II Domenica del Tempo di Avvento. Anno A




αποφθεγμα Apoftegma

O preziosa e santissima Parola di Dio! 
Tu illumini i cuori dei fedeli, tu sazi gli affamati, tu consoli gli afflitti; 
tu rendi feconda la mente di tutti i buoni 
e fai germogliare tutte le virtù; 
tu strappi le anime dalla bocca del diavolo, 
giustifichi gli empi e da terreni li trasformi in celesti.
Dove infatti è dato ricevere lo Spirito Santo? 

Mediante la predicazione. 
Dove piangi i tuoi peccati e dove perdoni le ingiurie ricevute? 
Nella predicazione. 
Dove deponi la cattiva volontà e ottieni la pazienza 
e ritrovi l’anima che era perduta? 
Mediante la predicazione. 
Dove hai conosciuto Dio, e dove gli empi diventano giusti? 
Per via della predicazione. 
Dove vengono rimessi tanti peccati, gli omicidi, 
le impudicizie, le infedeltà, gli odi, ed altre cose del genere? 
Attraverso la predicazione. 
Che cosa ha mantenuto il popolo nella fede? 
La predicazione.
Poiché coloro che non ascoltano la Parola di Dio 

sono come gli esseri senza ragione. 
E che cosa ha la virtù di distruggere gli errori e le eresie, 
e che cosa ha convertito il mondo? 
La predicazione. 
E qual è il mandato che Cristo diede agli Apostoli? 
Di predicare. 
E donde la virtù di seminare le grazie e le virtù nelle anime? 
Dalla predicazione, 
poiché: “Non siete voi che parlate”, dice il Signore.
O santa predicazione, più preziosa di ogni tesoro! 

Beati coloro che volentieri ti ascoltano, 
perché tu sei la grande luce che illumina il mondo. 

San Giacomo della Marca












COME QUELLA DI GIOVANNI BATTISTA LA PREDICAZIONE DELLA CHIESA ILLUMINA LA NOSTRA VITA RIVELANDOCI COME E' PROPRIO ESSA A PREPARARE L'AVVENTO DEL SIGNORE 


