STRADA, SPINE E SASSI TRASFORMATI IN TERRA BUONA E BELLA NELLA QUALE SI COMPIE IL MISTERO PASQUALE DEL SIGNORE


Il Vangelo di oggi ci ricorda le Parole che Dio rivolse al suo Popolo in procinto di entrare nella Terra Promessa: "se non vi farete idoli... la terra darà i suoi prodotti... perché io sono il Signore vostro Dio che vi ha fatto uscire dall'Egitto, ha spezzato il giogo e vi ha fatto camminare a testa alta... ma se non ascolterete... seminerete invano il vostro seme e se lo mangeranno i vostri nemici... sconterete le vostre colpe nel paese dei vostri nemici.. il vostro cuore non circonciso si umilierà e allora mi ricorderò dell'Alleanza" (Lev. 26). La Parabola del Seminatore ci annuncia che Dio non ha rotto l'Alleanza con noi, idolatri per aver indurito il cuore alla sua voce ascoltando la parola velenosa del maligno. Nella semina della Parola che è l'evangelizzazione della Chiesa, Cristo viene a cercarci nella terra del nostro esilio, infeconda perché seminata con la menzogna satanica dell'idolatria. Anche oggi il Signore visita la terra che, attraverso la storia di umiliazioni e fallimenti, ha preparato perché accolga l'annuncio del Vangelo. Anche oggi esce il Seminatore e al suo passaggio stilla l'abbondanza di frutti: la predicazione infatti ci annuncia Cristo, il seme gettato sulla strada, tra sassi e spine. Accolto con entusiasmo e, nel volgere di pochi giorni, gettato fuori dalla città carico della Croce, cinta la testa da una corona di spine, tra insulti e sputi lanciati come pietre al suo passaggio, il Seminatore si è inoltrato sulla strada preparata dai nostri peccati per seminarvi la sua vittoria. E l'Agnello si è lasciato immolare sul Golgota, trasformato in un giardino dal suo corpo in esso sepolto, la terra buona che, nella sua risurrezione, ha dato il frutto della nostra salvezza. Per mezzo dei sacramenti Gesù attraversa la morte della nostra terra infeconda per estirpare con il perdono il seme dell'idolatria e deporvi quello della vita nuova nell'obbedienza. Allora coraggio, siamo il frutto del suo amore più forte del peccato e della morte. Per questo in Lui possiamo dare il frutto abbondante della fede seminata dalla sua Parola, opere che testimoniano la vita eterna in noi, che ci fa camminare a testa alta e discernere in ogni evento l'occasione per donare a tutti, secondo le loro necessità, il trenta, il sessanta, il cento del suo amore.

Mercoledì della XVI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio




QUI UN ALTRO COMMENTO






Mercoledì della XVI settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Noi non potevamo andare a lui, perché i nostri peccati ce lo impedivano; 
allora è stato lui a venire a noi. 
E perché uscì? 
Per distruggere la terra dove pullulavano le spine? 
Per punirne i coltivatori? 
Assolutamente no. 
Egli viene a coltivare questa terra, a prendersi cura di essa, 
e seminarvi la parola di santità. 
Il seme infatti di cui egli parla, è la sua dottrina; 
il campo, è l’anima dell’uomo; il seminatore, lui in persona... 
      A ragione si farebbero rimproveri a un coltivatore 

che semini così abbondantemente... 
Ma quando si tratta delle cose dell’anima, 
la pietra può essere trasformata in una terra fertile, 
la strada può non essere calpestata da tutti i passanti 
e diventare un campo fecondo, l
e spine possono essere sradicate e permettere al seme 
di crescere in tutta tranquilità. 
Se questo non fosse possibile, egli non avrebbe sparso il suo seme. 
E se la trasformazione non si realizza, 
la colpa non è del seminatore, 
bensì di coloro che non hanno voluto lasciarsi trasformare. 
Il seminatore ha fatto il suo lavoro. 
Se il suo seme è stato sprecato, 
l’autore di un così grande beneficio non ne è responsabile. 
Perché nulla di simile ci succeda, 
imprimiamo la parola nella nostra memoria, 
con ardore e in profondità. 
Anche se il diavolo cercherà di sradicare tutto  attorno a noi, 
avremo abbastanza forza perché egli non sradichi nulla dentro di noi.

