche nell’aldiquà.

Benedetto XVI


Se in questa vita ci spaventerà salutarmente il brano del ricco epulone ch'è stato letto, 
nessuno ci spaventerà dopo questa vita... 
Anche se questa nostra carne indossasse abiti di porpora e di bisso, 

che cos'altro sarebbe se non carne e sangue, ed erba che si secca?
Come appassisce l'erba, così cade a terra il fiore. 

Noi dunque abbiamo una cosa a cui attenerci per non cadere, 
poiché la parola di Dio rimane in eterno.
Cristo ha forse disprezzato questa nostra fragilità e caducità umana? 

Ha detto forse: "l'erba appassisca e il fiore cada, non gli si rechi soccorso"? 
Anzi, al contrario, prese per sé la nostra erba, per farci diventare oro. 

Sant'Agostino













APRIAMO A CRISTO CHE SI E' FATTO PECCATO PER DESTARCI ALLA CONVERSIONE E SAZIARCI CON IL SUO AMORE


Il Signore ci ama e viene ogni giorno per strapparci a  un’esistenza distesa tra vizi e lussi anestetizzanti. Non servono chissà quanti soldi per vivere come l’ “uomo ricco”. Bastano anche i desideri, quelli indotti dalle pubblicità suadenti di prodotti che sembrano regalati; e non possiamo più vivere senza essere connessi non-stop e senza i film in HD, mentre le concupiscenze inesauste ci sbiadiscono i sentimenti.
“Banchettare lautamente” significa mangiare ovunque e senza freni per diventare poi obesi di effimero; “vestirsi di porpora e bisso” significa indossare ipocritamente l’onore, il rispetto, il prestigio e il successo per i quali si è sacrificato tutto, soprattutto la propria anima. I mille compromessi, le menzogne, le invidie, le gelosie e l’avarizia, sono le portate del crasso menu di cui ci satolliamo ogni giorno. E’ la nostra vita, spesa tra banchetti per saziare una fame insaziabile, e vestiti per coprire una nudità che non si può dimenticare, l’indigenza mortale dove ci ha sospinto il demonio.
Per questo la salvezza appare sulla soglia della nostra vita con gli abiti lisi di un mendicanteaffamato: “Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo” (don Giussani). Anche oggi, infatti, è come quell‘oggi del ladrone crocifisso accanto a Gesù: proprio in quel momento l’infinita misericordia lo visitava con la carne lacerata di Cristo crocifisso giunta a un passo da lui.Dio era lì come l’ultimo peccatore della terra e mendicava da lui una parola capace di mendicare il suo perdono.
Come oggi è a un soffio da te e da me, “coperto di piaghe” – una per peccato, i nostri – “bramoso di sfamarsi di quello che cade dalla nostra mensa”, mendicando cioè un frammento della nostra vita sfregiata dal peccato. Gesù “brama” solo una briciola insanguinata, quella di cui neanche ci avvediamo: quel giudizio avventato e scivolato sulle labbra, e uccidevamo un fratello; quell’ironia gratuita che ha umiliato la moglie o il figlio, e noi continuando a vedere la televisione come niente fosse… Il Signore desidera tutti i momenti nei quali non abbiamo saputo e potuto amare, briciole capaci di sfamare e, invece, buttate via.
Tutti quei momenti che, ripensandoli, ci fanno dire: “se avessi fatto o detto in quest’altro modo…”; che ciechi siamo, quel “se” è assurdo perché in quei frangenti ci siamo comportati come potevamo, e non c’era alternativa, perché siamo peccatori, punto. Non esisteva un altro me stesso, buono e santo… E’ illusorio e fuorviante pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente, perché solo una completa rigenerazione del cuore può cambiare parole e gesti. Per questo Gesù ci chiede di dargli i nostri vestiti pieni di strappi e scuciture, perché possa darci la veste bianca del perdono e dell’amore, per entrare con Lui nel Paradiso.
E’ per il Cielo, infatti, che siamo nati. Una volta varcata la soglia della tomba il “ricco” apre gli occhi sulla verità. La vita non si giocava tutta sulla terra perché oltre la morte esistono davvero Paradiso e inferno. Come possiamo accorgercene anche noi, tutte le volte che precipitiamo negli inferi a causa dei nostri peccati. Hai disprezzato tua moglie e ora non ti parla da un mese e ti si nega per vendetta? Hai tradito la fiducia di chi ti è accanto, lo hai usato per saziarti, e ora ti trovi solo, crocifisso nell’impotenza? Guarda bene, apri gli occhi e capirai che nulla è senza conseguenze, e queste sono, già qui, anticipo e profezia di ciò che vi sarà oltre la morte.