Per Israele convertirsi significa tornare: la “teshuvà” è, infatti, il ritorno a Dio. Questo significa conoscere il luogo dove siamo oggi concretamente e da cui uscire e quello dove andare. Per questo la conversione è, essenzialmente, un cammino.
Esso ha sempre inizio dalla verità. A parole forse appariamo come dei poveri mendicanti di misericordia. Ci illudiamo e ci convinciamo d’essere peccatori. Ma se qualcuno si azzarda a correggerci… Niente da fare, siamo “farisei e sadducei” nel cuore e nella mente.
Abbiamo sempre con noi un manuale di autodifesa con una serie di citazioni bibliche da usare come manganello, e criteri e regolette da gettare come una rete per imbrigliare il prossimo. In noi non vi è che “ipocrisia”, l’unico vero ostacolo alla conversione.
Per questo l’annuncio del Kerygma, la Buona Notizia della resurrezione di Gesù, inizia sempre con la denuncia dei peccati: “Voi avete ucciso l’autore della Vita inchiodandolo alla Croce. Ma Dio lo ha risuscitato”. Voi: tu ed io, assassini di Gesù. Noi abbiamo scelto Barabba, oggi, ieri, quasi sempre.
Se la Grazia di Dio non illumina e sigilla questa verità, non potrà esserci vera conversione. Il primo passo del ritorno a Dio, infatti, è riconoscersi peccatori. Abbandonare le difese, inginocchiarsi e chiedere perdono. Smettere di incolpare il mondo intero per i nostri peccati. Farla finita di giustificarci come fa ogni ideologia che sottolinea i condizionamenti sociali per cancellare la libertà e il peccato e così deresponsabilizzare l’uomo.
“Non basta dire di avere Abramo per Padre”, non si è figli di Dio perché abbiamo il certificato di battesimo. Un figlio è chi assomiglia al Padre, e, per questo, “fa frutti degni della conversione”. Questi, infatti, sono opera della Grazia, impossibili all’uomo della carne schiavo del peccato. E’ figlio di Dio chi compie le opere di vita eterna che testimoniano la natura divina che abita in lui.
Noi invece, siamo tutti una “razza di vipere” che strisciano nella polvere, figli della menzogna che ci ha detto il serpente. Abbiamo bisogno dell’annuncio della Chiesa che ci trafigga il cuore come accadde agli abitanti di Gerusalemme la mattina di Pentecoste all’ascoltare le parole di San Pietro. E’ necessaria una “voce” che, “gridi” come “un tuono nel deserto dei nostri peccati” (San Massimo), per destarci alla nostalgia del Paradiso.
Esiste in ciascuno, anche nelle vipere con la lingua biforcuta come noi, un “se stesso” dove si può “ritornare” come ha fatto il figlio prodigo. Un “se stesso” libero e incorrotto, anche in mezzo ai condizionamenti più gravi. Anzi, proprio al capolinea di ogni risorsa, quando strisciamo nella vita come Adamo ed Eva esuli e lontani dalla patria, possiamo ritornare a Dio.
Attraverso le ferite dei peccati possiamo oggi ritornare a quel frammento di innocenza originaria che il peccato non ha distrutto – la Verità che ci definisce figli nella verità che ci denuncia peccatori – per incominciare da lì il cammino di ritorno alla casa del Padre; la memoria dell’amore nel quale siamo stati creati è l’unica che può davvero innescare la conversione del cuore.
Anche questo significa che il “Regno di Dio è vicino”. E’ dentro di voi dirà il Signore… La predicazione di Giovanni Battista, immagine di quella della Chiesa, illuminando la realtà di ciascuno di noi, rivela anche l’immensa dignità che portiamo inscritta e che la menzogna del demonio che abbiamo accolto ha sepolto sotto un cumulo di pietre, i peccati che abbiamo commessi. “Da queste pietre”, infatti, Dio può oggi “far sorgere – risuscitare – figli di Abramo”.
Sì, “il Regno di Dio è vicino” a tuo figlio, al tuo matrimonio, alla relazione con suocera e nuora, a te stesso, pieno di contraddizioni inestricabili. Anche se nulla lo lascia pensare, anzi, esso è proprio lì, dove meno ce lo aspettiamo.
Ma è necessario che Giovanni Battista ce lo annunci. Egli è immagine di ogni profeta che, nella Chiesa, annuncia l’avvento del Messia. E’ cinto come lo furono i figli di Israele la notte di Pasqua, come Gesù mentre lavava i piedi ai discepoli, come Pietro sulla via del martirio; come Cristo è rivestito di pelle ruvida, segno di quella dell’uomo macchiata dal peccato e assunta per perdonarlo. 
La Chiesa si avvicina oggi a noi per annunciarci la Buona Notizia e invitarci a “preparare” il cammino al Signore: questo significa accogliere Giovanni, ascoltare la sua voce, riconoscere i segni che Dio ci mostra per mezzo di lui, per nutrirci con lui con il “miele” dell’amore di Dio. 
Attraverso la predicazione, è lo Sposo che bussa al nostro cuore. Convertirsi significa allora smettere di guardare se stessi, in un narcisismo spirituale che ci conduce alla disperazione. Convertirci è “uscire” come fecero “da Gerusalemme, da tutta la Giudea e dalla zona adiacente il Giordano”; e “confessare i propri peccati”, consegnando alle “acque” della misericordia il nostro uomo vecchio. 
Convertirci è aprire a Cristo, lasciando che “la scure” della Croce recida la “radice” maliziosa che ci incatena alle menzogne del demonio. Gli eventi sono la “scure” di Dio che recide quanto di più caro abbiamo. Caro alla nostra carne, consolazione dei sentimenti, ma veleno per l’anima della sposa di Cristo. 
Giovanni dà voce alla Parola dello Sposo, parola innamorata e gelosa. Come Booz fece nei riguardi di Rut, il Signore fa valere il suo diritto di riscatto: siamo suoi, nati in Lui e per Lui, nessun altro può appropriarsi della nostra vita. E’ Gesù che, attraverso la Chiesa, oggi getta i suoi sandali ai nostri piedi, nel segno che in Israele significava il riscatto di una vedova.
Giovanni “non è degno di portare i sandali” di Gesù: non è stato il Battista a riscattare Israele; non sono stati i sacerdoti, i catechisti, neanche la moglie e il marito, neppure i genitori a consegnare la propria vita in riscatto per noi. E’ stato Cristo, apparteniamo a Lui. Basta allora chiedere agli uomini quello che Cristo può darci…
Per questo la conversione è l’amore con il quale accogliere lo Sposo; Egli viene a riprendersi il suo “grano”, ciascuno di noi creato per essere frumento e pane per il mondo; nel “fuoco inestinguibile” della sua misericordia viene a “purificarci della pula” maligna che ci impedisce di amare; con il “ventilabro” della Croce viene a “pulire la “sua aia”, la Chiesa destinata ad essere il suo corpo nella storia, per colmarla del suo Spirito Santo nel quale possa risplendere senza macchia né ruga, testimone verace del suo amore.