San Giovanni Crisostomo






QUI UN ALTRO COMMENTO











L'ANNUNCIO


Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-9.
Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare. Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca; là si pose a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose in parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un'altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c'era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.
Un'altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.
Un'altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda».








STRADA, SPINE E SASSI TRASFORMATI IN TERRA BUONA E BELLA NELLA QUALE SI COMPIE IL MISTERO PASQUALE DEL SIGNORE

Un Agnello immolato, una Pietra scartata, ovvero un seme gettato sulla strada, tra sassi e spine. E' la fotografia del Golgota, la "terra buona" dove è apparso il frutto migliore. La terra bella, scandalo e stoltezza di chi ha occhi ma non vede, di chi si crede sapiente ed è incatenato alla carne. La Parabola del Vangelo di oggi ci conduce con Cristo nel suo pellegrinaggio d'amore. Rifiutato, deriso, accolto con entusiasmo e, nel volgere di pochi giorni, gettato fuori dalla città, carico di una Croce, cinta la testa da una corona di spine, e pietre lanciate al suo passaggio, la "strada" del Supplizio. Il seminatore è uscito dal Padre a seminare, incamminato sulla "via crucis" della nostra salvezza. Era il suo cammino al fondo dell'abisso, nelle viscere dello Sheol, l'inferno gravido di morte che alberga nei nostri cuori. La sua Parola, fatta carne viva nella sua carne traboccante d'amore. La Parola seminata sul tragitto della Via Dolorosa, quella che conduce al fondo del nostro cuore, laddove nascono i frutti velenosi dell'inganno del maligno. La semina della Parola è il viaggio di Cristo al fondo del peccato. E' il suo cercarci nella nostra vita tappezzata di entusiasmi e fughe; di preoccupazioni pagane per il domani, affanni e alienazioni; di paure dinanzi alle persecuzioni, egoismi, concupiscenze, menzogne, violenze, e molto altro. In mezzo a tutto questo, Lui ha deposto il seme indomito del suo amore, che non ritornerà al Padre senza aver prodotto il frutto per cui è stato seminato, ovvero la nostra conversione, il nostro incontro con Lui. Le viscere di peccato delle nostre esistenze confuse, immerse nelle sue viscere di misericordia. Il Golgota di oggi, il terreno bello per il Più bello tra i figli dell'uomo. Anche questa mattina ci siamo noi e Lui, il Signore. Così come siamo, ma visitati dal suo folle amore. Lui vede anche oggi, dietro alla strada, dietro ai sassi, dietro alle spine, la terra buona. Lui attraversa la morte della nostra terra infeconda, non si ferma dinanzi alle nostre matrici incapaci di dare vita; Lui va diritto al cuore, laddove il demonio ha deposto il suo seme velenoso, per estirparlo, per guarirci, per seminarvi la sua vita. Lui guarda il suo volto scolpito in noi, deturpato, ferito. E lo può fare perché ci guarda dalla sua Croce, dove si è fatto come noi per farci come Lui. La nostra Croce e la sua, il cortocircuito di misericordia capace di folgorare il peccato e trasformare qualsiasi suolo in terreno bello. In Lui possiamo dare un frutto fantastico: il frutto copioso del seme impavido fatto peccato, maledizione per noi, perché diventassimo, anche oggi, il suo frutto più bello; santi e immacolati per dare a tutti secondo il loro bisogno: "il trenta, il sessanta, il cento" del suo amore.