Come non credere all’eternità se ogni giorno sperimentiamo il gusto dolce o amaro delle decisioni? E come mai l’amaro ci vien voglia di sputarlo? Perché non siamo fatti per l’inferno e i suoi “tormenti”, ma per il paradiso e le sue “consolazioni”, quelle che pregustiamo quando amiamo davvero. Allora, come pensare che non vi sia nulla oltre la morte se c’è qualcosa oltre anche ogni nostra parola? La vita è seria, eccome, e tutto ha un valore immenso, anche le “briciole”, perché perfino ogni sguardo ha il suo riverbero oltre la morte, per il Cielo o per l’inferno.
Anche noi, proprio come il “ricco”, possiamo oggi “alzare lo sguardo” e contemplare Abramo e i santi nel Cielo. Tra “i tormenti” di un rancore possiamo sperare lo stesso destino di Lazzaro, il fratello che ha saputo amare in mezzo ai “suoi mali”. Non siamo morti, c’è ancora un oggi per convertirci: proprio ora Cristo è accanto a te, e, come Lazzaro, mendica la tua attenzione. Il fratello che oggi busserà e chiederà amore, è l’occasione che Di ci dona per aprire gli occhi: la povertà di Lazzaro infatti, è l’immagine che il ricco non vuole guardare, è la propria realtà cancellata e dimenticata.
Per raggiungerci, Gesù ha assunto la nostra natura di poveri Lazzaro: è Lui che, oggi, giace alla nostra porta, sulla soglia della nostra vita mondana, orgogliosa e arrogante. Gesù si è fatto Lazzaro perché potessimo riconoscere la nostra realtà; ha bussato al nostro cuore vestito della stessa nostra debolezza per svegliarci dall’inganno della superbia e della superficialità. Ci chiede le briciole, per dirci che anch’esse sono importanti e decisive. Lazzaro le voleva, gli bastavano, come a tuo figlio, o a tua sorella…
Convertirsi è riconoscere di essere come i pagani, poveri “cani” scacciati da tutti, secondo l’immagine forte che li descriveva. Ma proprio per questo erano gli unici ad accorgersi del suo dolore innamorato: ne erano mendicanti, pronti a curare le “piaghe” che li salvavano, tra l’indifferenza e il rifiuto dei farisei, che non avevano bisogno di nulla.
Convertirsi è scoprire di non avere nessuno che “bagni la punta del dito per bagnarci la lingua” e ridonarci parola e comunione. Senza un amore che superi le barriere della carne, infatti, siamo chiusi a tutti, ed è l’inferno: “un grande abisso” tra i coniugi, tra genitori e figli, tra colleghi e fidanzati. E non si può fare nulla, perché così è “stabilito” dalle nostre scelte. Ma Cristo è risuscitato, ha vinto peccato e morte; e ora, in Cielo, intercede per noi, e ci aiuta a “rientrare in noi stessi”, come il figlio prodigo; e accettare di essere, in questa terra, dei poveri mendicanti che possono solo tendere la mano alla misericordia di Dio.
Così un matrimonio sarà vero e autentico nella misura in cui entrambi i coniugi vivranno nella verità della mendicanza. La moglie che non ci parla sarà allora trasfigurata e riconosceremo in lei il povero Lazzaro: non più un nemico da combattere e sul quale prevalere, ma la nostra stessa povertà che bussa al nostro cuore: nell’esperienza di essere stati amati così come siamo potremo accogliere e amare Cristo crocifisso in chi, invece, vorremmo cancellare, e così entrare insieme nel Paradiso di un matrimonio rigenerato.
Ma per giungere a questa umiltà, occorre un cammino lungo quanto tutta la vitaperché nulla si improvvisa. Per questo, anche se ora apparisse Cristo risorto davanti a noi, non cambierebbe nulla. Non crederemmo, perché ancora chiusi nell’orgoglio. Abbiamo bisogno di “ascoltare Mosè e i Profeti”, per accogliere la fede che ci apra all’annuncio che illumina e salva la nostra vita; occorre imparare a camminare ascoltando, per aprire gli occhi e accogliere Cristo che, anche ora, bussa al nostro cuore in modo inaspettato, nel povero più povero, nel peccatore rifiutato, nell’ultimo di questa generazione.





Sabato della XXV settimana del Tempo Ordinario. Commento audio




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COMMENTO CATECHETICO