Sabato della I settimana del Tempo di Avvento


αποφθεγμα Apoftegma

La fonte è l’amore; l’orizzonte è l’amore. 
E ci farà bene oggi domandarci: 
io credo che il Signore mi ha salvato gratuitamente?
Io credo che io non merito la salvezza? 
E se merito qualcosa è per mezzo di Gesù Cristo e di quello che Lui ha fatto per me?
Facciamoci oggi queste domande, 
soltanto così saremo fedeli a questo amore tanto misericordioso: 
amore di padre e di madre, 
perché anche Dio dice che Lui è come una madre con noi; 
amore, orizzonti grandi, senza limiti, senza limitazioni.

Papa Francesco
    


3 Dicembre. San Francesco Saverio. Commento audio









3 Dicembre. San Francesco Saverio




αποφθεγμα Apoftegma

Vi prego, in tutte le vostre cose, 
di fondarvi totalmente in Dio, 
senza confidare nel vostro potere o sapere od opinione umana, 
e in tal modo faccio conto che voi siate preparati 
per tutte le grandi avversità, sia spirituali sia corporali, 
che vi possono accadere, poiché Dio solleva e fortifica gli umili, 
soprattutto quelli che nelle cose piccole e basse 
hanno visto le loro debolezze come in un limpido specchio 
e in esse seppero vincersi. 
Questi tali, quando si vedono in tribolazioni 
maggiori di quelle in cui mai si siano trovati, 
e sprofondando in esse, 
né il demonio con i suoi ministri, 
né le molte tempeste del mare, 
né le genti malvagie e barbare tanto del mare come della terra, 
né alcun'altra creature li può danneggiare: 
essi sanno per certo 
— stante la grande confidenza che hanno in Dio — 
che senza il Suo permesso o licenza non possono far niente.

San Francesco Saverio








S. Francesco Saverio. La lettera più bella. (Lettera n. 90):
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Antonio Maria Sicari. Biografia di San Francesco Saverio:
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Antonio Socci. San Francesco Saverio:



L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 16, 15-20

In quel tempo, apparendo agli Undici, Gesù disse loro: "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.
E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno".
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l'accompagnavano.