QUI GLI APPROFONDIMENTI



DISSETATI AL CALICE DELLA MISERICORDIA SERVIAMO CRISTO IN OGNI UOMO OFFRENDO LA VITA



Il Signore aveva appena annunciato, per la terza volta, il suo destino: Passione, Croce e Resurrezione. Ma i loro interessi e le aspirazioni più profonde soffocavano le parole serie e gravi del Maestro. Il cuore dei più intimi di Gesù, di Giacomo e Giovanni, era come il nostro, piagato di vanagloria e di egoismo. Un'inguaribile tendenza a fare di tutto, anche del seguire Gesù, qualcosa che ci sia propizio e soddisfi i nostri bisogni, affettivi e carnali, per sentirci vivi. Nelle parole, lacci. Negli sguardi, ventose. Negli atteggiamenti, esche. Nelle opere, catene. Ci diciamo pronti a qualsiasi cosa, a "bere qualunque calice", ma è per "sedere alla destra e alla sinistra" di chi possa assicurare un posto di prestigio nella vita. Nulla in noi è gratuito perché, ingannati dal demonio, scambiamo Dio con "io". Per questo, nella "madre dei figli di Zebedeo" possiamo rintracciare le sembianze di ogni nostra madre che, avendoci concepito nel peccato, ci ha trasmesso desideri e obbiettivi limitati alla carne che, una volta raggiunti, ci lasciano più vuoti di prima: "studia figlio mio, cercati una brava ragazza, e un posto fisso mi raccomando, e una casa che il mattone è per sempre; e risparmia, accumula, che non si sa mai nella vita...". Eppure, anche sotto ciò che nostra madre ci ha insegnato a "volere che il Signore ci faccia", si cela in noi il desiderio di partecipare a qualcosa che non muoia e non ci faccia preda degli eventi, di relazioni stabili e durature. Ma "Gesù esaudisce le sue promesse, non le nostre attese" (S. Fausti), perché è Dio, quello vero a cui possiamo assomigliare, l'ecce homo nel quale siamo stati creati e ricreati, non il feticcio che immaginiamo; non il Messia che instauri un regno umano dove, come Giacomo e Giovanni pensavano, possiamo dominare con Lui su tutto e tutti. Cristo non ha il "potere" mondano che esige di "essere servito", ma quello celeste e scandaloso di "servire" che, attraverso la Chiesa, viene anche oggi a donarci con la Vita Eterna, l'essere più profondo che riordina ogni relazione nella disciplina dell'amore. La Grazia di dare la vita, amare, anche quando non si è amati, anche quando si è disprezzati, come ha sperimentato San Giacomo, che ha offerto se stesso nel martirio d'amore; invece del primo che la carne desidera, ha occupato l'ultimo posto, il più vero, il più felice perché è il posto di Cristo, dove per salvarci ha bevuto sino in fondo il calice che gli abbiamo porto ricolmo dei nostri peccati. Lo stesso calice è preparato per noi nella Chiesa, dove tra i fratelli nulla è come nel mondo di chi brama potere e successo. Essa è la Madre che ci gesta per non seguire più i desideri della nostra madre nella carne porgendoci il calice del sangue di Cristo che ha distrutto il peccato e ci colma della sua stessa vita più forte della morte infondendo in noi il potere di servire ogni uomo bevendo il calice della sofferenza che l'amore suppone. Per questo ogni giorno è pronto per noi un calice con il quale Gesù ridesta la chiamata a seguirlo che raggiunse anche Giacomo sulle rive del mare di Galilea. Lui ha il potere di farci vivere all'ultimo posto dove servire chi ci è accanto contemplando, come Giacomo, nella Trasfigurazione del Signore il suo potere che trasforma anche noi, pavidi e incoerenti che si addormentano nel Getsemani, in apostoli capaci di pazienza nelle sofferenze e nelle persecuzioni per annunciare il Vangelo compiendo i miracoli dell'amore che sovrabbonda in noi. Forse non saremo inviati in Spagna come Giacomo, ma di certo sino agli estremi confini della terra e della vita di chi ci è accanto. Certo, soffriremo delusioni e fallimenti come l'apostolo ha patito l'insuccesso della sua predicazione. Ma apparirà anche a noi la Vergine Maria, sul pilastro della Croce come apparve a Giacomo in quel di Saragozza: coraggio, non siamo soli nella missione che ci è affidata. Maria è con noi per consolarci e sostenerci affinché con la Chiesa di cui è immagine, possiamo bere il calice del dolore e del peccato di ogni uomo per testimoniare la vittoria di Cristo contro cui il veleno di cui è colmo non ha potere.

25 Luglio. San Giacomo Apostolo. Commento audio





25 Luglio. San Giacomo Apostolo




αποφθεγμα Apoftegma

Il modo di governare di Gesù non è quello del dominio, 
ma è l’umile ed amoroso servizio della Lavanda dei piedi, 
e la regalità di Cristo sull’universo non è un trionfo terreno, 
ma trova il suo culmine sul legno della Croce.

Benedetto XVI










L'ANNUNCIO


Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 20,20-28. 

In quel tempo si avvicinò a Gesù la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. 
Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». 
Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». 
Ed egli soggiunse: «Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio». 
Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; 
ma Gesù, chiamatili a sé, disse: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. 
Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti».









DISSETATI AL CALICE DELLA MISERICORDIA SERVIAMO CRISTO IN OGNI UOMO OFFRENDO LA VITA

Il Signore aveva appena annunciato, per la terza volta, il suo destino: Passione, Croce e Resurrezione. Acqua fresca sui discepoli. I loro interessi, le loro aspirazioni più profonde soffocavano le parole serie e gravi del Maestro. Il cuore dei più intimi di Gesù era esattamente come il nostro. Vi albergava una perversione di fondo, la brama di potere, di prestigio, che significa l'invincibile desiderio di "essere". In tutto, anche nell'accompagnare il Signore, il nostro cuore è profondamente piagato di vanagloria e di egoismo. Un'inguaribile tendenza a fare di tutto quel che ci è dato di vivere, soprattutto delle nostre relazioni, qualcosa che ci sia propizio, che porti acqua al mulino dei nostri bisogni, affettivi e carnali, per poterci sentire vivi. Nulla in noi è gratuito, l'orizzonte dei nostri pensieri, dei nostri atti, anche quelli che paiono intessuti dell'amore più puro, è il nostro inaffondabile "io". Scambiamo Dio con "io", naturalmente, senza rendercene conto. Come Giacomo, come Giovanni. Proviamo a scandagliare il nostro cuore e ne vedremo delle belle. Nelle parole, lacci. Negli sguardi, ventose. Negli atteggiamenti, esche. Nelle opere, catene. La prova? Nelle delusioni che proviamo, nei rancori che ci prendono, nella gelosia che ci taglia il cuore. Ci diciamo pronti a qualsiasi cosa, a "bere qualunque calice", pur di "sedere alla destra e alla sinistra" del più forte di tutti. Pur di essere come Dio. E, spesso, ci buttiamo davvero nel fuoco; le passioni, quando si scatenano, fanno fare cose irragionevoli, lo sanno anche i ragazzini, purtroppo... Ma l'orizzonte è sempre lo stesso che ci ha mostrato, subdolamente, il demonio, l'illusorio destino promesso ad Adamo e ad Eva: diventare come Dio. E, feriti dalla menzogna, ci ritroviamo a vivere come pesci sbattuti sulla battigia, ci dimeniamo e ci pare di morire: ogni circostanza ci è pesante, ogni relazione un peso insopportabile; cerchiamo il mare perduto, l'ambiente per il quale siamo stati creati, mossi dal terrore di scomparire, di non essere importanti, di non valere. Avendo perduto il Paradiso e la comunione con Dio, siamo ormai senza radici e le giornate non hanno che obiettivi effimeri, i quali, una volta raggiunti, ci lasciano più vuoti di prima. Per questo, nella "madre dei figli di Zebedeo" possiamo rintracciare le sembianze di ogni nostra madre che, avendoci concepito nel peccato, ci ha trasmesso desideri e speranze limitati alla carne: "studia figlio mio, cercati una brava ragazza, e un posto fisso mi raccomando, e una casa che il mattone è per sempre; e risparmia, accumula, che non si sa mai nella vita...". L'uomo vecchio, infatti, non sa fare altro che bramare quello che desidera la carne sprovvista di un solido fondamento e dello Spirito che le dia vita autentica, brame sempre in conflitto con i desideri dello Spirito. Eppure, anche sotto la coltre di concupiscenza che ricopre il cuore, anche in ciò che la madre ci ha insegnato a "volere che il Signore ci faccia", grida il desiderio inossidabile di Dio: è nascosto nella richiesta di partecipare a qualcosa che non muoia, che non ci faccia preda degli eventi, nel desiderio di relazioni stabili e durature. Ma tutto è malato di orgoglio ed egoismo, che scambiano il Cielo con la storia e i rapporti asserviti al nostro cuore. Per questo facciamo e disfiamo, costruiamo castelli di compromessi, impietriti dinanzi alla possibilità d'essere lasciati, abbandonati, rifiutati. L'odore della morte e della solitudine ci turba e atterrisce, e così ci illudiamo di scacciare i fantasmi con il fantasma più grande, la menzogna del mentitore. 