MANNA PER OGNI UOMO, COME SAN FRANCESCO SAVERIO

Celebriamo oggi la memoria di San Francesco Saverio, innamorato follemente di Cristo. Ardeva il suo cuore per l'amato, sino a bruciare le camicie che indossava. E sì che prima di incendiare l'Asia con il Vangelo predicato in ogni suo angolo più remoto, ne aveva fatta di strada: “Ho sentito dire dal nostro modellatore di uomini, Ignazio, che la più rude pasta che egli ebbe mai maneggiato, era, il giovane Francesco Saverio, del quale tuttavia Dio si è servito più di ogni altro soggetto del nostro tempo... per prendere possesso di quasi tutta la quarta parte del mondo, per la croce di suo Figlio. Era un giovane biscaglino, vigoroso e nobile. Dopo aver studiato con profitto la filosofia, non teneva in gran considerazione Ignazio, che a quel tempo viveva stentatamente di carità, per non interrompere il corso della sua impresa, ossia diplomarsi nelle arti liberali e proseguire poi a fondo nello studio della teologia; non lo incontrava mai senza prendersi gioco dei suoi progetti e senza mettere in ridicolo amici di Ignazio... [Ma quest’ultimo] lo seppe così bene ammansire e addomesticare che ne ha fatto un immortale apostolo delle Indie”. Francesco era un cavallo di razza tutto da domare, e Sant’Ignazio di Loyola, senza frustrarne le ambizioni, ha saputo vincere la sua “giovanile selvaggeria”, ripetendogli con amore una sola frase del Vangelo: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima? Che giova costruire sulla sabbia imperi immensi, o semplicemente la nostra vita, se poi, quando arrivano le piene e i venti, dobbiamo crollare in una “rovina grande”? Allo stesso modo, oggi, il Signore ci chiama seriamente a conversione; non importa quanto dura e rude sia la nostra pasta, importa solo che, nel cuore duro e ostinato, penetri la Parola del Vangelo che ci inchioda alla Verità su noi stessi e su Dio. Come accadde a Francesco che, nel corso di diversi anni, e con l’aiuto degli Esercizi Spirituali di Ignazio, imparò a conoscere se stesso e l’amore infinito di Dio rivelato nel suo Figlio su cui ha fondato, senza tentennamenti, la propria vita. Per questo Francesco ci “scongiura” oggi: “in tutte le vostre cose fondatevi totalmente in Dio, senza confidare nel vostro potere o sapere od opinione umana. A queste condizioni vi assicuro che sarete preparati contro tutte le grandi avversità, sia spirituali, sia corporali che potrebbero accadere, poiché Dio solleva e fortifica gli umili, soprattutto quelli che nelle cose piccole e umili hanno visto la loro debolezza come in un limpido specchio e in esse seppero vincersi. Questi uomini, quando entrano e devono vivere in tribolazioni maggiori di quelle in cui mai si sono trovati, né il demonio con i suoi ministri, né le frequenti tempeste sui mare. né le popolazioni crudeli e barbare, né alcun'altra creatura, li può danneggiare, perché essi sanno per certo che senza il Suo permesso e consenso non possono fare nulla. Sotto la dipendenza di Dio, infatti, non temono alcuna cosa se non di offenderlo… quando Dio permette al diavolo di fare il suo mestiere è per provarli oppure per una migliore conoscenza interiore di se stessi, o ancora per castigo dei loro peccati, o per maggior merito oppure per loro umiliazione. Ringraziano infinitamente Dio perché concede loro un dono tanto grande e nel loro prossimo amano coloro che, perseguitandoli, sono lo strumento di un tale bene; e siccome non hanno di che pagare tale grazia e non vogliono essere ingrati, essi pregano efficacemente Dio per loro. Spero in Dio che così sarete voialtri”.
Il brano della memoria liturgica di San Francesco Saverio ci annunciano in forme diverse ciò che San Francesco Saverio ha sperimentato e scongiurato di accogliere: nella vita conta solo l’amore di Dio riversato in noi per mezzo dello Spirito Santo, che diviene, ogni giorno più intenso, amore a Cristo e agli uomini. Chi crede in Lui e nella sua resurrezione, chi ha sperimentato cioè il perdono dei peccati e Cristo è vivo in Lui, sarà testimone autentico e credibile del Paradiso come San Francesco Saverio, perché finalmente avrà aperto gli occhi del cuore e scoperto che proprio il luogo nel quale Dio lo ha posto è un frammento di Cielo ricolmo dell’amore di Dio. Sulla Croce, infatti, Cristo si dona completamente a noi saziando ogni desiderio per accendere quelli pieni di zelo per ogni uomo. Ma per salire sulla Croce ed lasciarsi crocifiggere con Cristo occorre prima prostraci con Lui sulla Roccia del Getsemani, per fondare la nostra vita sulla roccia dell’obbedienza alla volontà di Dio. Solo così potremo entrare con Cristo nella “passione” che ci attende come una creatura nuova, celeste, che vive come favorevole ciò che per l’uomo della carne è ostile: “la creazione infatti a te suo creatore obbedendo, si irrigidisce per punire gli ingiusti, ma s'addolcisce a favore di quanti confidano in te” (Sap. 16,24). Per questo, chi ama Cristo prende in mano serpenti, beve veleni e non muore, anzi. Proprio ciò che uccide diventa in lui l’occasione per amare, e quindi alimento di vita; così, anche se insultato, rifiutato e tradito resta fondato sulla Roccia e non precipita nella disperazione. Può donarsi ogni giorno parlando le lingue nuove con cui la moglie o il marito, i figli o i fratelli, perfino chi è nemico cerca di comunicare la propria sofferenza. Fosse anche una lingua violenta che perseguita e uccide. Chi ama Cristo è, come Francesco Saverio, “manna” per ogni persona, perché è libero da se stesso e può farsi “tutto a tutti”, proprio come accadde a Israele nel deserto che fu sfamato : “con un cibo degli angeli”, “un pane già pronto senza fatica offerto dal cielo, capace di procurare ogni delizia e soddisfare ogni gusto. Questo alimento di Dio manifestava la sua dolcezza verso i suoi figli; esso si adattava al gusto di chi l'inghiottiva e si trasformava in ciò che ognuno desiderava” (Sap. 16, 20-21). Questo era San Francesco Saverio, uomo sapiente che viveva prostrato sulla Roccia lasciando colare la propria vita su Cristo perché fosse il Pane vero che scende dal Cielo a vivere nel discepolo. Per questo sapeva offrire a tutti la parola, lo sguardo, il gesto di cui, in quel momento, ciascuno aveva bisogno, adattandosi miracolosamente al loro gusto. Era Cristo infatti che si offriva come alimento di vita eterna, amore e misericordia senza limiti anche per il più grande peccatore. Così poteva raggiungere anche “quelli che gli resistevano”, perché dopo averlo conosciuto, “vivevano in grande afflizione e con fatica, perdevano l’appetito e la pace: alla fine dovevano andare da lui, confessarsi e obbedire”. E noi? Quanto tempo perdiamo pensando alle parole da dire, agli atteggiamenti da prendere, a come fare per amare l’altro, mentre invece è necessario solo l’amore a Cristo. In chi lo ama è vivo Lui, e Lui sa ciò di cui l’altro ha bisogno e come offriglielo. Allora coraggio, cerchiamo oggi un momento per andare in Chiesa, davanti al Santissimo, o in camera propria, e prostriamoci come sulla Roccia del Getsemani, e chiediamo a Cristo di innamorarci di Lui, di amarlo sopra ogni cosa e persona. Chi ama Cristo ha compiuto ogni missione: se ama Cristo più di ogni altra creatura un padre sarà il padre migliore della terra, anche se pieno di difetti; così come una madre, un marito o una moglie, un prete o un vescovo, una suora o un religioso; così qualunque attività siamo chiamati a svolgere, se amiamo Cristo, sarà un successo, anche se apparentemente ci sembrerà un fallimento. ChiediamoGli di vivere nel suo amore per intercessione di San Francesco Saverio, offrendogli la nostra vita come un foglio bianco, perché “ricordate continuamente che Dio dà più peso alla buona volontà, piena di umiltà, con la quale ci si offre a Lui, facendo oblazione della propria Vita, unicamente per suo amore e per la sua gloria, che ai servizi che gli si rendono, per quanto numerosi essi siano” (San Francesco Saverio).
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Venerdì della I settimana del Tempo di Avvento. Commento audio




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Venerdì della I settimana del Tempo di Avvento



αποφθεγμα Apoftegma

Dio è luce e quanti sono resi da lui degni di vederlo, 
lo vedono come Luce; 
coloro che lo hanno ricevuto, 
lo hanno ricevuto come Luce che illumina
e trasforma in luce coloro che illumina.

San Simeone

    








L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 9,27-31

In quel tempo, mentre Gesù si allontanava, due ciechi lo seguivano urlando: “Figlio di Davide, abbi pietà di noi”.
Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono, e Gesù disse loro: “Credete voi che io possa fare questo?”. Gli risposero: “Sì, o Signore!”.
Allora toccò loro gli occhi e disse: “Sia fatto a voi secondo la vostra fede”. E si aprirono loro gli occhi.
Quindi Gesù li ammonì dicendo: “Badate che nessuno lo sappia!”. Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.












AVVENTO E' ANCHE GRIDARE IL "NOI" CHE CI DESTA PER INVOCARE LO SPOSO AFFINCHE' CI ATTIRI IN OGNI ISTANTE VERSO DI LUI


Anche oggi Gesù si sta "allontanando" dai nostri luoghi, dai pensieri e dai progetti, dalle abitudini e dai nostri egoismi, per attiraci dietro a Lui. Quando si allontana è perché, come lo Sposo del Cantico dei Cantici, vuole innescare in noi il desiderio di Lui. Non si volta e non si ferma per farci crescere sino alla fede adulta. Ci attira nella sua casa, la sua "famiglia", per entrare nella sua intimità dove i "due ciechi" aprono gli occhi per riconciliarsi e amarsi. Non a caso sono due, ovvero "io" e il "tu" che oggi non riesco proprio a vedere, e che per questo, "rendo colpevole con le mie parole". Tu e tua moglie o tuo marito, tu e i tuoi genitori, tu e il fratello che ritieni responsabili della tua sofferenza. Hai creduto alla menzogna del demonio, hai peccato, e ora non vedi più l'amore di Dio, e per questo accusi l'altro: sei cieco e quindi obbligato a immaginare come sia: avrà pensato questo, avrà detto questo, avrà fatto questo.... E' solo immaginazione, eppure il demonio riesce a convincerti che sia reale, e così odi, disprezzi, e cancelli dalla tua vita. Anche se l'altro ti avesse fatto davvero del male, tu non soffri per quello, ma per il veleno che ti esce dal cuore e ti impedisce di vederlo nella luce di amore e misericordia dello sguardo di Cristo. Sì, abbiamo tutti bisogno di incontrare questo sguardo, l'unico che può strapparci alla menzogna. Abbiamo bisogno di camminare dietro a Cristo e gridare. Non importa se oggi sei ancora cieco e hai rancore per il fratello. I due ciechi del Vangelo hanno seguito Gesù così come erano, ma hanno gridato insieme: questa è la fede secondo la quale Gesù ha potuto guarirli! Non hanno gridato "abbi pietà di me!", ma "abbi pietà di noi!". Fratelli, oggi il Signore ci chiama a seguirlo così come siamo, ciechi; sa che inciamperemo e sbatteremo contro i piloni della luce, rischiando di finire sotto una macchina. Non importa! Accogli l'altro nel grido verso Gesù. Cammina dietro a Cristo nella comunità cristiana portando nel cuore colui con il quale continui a litigare e recriminare, al quale ti avvicini solo per saziarti del suo affetto. Grida includendo nella tua preghiera chi non riesci più a vedere come fratello, marito, moglie, padre o madre. Basta questo. Te lo ripeto, non importa se oggi sei ancora pieno di giudizi e rancori, perché non potrai amare l'altro sino a che non incontrerai lo sguardo di Cristo su di te. Per questo Gesù vi attira e vi porta dietro a Lui lasciandovi ciechi, cioè schiavi del peccato. Lui infatti è la garanzia della salvezza, perché, dopo il tempo necessario, vi farà entrare in "casa" per chiedervi: "credete voi che io possa fare questo?". Allora scoprirai che quel "noi" con il quale hai accolto l'altro nel tuo grido obbedendo e seguendo Cristo in un serio cammino di fede ti ha fatto crescere nella fede. Allora dirai "si o Signore", tu puoi aprirmi gli occhi perché hai già cominciato a farlo aprendomi il cuore dove hai fatto, a poco a poco, grido dopo grido, un po' di posto per l'altro. Puoi aprirmi gli occhi perché mi hai fatto camminare accanto a chi non riuscivo a vedere, implorando per lui la stessa pietà che chiedevo per me. Nel bisogno e nel grido mi hai già aperto all'altro, per questo credo che tu puoi aprirmi gli occhi sul tuo amore perché possa vedere la storia e le persone attraverso il tuo sguardo. E scoprire che immaginando si sbaglia sempre, mentre non si sbaglia mai quando, con gli occhi aperti su Cristo, si guarda l'altro attraverso l'amore con cui si è inchinato a perdonare e risuscitare entrambi. Camminiamo e gridiamo in questo Avvento, per giungere nella "casa" di Gesù, ovvero la stalla di Betlemme dove prostraci e contemplare l'amore infinito di Dio che tocca e guarisce i nostri occhi per riconciliarci con chi Lui ci ha messo accanto.



Carne e sangue non c'entrano, i "due ciechi" che seguono di Gesù hanno visto con il cuore ancor prima che con gli occhi; un moto dello Spirito li ha sospinti alla sequela di quel Galileo, sino a giungere alla sua "casa"; qui "gli si accostano" e Gesù può porre loro la domanda decisiva: "Credete che io abbia il potere di farvi vedere?". I ciechi avevano camminato e seguito Gesù gridando e implorando, segno del catecumenato preparatorio al battesimo. Gesù si stava "allontanando" e per questo i due hanno cominciato a seguirlo. E non si è fermato, inducendoli a gridare, a gridare ancora, sino a che il suo Nome immerso nella pietà diventasse familiare. Così è anche per noi. Quando Gesù sembra allontanarsi è perché, come lo Sposo del Cantico dei Cantici, vuole che lo seguiamo, che lo cerchiamo, che gridiamo a Lui. Vuole innescare in noi il bisogno e il desiderio di Lui, sino a che Egli ci diventi familiare: familiare come il bisogno che abbiamo di respirare. Non si volta e non si ferma perché vuole rafforzarci nel santo desiderio che si fa grido, per crescere sino alla fede adulta. E' Lui che cammina dinanzi a noi proprio quando il coniuge sembra non comprenderci, i figli non ne vogliono sapere, il lavoro si fa pesante; è Lui che, carico della sua Croce, scioglie il nostro grido e lo rende ogni istante più vero. Proprio quando sembra che si allontani Gesù ci chiama a seguirlo, quando sembra non dare ascolto alle nostre suppliche ci sta attirando nella sua casa, che nella Scrittura significa anche "famiglia", nell'intimità dei suoi fratelli! I "due" ciechi, infatti, sono immagine di ogni comunità, perché dove due o più sono riuniti nel suo nome Gesù è presente... Non si può seguire e gridare a Gesù da soli; occorre una comunità, come i "due" discepoli di Emmaus, come gli apostoli inviati "due a due" ad evangelizzare. E' necessario gridare insieme a nostra moglie, nostro marito, nostro figlio, il fidanzato, nella consapevolezza che ogni relazione autentica nasce dall'umiltà di riconoscersi entrambi ciechi e dal "credere" che Gesù "possa fare" per ciascuno lo stesso miracolo. Così funzionerà un matrimonio, un fidanzamento, un'amicizia, nel grido comune che apre la porta dell'intimità con Cristo, dove essere guariti ed entrare in comunione. Così i "due" ciechi sono entrati nella Chiesa, la casa del Signore, il luogo dove la fede diviene adulta. Qui si può sperare contro ogni speranza carnale, qui carne e sangue cedono il passo allo Spirito perché ne prenda possesso. Nei due ciechi si riconosce la figura di Tommaso, l'apostolo cieco che non ha visto il Signore perché incapace di credere lontano dalla comunità, mentre quando si ritrova insieme ai fratelli vede aprirsi i suoi occhi, può riconoscere Gesù, credere in Lui, e professare la sua fede. Credere al potere di Gesù è appoggiarsi all'esperienza del cammino di ogni catecumeno che, durante il tempo di preparazione al battesimo, conoscendo se stesso preparava i suoi occhi ad aprirsi attraverso i segni del potere di Gesù: a poco a poco veniva strappato al mondo, alle sue concupiscenze e ai suoi criteri. I due ciechi non hanno creduto per una magia istantanea: gridando a Gesù dal profondo della propria debolezza, si sono conosciuti e lo hanno conosciuto e seguito sino a confidare pienamente in Lui

La fede, infatti, non è un gioco a dadi, non è puntare sulla ruota della fortuna. E' partire, seguire, gridare, entrare. E' percorrere un'iniziazione cristiana che, a piccoli passi, renda credibile l'annuncio ricevuto e apra alla confidenza. Dal grido del proprio bisogno, dalla sofferenza e dalla morte di una vita cieca su se stessi, sugli altri e sugli eventi, alla vita piena di chi, appoggiato al potere del Signore, apre gli occhi su tutto riconoscendovi l'amorosa volontà di Dio. L'Avvento è dunque questo cammino di fede, per giungere a vedere in modo nuovo noi stessi e la nostra storia come un'opera del suo amore. E' questa la venuta di Gesù nella storia, il Natale che rivela Dio in un bambino appena nato, il suo amore nella debolezza, la sua misericordia nei peccati, il suo potere su ogni cecità. Tutto, infatti, concorre al nostro bene: ogni secondo, ogni evento è un passo di Cristo che viene verso di noi per condurci nel suo cuore misericordioso, la Luce inestinguibile che dirada le tenebre del peccato e della morte: "La Chiesa antica ha qualificato il Battesimo come fotismos, come Sacramento dell’illuminazione, come una comunicazione di luce e l’ha collegato inscindibilmente con la risurrezione di Cristo. Nel Battesimo Dio dice al battezzando: “Sia la luce!”. In Lui riconosciamo che cosa è vero e che cosa è falso, che cosa è la luminosità e che cosa il buio. Con Lui sorge in noi la luce della verità e cominciamo a capire" (Benedetto XVI, Omelia nella Veglia Pasquale, 11 aprile 2009). E questo si tramuta "naturalmente" in annuncio. Guariti da Gesù, i due ciechi non possono trattenere la gioia e l'esperienza della fede. Illuminati divengono luce: Dio ha fatto rifulgere il bagliore pasquale su di loro, sono ormai Luce in Cristo. Così è la nostra elezione: siamo chiamati a seguire il Signore, a gridare il suo Nome, a sperimentare il suo potere, ad entrare nella sua casa. A crescere nella fede e nella comunione della Chiesa, per vivere spargendo la sua fama in ogni luogo della nostra esistenza, per pura gratitudine, perché è lo stupore che genera la missione e compie nel bene ogni esistenza.