Aosta, chiesa di sant'Orso:
il martirio di san Giacomo, affresco del XIII sec.


Ma "Gesù esaudisce le sue promesse, non le nostre attese" (S. Fausti), perché ci ama, davvero e sino in fondo. Gesù è Dio, quello vero a cui possiamo assomigliare, del quale possiamo acquisire la natura, l'essere vero, pieno, e perfetto. E' l'ecce homo nel quale tutti siamo stati creati e ricreati. Non il feticcio che ci siamo immaginato, come Giacomo e Giovanni, ovvero un regno umano che "domini" su tutto e tutti. In Lui non vi è il "potere" mondano che esige di "essere servito", ma quello celeste e scandaloso di "servire". Gesù ci viene anche oggi a donare la Croce sulla quale sperimentare la vera gioia, che scaturisce solo da un cuore rigenerato e pronto a consegnarsi: "Non è il potere che redime, ma l'amore! Questo e' il segno di Dio: Egli stesso e' amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell'umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo e' redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini" (Benedetto XVI). Ecco l'eredità che Cristo risorto ha consegnato a Giacomo, la libertà sconfinata e la pazienza nelle sofferenze di chi possiede una vita senza fine. E la può donare, e in questo, gustare la pace, la gioia, l'essere più profondo, che davvero non passa, che riordina ogni relazione nella disciplina dell'amore. Ecco il regalo di Cristo risorto: la Grazia di dare la vita, amare, anche quando non si è amati, anche quando si è disprezzati. L'aveva compreso S. Francesco, e aveva vissuto sino in fondo la perfetta letizia del suo Signore. Così Giacomo, che ha offerto se stesso nel martirio d'amore, invece del primo che la carne desidera, ha occupato l'ultimo posto, il più bello, il più vero, il più felice. Il posto di Cristo. Il posto dell'amore infinito: "Quei discepoli che volevano sedersi uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, cercavano anch'essi la gloria; miravano alla meta, ma non vedevano la via; il Signore li richiamava alla via, onde potessero con sicurezza raggiungere la patria. Eccelsa è la patria, umile è la via. La patria è la vita di Cristo, la via è la sua morte. La patria è lassù ove Cristo dimora con il Padre, la via è la sua passione. Chi ricusa la via, non cerca la patria" (S. Agostino). "Un calice" è pronto anche per noi: ti svegli e Cristo è a fianco a te porgendotelo. In esso è vi è il suo sangue sparso per amore di ogni uomo. E' amaro, se ne bevono le incomprensioni, i rifiuti, le calunnie, le frustrazioni, il male che scorre a fiumi intorno a noi. Il Signore ha bevuto sino in fondo quello che tu ed io gli abbiamo porto con i nostri peccati; e così ci ha salvato. Oggi lo stesso calice è "preparato" per noi, se davvero siamo rinati nel suo amore. Questo "calice" è proprio l'unica chiave per accedere all'intimità con Gesù, non importa se "alla sua destra o alla sua sinistra"; importa essere una cosa sola con Lui, che significa pace e allegria del cuore, partecipando alla sua stessa missione. In essa si sperimenta il "suo Regno" già in mezzo al regno del demonio, tra le traversie del mondo. In esso si vive la vita del Cielo, amore purissimo che non conosce ostacoli, perché la morte è vinta e non vi ha più potere. Per questo Gesù ci dice che "non così dovrà essere tra voi": la Chiesa è diversa dal mondo in modo inconfondibile, è un segno escatologico che indica come vivere per essere davvero felici; per questo, è la comunità inviata a bere il calice di dolore e peccati del mondo. Non potrà compiere la sua missione se non sperimenta, ogni giorno, che il veleno che lo colma non uccide. 




Già, ma come lo sperimenta? Nell'amore e nell'unità tra i figli che Dio le dona. Per questo i primi che ci presenteranno un calice di debolezze e peccati saranno proprio i fratelli chiamati alla stessa nostra comunità concreta: quelli con cui cammini sul sentiero stretto della conversione dove matura la fede, e sono spesso insopportabili, pieni di difetti e fragilità, esattamente come te e come me. Ma "tra noi" c'è qualcosa che il mondo non conosce: la misericordia che appare in Cristo inginocchiato dinanzi a noi per lavarci i piedi e perdonarci ogni peccato. Lui si è fatto "l'ultimo e il servo di tutti" per "riscattarci" dall'egoismo. Non c'era altra via e Lui l'ha percorsa, sino all'ultimo nostro peccato. Chi sperimenta il suo amore infinito ha uno sguardo nuovo sulle cose e le persone, perché ha cambiato mentalità; è incapace di "dominare" gli altri, nonostante sia tentato a farlo dai rantoli dell'uomo vecchio; sa che è stolto "esercitare il potere" sulle situazioni, perché "non così" è stato amato e liberato. "Non così" ha conosciuto la vera felicità. E' stato chiamato, infatti, gratuitamente e inaspettatamente come Giacomo sulle rive della sua grigia routine, laddove ha cercato inutilmente senso e gioia per la propria vita. Per questo lascerà quelle reti infruttuose e il padre della carne sterile, per seguire una speranza così diversa da ogni altra, come il Cielo e l'infinito fatti carne in un amore che lo ha accolto esattamente come è, senza altre condizioni se non quella di lasciarsi amare, cioè di seguire le orme di quell'unico Uomo capace di amare così. Rigenerato dalla compagnia e dall'amicizia di Gesù, ne sarà così intimamente unito da lasciarsi crocifiggere con Lui, prendendo con lo stesso amore l'ultimo posto dove "servire" marito, moglie, figli, fidanzato, collega, anche e soprattutto il nemico. Siamo rinati nel battesimo per non vivere più seguendo i desideri della nostra "madre" nella carne, ma per "servire" ogni uomo, nella nuova natura che la "madre" Chiesa ci ha donato, e che continua ad alimentare con la Parola e i sacramenti perché diventi adulta e ci faccia finalmente liberi. Come Giacomo, infatti, attraverso la cura della Chiesa, sperimenteremo la Trasfigurazione del Signore che trasforma anche noi, pavidi e incoerenti, in apostoli capaci di pazienza nelle sofferenze e nelle persecuzioni; contempleremo in noi e nei fratelli il potere della Parola di Gesù, i suoi miracoli che scacciano i demoni, guariscono ogni infermità del cuore e risuscitano i morti a causa dei peccati; saremo condotti con Cristo al Getsemani, e lì - lo abbiamo di certo già sperimentato - ci addormenteremo oppressi dal sonno dell'uomo vecchio che sfugge responsabilità e sofferenze, e lo lasceremo di nuovo solo. Ma proprio grazie all'esperienza della nostra infinita debolezza, accettando la nostra totale impotenza, potremo accogliere l'obbedienza di Cristo che è il carattere inconfondibile di chi gli appartiene e vive per Lui e in Lui; la riceveremo immergendoci nelle acque della sua misericordia per rivestircene come l'abito nuziale, segno del dono e della liberazione da noi stessi e dal nostro sonno di paura di fronte alla Croce. Così risorti con Cristo, potremo essere colmati dallo Spirito Santo, nel quale vivere come "figli del tuono" che ha vinto la nostra morte per fare della nostra vita un prodigio che illumina le tenebre e scuote la terra nello zelo di "servire" ogni peccatore, i più piccoli e disprezzati nel mondo. Per questo, la nostra vita non può essere che quella di Cristo. Tutte le altre sono solo illusioni, fantasie gravide di sofferenza. Lasciamoci attirare nella sua intimità; camminiamo stretti a Lui, sulla via che ci conduce al vero, al bello e al buono. La via stretta e dolorosa della storia pregna del suo amore, orientata e sicura verso il suo Regno dove vivremo la pienezza del suo amore, la patria eterna per la quale siamo nati e alla quale siamo chiamati a condurre il mondo. Forse non saremo inviati in Spagna come Giacomo, ma di certo sino agli estremi confini della terra e della vita di chi ci è accanto, per scendere al fondo di ogni sofferenza e caricarci di ogni peccato, nel martirio dell'amore autentico. Certo, soffriremo delusioni e fallimenti come l'apostolo ha patito l'insuccesso della sua predicazione. Ma apparirà anche a noi la Vergine Maria, sul pilastro della Croce come apparve a Giacomo in quel di Saragozza: coraggio, non siamo soli nella missione che ci è affidata! La Chiesa nostra madre è con noi, ci accompagna, ci consola, ci istruisce e ci nutre, perché il nostro pellegrinaggio terreno, tra casa, ufficio, scuola e fatica e sofferenze, sia un passaggio beneficante per ogni uomo.















QUI GLI APPROFONDIMENTI





NELLA CROCE DI OGNI GIORNO IL SIGNORE SI OFFRE VITTORIOSO SUL PECCATO PER OFFRIRCI IL SEGNO DEL PERDONO



Se stiamo mormorando ed esigendo che Dio cambi eventi, persone e perfino noi stessi, significa che non abbiamo creduto al segno di Giona profeta. Ingannati dalla sapienza mondana, preoccupati della giustizia carnale non possiamo accogliere, umilmente, la chiamata a conversione che l'unico segno offerto da Gesù ogni giorno ci annuncia. Siamo ancora figli di questa generazione, perversa e adultera. Per-vertiamo lo sguardo del cuore "volgendolo in un altro verso", opposto a quello di Dio; per questo abbiamo tradito il nostro Sposo, cercando affetto, stima, considerazione e vita negli amanti con i quali ci siamo pervertiti. Abbiamo creduto all'annuncio del demonio, identico a quello fatto ad Eva, e ci siamo concessi agli idoli di questo mondo. Come potremmo credere, se il segno che chiediamo è un idolo fabbricato dal nostro cuore malato? Per questo tentiamo Dio, rifiutando quello che ci offre nella storia. Perché chiedere che tua moglie o tuo marito cambi è una perversione; chiedere che gli eventi vadano secondo i nostri schemi è adulterio. E' chiedere un segno "eugenetico", che spiani la strada ad una vita senza problemi, senza sofferenze, senza croce. "Con-vertiamoci" allora, oggi, ora! "Volgiamo di nuovo lo sguardo a Colui che abbiamo trafitto", e rigettiamo sinceramente l'opera del demonio nella nostra vita. Oggi è il momento favorevole! Guardiamoci intorno, nella Chiesa, nella nostra comunità: vedremo "alzati", ovvero "risorti" in una vita nuova gli "abitanti di Ninive", i peccatori incalliti che si sono convertiti al "kerygma" (secondo l'originale greco tradotto con "predicazione"); vedremo "levarsi", ovvero "risorgere" dalla sapienza carnale e dalla gloria vana del mondo, la "Regina del sud", i tanti "venuti dall'estremità della terra ad ascoltare la sapienza di Salomone" che gli ha annunciato l'amore celeste. Guarda, nella Chiesa ci sono donati tanti fratelli che si stanno realmente convertendo e ti stanno "giudicando", insieme a "questa generazione" che ha rinnegato Dio. Ma è un giudizio riservato al tuo e al mio uomo vecchio, affinché sia annegato nelle viscere della misericordia di Dio. Accettiamo questo giudizio, riconosciamoci peccatori, perché nella Chiesa Cristo continua a scendere nel ventre della terra per tre giorni per incontrarci e farci risorgere con Lui come nuove creature. Convertiamoci e smettiamo di tentare Dio perché ci dia un segno che tolga l'unico segno che ci può salvare, la croce che anche oggi ci accompagna nel "ventre della balena" dove sperimentiamo la solitudine, i nostri limiti e dolori, le angosce, il frutto dei nostri peccati. Ma lì, dove più acuto è il dolore, è crocifisso suo Figlio. Per questo proprio la nostra vita è il segno, l'unico, che ci è dato per convertirci; non ve ne sono altri, come non vi saranno altre vite, altri giorni, ma solo la croce di oggi, primo e ultimo giorno della nostra vita.

Lunedì della XVI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio