VII Domenica del Tempo Ordinario. Anno A




αποφθεγμα Apoftegma

Cristo, che è il nuovo Adamo, 
proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore 
svela anche pienamente l’uomo all’uomo 
e gli fa nota la sua altissima vocazione.

Gaudium et spes, n. 22








GIUSTIFICATI DA CRISTO PER GIUSTIFICARE OGNI FRATELLO NELL'AMORE CHE CI HA ACCOLTO QUANDO ERAVAMO SUOI NEMICI

Con il brano di questa domenica entriamo nel cuore del Discorso della Montagna, il cuore di Dio. Qui il Padre ci ha pensato con struggente tenerezza, chiamandoci all’esistenza in un battito d’amore. Ogni fibra del nostro spirito e ciascun millimetro della nostra carne è stato creato in questa Parola: l’amore è in ogni nostra cellula, nelle pupille come nei polpastrelli, nei muscoli come nel cervello.
Quel giorno sulla splendida erta del Monte Korazim, di fronte al Mare di Galilea, Gesù dava voce al Mistero nel quale siamo stati creati. Un prodigio di “perfezione”, un ingranaggio fatto di carne e spirito plasmato per schiudere in terra una finestra sul Cielo.
Sappiamo come poi sia andata, l’invidia del demonio e il peccato che ci ha graffiato il cuore. Per questo Gesù era salito su quel Monte, per annunciare a tutti il perdono di ogni peccato e la speranza di vivere amando. Quelle parole venivano dall’eternità e planavano finalmente in terra, nella storia degli uomini che non le avevano mai viste compiute. 
Con esse Gesù annuncia che Dio ama ciascuno esattamente come è: il Discorso della montagna, infatti, è storia e cronaca diretta dell’amore fatto carne in Gesù per ciascuno di noi. Racconta come Egli ci ami istante dopo istante descrivendo l’attitudine paziente e misericordiosa con cui ha sempre risposto ad ogni nostro peccato. E profetizza l’uomo nuovo ricreato in Lui, tu ed io liberi per amare comesiamo amati.
Quante volte Gesù ci ha offerto “l’altra guancia” mentre lo schiaffeggiavamo sulla destra, sfidandolo a duello. Per dare uno schiaffo sulla guancia destra, infatti, occorre darlo di manrovescio, nel gesto proprio della sfida a duello. Magari è stato ieri, quando, incapaci di accettare la stanchezza della moglie o l’ira del marito, abbiamo sbattuto la porta e urlato più forte, chiudendo il cuore per ottenere giustizia. 
Era Gesù che sfidavamo per lavare nel sangue il tradimento che crediamo ci abbia fatto non compiendo la nostra volontà di cambiare l’altro. E Lui ha offerto l’altra guancia a parare il colpo, salvando ancora una volta il matrimonio…  
Quante volte si è lasciato “citare in giudizio” dalle nostre mormorazioni che lo hanno condannato a non contare nulla nelle decisioni. E Lui lì zitto, come un agnello di fronte ai suoi tosatori, a lasciarsi condannare perché noi fossimo assolti.
Quante “tuniche” e quanti “mantelli” gli abbiamo chiesto e mai restituito, gli unici beni inalienabili dei poveri, secondo la legge dell’Antico Testamento, e per questo segni della stessa vita. E giudicare un fratello come spessissimo facciamo con una superficialità disarmante, è togliergli la vita, così come la calunnia o il parlar male e lo spettegolare. E Gesù, eccolo lasciarsi spogliare di tutto e morire nudo sulla Croce, dalla quale ha abbracciato calunniatori e calunniati per riconciliarli nel mantello della sua misericordia.
Quante volte Gesù ha accettato l’ingiustizia di “percorrere un miglio in più”, qualcosa di proibito secondo la Legge che stabiliva in meno di un miglio il limite massimo del lavoro permesso; uno sforzo sovrumano, destinato alla morte. E sulla via del Calvario quante miglia ha percorso al posto nostro, pigri nello zelo e nel compiere la volontà di Dio. 
Ogni volta che siamo scappati imboscandoci, schivando le responsabilità di coniugi, genitori, pastori, Lui era lì a fare quel tratto di strada che toccava a noi, sino a morire per proteggerci da una pena che avremmo meritato. Per questo oggi ci è concesso di ascoltare ancora la sua Parola, mentre dovremmo essere rinchiusi in qualche prigione…
E’ Lui che anche oggi ci “dona tutto quel chiediamo”, senza sperarne nulla, sapendo di aver gettato la sua vita in mano a degli “ingrati” che usano della religione per aggiustarsi la vita. 
Così, istante dopo istante, ci ama Dio, innanzi tutto lasciandoci liberi, perfino di diventare suoi nemici. L’amore, infatti, è prima di tutto libertà. Ma quella vera, che rischia tutto, anche di perdere l’amato. Per questo l’amore è anche dolore, chiodi e aceto e Croce, altro che sentimento… Se lasci davvero libera la persona amata sai che potrebbe tradirti, abbandonarti, rivolgersi contro di te.
E allora l’amore non potrà che essere quello che appare nelle parole di Gesù. Un amore che si fa peccato perché l’altro si salvi; l’amore crocifisso che prende su di sé il male dell’amato divenuto nemico perché desidera solo il suo bene. 
Le anime belle diranno che non hanno nemici, ingannandosi. L’eros dei “pagani”, infatti, è passione, sentimento che si esaurisce nel perimetro del contraccambio; evapora quando l’altro non corrisponde all’affetto profuso, secondo quanto ci si aspetta. Si spegne dinanzi al nemico  perché il massimo che un uomo può fare è “occhio per occhio e dente per dente”, ovvero amore per amore e odio per odio. 
Ne facciamo esperienza tutti. Creati nell’amore e rinati nel battesimo, dobbiamo convenire che il seme ricevuto nel fonte ha prodotto un bonsai e non un albero pieno di frutti. Amore? Zero, o quasi… “Salutiamo solo i fratelli”, perché in tutto, anche negli slanci più generosi, speriamo il contraccambio, e quando non arriva… Siamo ancora “come i pagani”, rinchiusi in una vita grigia e monotona, che però finisce per scontrarsi con l’imprevedibilità del cuore. 
Abbiamo bisogno di rinascere dall’alto, di rientrare nel seno della Chiesa ed essere gestati perché il seme dell’amore giunga a “perfezione". L’amore dei “perfetti”, come erano chiamati i cristiani nella Chiesa primitiva, supera la carne e la routine; è, appunto, la “perfezione”, che significa, innanzi tutto, non mancare di nulla. E’ l’amore di ogni pecora perduta e ritrovata e issata sulle spalle del Buon Pastore che nulla fa mancare al suo gregge. 
Nella Chiesa possiamo giungere alla statura “perfetta”, per vivere senza difendere nulla, sperimentando ogni giorno che la vita ricevuta è eterna, non può finire. Anche se strappata non si esaurisce e può donarla al nemico.
Ma chi è il nemico? Ne abbiamo una lista infinita… La moglie, il marito, i figli, sì proprio i figli, e poi i colleghi, i condomìni, i parenti, gli amici, che diventano i nostri nemici. Non si tratta dei nemici delle istituzioni, tanto di moda, o dei confini del nostro Paese. Gesù parla di chi cerca di invadere i nostri territori, il posto dello spazzolino, il programma alla televisione, la decisione di comprare le scarpe, sino a quelli più intimi, come le relazioni sessuali e i tempi di ciascuno, gelosamente custoditi e troppo spesso usati per ricattare e vendicarsi.
Quando l’altro parte alla conquista delle nostre idee, dei nostri schemi, delle nostre certezze, delle decisioni, del tempo, del denaro, dei nostri diritti diventa un nemico acerrimo. Non possiamo amarlo ed essere felici e pienamente realizzati se non siamo profondamente uniti a Cristo, nella concretezza spesso acida e inospitale: “Sono stato crocifisso con Cristo, e non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (Gal. 2,20).
Questa è la perfezione dell’amore, perché si compia in noi lo “straordinario” per il quale siamo nati: amare il prossimo straordinariamente, oltre i confini dei pagani: l’amore all’altro sino alla fine, dove termina la sua dolcezza, la sua simpatia, la sua bellezza e iniziano i difetti, i peccati. 
Siamo la carne dove si compie il “ma ora io vi dico” di Gesù. La nostra vita è la novità che infonde speranza al mondo. E’ L’amore che “prega per i persecutori” perché si offre senza sperare nulla; l’amore che fa gli straordinari non pagati secondo la giustizia umana ma secondo quella celeste, una “ricompensa” di gioia e pace che il mondo non conosce. L’amore che, “come pioggia”, scende sull’altro, sia come sia, che “sorge come sole” di giustizia ogni giorno. 






CONVOCATI NELLA CHIESA COME SUL TABOR, ASCOLTIAMO LA PAROLA DI GESU' CHE TRASFIGURA LA NOSTRA CARNE NELLA GLORIA DEL SUO AMORE VITTORIOSO SULLA MORTE


"Non sapevano che cosa dire": come già il Popolo di Israele sul Sinai, sul Tabordi fronte a Cristo trasfigurato, gli apostoli avevano sperimentato lo stupore che atterrisce e lascia senza parole di fronte all’abisso della sproporzione tra l'uomo e Dio, tra la sua chiamata e l'inadeguatezza della risposta. Lo stesso sbigottimento che ci prende quando, alla luce della predicazione, è illuminata la nostra realtà di peccato così distante dall'immagine e somiglianza con Lui nella quale Dio ci ha creato. Madri, padri, preti, siamo tutti fragili e precari, nella salute e nello spirito, incoerenti, distratti, superbi, egoisti e incapaci di amare. Non a caso infatti Pietro voleva issare tre tende: esse ricordano quelle della festa di Succot (capanne), memoriale della permanenza del Popolo nel deserto, quando, tra una mormorazione e l’altra scaturita dalla durezza del cuore, ogni ebreo aveva fatto l’esperienza di poter (e dover) vivere del solo cibo della Parola di Dio. Secondo il linguaggio biblico, la tenda è la carne dell'uomo votata alla morte a causa del peccato. Per questo Pietro, intuendo la salvezza che risplendeva dalla carne trasfigurata del Signore, voleva offrire la tenda della propria precarietà a Mosè, Elia e Gesù. Voleva cogliere quel kairos per non perdere l'occasione di accogliere nella sua carne fragile la Parola della Torah (Mosè), dei Profeti (Elia) e la Parola fatta carne (Gesù) per compiere nell'amore ogni parola della Scrittura a cui aveva creduto e nella quale aveva sperato. Pietro sapeva che nessun lavandaio, ovvero nessuna religione, filosofia o ideologia, nessun consiglio, ideale, legge o sforzo umano avrebbe potuto rendere gloriosa la sua carne schiava del peccato. Per questo, facendo una tenda per Lui, voleva consegnare la sua umanità sporca e strappata allo splendore di Cristo, l'unico che avrebbe potuto trasfigurarla per renderla candida come quella con cui Dio aveva rivestito Adamo ed Eva rendendoli immagine somigliante di Lui. Quella del Tabor è dunque l'esperienza "bella" dell'incarnazione di Gesù nella nostra storia che ci attira a sé perché, consegnandogli la nostra vita, la possa trasfigurare nell'amore, la veste battesimale segno della natura divina con cui la Chiesa ci riveste. Nella Chiesa camminiamo alla luce della Parola che a poco a poco purifica cuore e e mente per dischiudere nella fede lo sguardo capace di intercettare la Verità, cioè la Gloria, la presenza onnipotente di Dio nella debolezza della nostra carne. Il Tabor allora è ogni liturgia nella quale possiamo sostare sul cammino che ci conduce a Gerusalemme, perché ogni passo nella storia scandisca i ritmi di una vita trasformata in una liturgia che dia gloria a Dio. Ogni giorno ci attendono una croce e un sepolcro, ma il Vangelo che la Chiesa ci annuncia illumina con la sua luce purissima il destino eterno preparato per noi. La predicazione infatti ci attira nella visione dell'amore di Dio capace di perdonare e per questo trasfigurare la nostra vita nel Mistero Pasquale del Signore che, attraverso i sacramenti, realizza la purificazione dell'interno della coppa (il cuore) perché anche l'esterno (la carne) sia netto. Per questo l'esperienza della Trasfigurazione si compie nella comunità cristiana che costituisce il nuovo Israele convocato sul nuovo Sinai dove, pur peccatori, possiamo contemplare Dio senza morire. E, come Pietro sul Tabor, consegnarci a Cristo così come siamo perché trasfiguri la nostra precarietà nell'incorruttibilità del suo amore. Per questo l'esperienza della Trasfigurazione si compie nella comunità cristiana che costituisce il nuovo Israele convocato sul nuovo Sinai dove, pur peccatori, possiamo contemplare Dio senza morire. E, come Pietro sul Tabor, consegnarci a Cristo così come siamo, perché trasfiguri la nostra precarietà nell'incorruttibilità del suo amore. Come farlo? Ce lo dice Dio stesso la cui voce risuona nella Chiesa: Shemà Israel, Ascolta Israele. Ascolta ogni giorno Mosé ed Elia, ascolta e non rifiutare secondo le tue voglie la chiamata a conversione del Battista che prepara la riconciliazione tra te e Dio e i fratelli; solo così sperimenterai che Cristo, Messia sofferente e disprezzato, ha compiuto sulla Croce tutta la Legge e i Profeti perché tu possa gustare già ora le primizie della vita nel seno di Abramo. Ascolta e maturerà la fede attraverso la quale la luce della Pasqua prenderà dimora in te. Ascolta, e come in Gesù, dal tuo cuore ricolmo di Spirito Santo risplenderà la vita celeste. Una vita trasfigurata infatti, è una vita evangelizzata, ovvero il compimento del Vangelo nel paradosso delle nostre inadeguatezze, la bellezza celeste che riverbera dalle ferite del peccato perdonato, la veste splendente di Cristo che riveste la nostra debolezza. Ascolta, e aprirai gli occhi e amerai donandoti Cristo vivo nei tanti Lazzaro piagati che bussano alla tua vita mendicando un raggio della Luce Pasquale che sta trasfigurando nella gloria le piaghe della tua carne crocifissa con Lui. 




Sabato della VI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio






Sabato della VI settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

“Offrire i vostri corpi”: San Paolo parla della liturgia, parla di Dio, 
della priorità di Dio, ma non parla di liturgia come cerimonia, 
parla di liturgia come vita. 
Noi stessi, il nostro corpo; 
noi nel nostro corpo e come corpo dobbiamo essere liturgia. 
Questa è la novità del Nuovo Testamento: 
Cristo offre se stesso e sostituisce così tutti gli altri sacrifici. 
E vuole “tirare” noi stessi nella comunione del suo Corpo: 
il nostro corpo insieme con il suo diventa gloria di Dio, diventa liturgia
Così questa parola “offrire” – in greco parastesai – non è solo un’allegoria; 
allegoricamente anche la nostra vita sarebbe una liturgia, 
ma, al contrario, la vera liturgia è quella del nostro corpo, 
del nostro essere nel Corpo di Cristo, 
come Cristo stesso ha fatto la liturgia del mondo, la liturgia cosmica, 
che tende ad attirare a sé tutti.
Trasformare noi stessi, 
lasciarsi trasformare dal Signore nella forma dell’immagine di Dio, 
trasformarci ogni giorno di nuovo, attraverso la sua realtà, 
nella verità del nostro essere. 
E “rinnovamento”; questa è la vera novità: 
che non ci sottoponiamo alle opinioni, alle apparenze, 
ma alla Grazia di Dio, alla sua rivelazione. 
Lasciamoci formare, plasmare 
perché appaia realmente nell’uomo l’immagine di Dio.

Benedetto XVI









L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 9,2-13.

Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!». Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento. Poi si formò una nube che li avvolse nell'ombra e uscì una voce dalla nube: «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». E subito guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti. Ed essi tennero per sé la cosa, domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti. E lo interrogarono: «Perché gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». Egli rispose loro: «Sì, prima viene Elia e ristabilisce ogni cosa; ma come sta scritto del Figlio dell'uomo? Che deve soffrire molto ed essere disprezzato. Orbene, io vi dico che Elia è già venuto, ma hanno fatto di lui quello che hanno voluto, come sta scritto di lui».






CONVOCATI NELLA CHIESA COME GLI APOSTOLI SUL TABOR, ASCOLTIAMO LA PAROLA DI GESU' CHE TRASFIGURA LA NOSTRA CARNE NELLA GLORIA DEL SUO AMORE VITTORIOSO SULLA MORTE
"Non sapevano che cosa dire": come già il Popolo di Israele sul Sinai, sul Tabor, di fronte a Cristo trasfigurato, gli apostoli avevano sperimentato lo stupore che atterrisce e lascia senza parole di fronte all’abisso della sproporzione tra l'uomo e Dio, tra la sua chiamata e l'inadeguatezza della risposta. Lo stesso sbigottimento che ci prende quando, alla luce della predicazione, è illuminata la nostra realtà di peccato così distante dall'immagine e somiglianza con Lui nella quale Dio ci ha creato. Madri, padri, preti, siamo tutti fragili e precari, nella salute e nello spirito, incoerenti, distratti, superbi, egoisti e incapaci di amare. Non a caso infatti Pietro voleva issare tre tende: esse ricordano quelle della festa di Succot (capanne), memoriale della permanenza del Popolo nel deserto, quando, tra una mormorazione e l’altra scaturita dalla durezza del cuore, ogni ebreo aveva fatto l’esperienza di poter (e dover) vivere del solo cibo della Parola di Dio. Secondo il linguaggio biblico, la tenda è la carne dell'uomo votata alla morte a causa del peccato. Per questo Pietro, intuendo la salvezza che risplendeva dalla carne trasfigurata del Signore, voleva offrire la tenda della propria precarietà a Mosè, Elia e Gesù. Voleva cogliere quel kairos per non perdere l'occasione di accogliere nella sua carne fragile la Parola della Torah (Mosè), dei Profeti (Elia) e la Parola fatta carne (Gesù) per compiere nell'amore ogni parola della Scrittura a cui aveva creduto e nella quale aveva sperato. Pietro sapeva che nessun lavandaio, ovvero nessuna religione, filosofia o ideologia, nessun consiglio, ideale, legge o sforzo umano avrebbe potuto rendere gloriosa la sua carne schiava del peccato. Per questo, facendo una tenda per Lui, voleva consegnare la sua umanità sporca e strappata allo splendore di Cristo, l'unico che avrebbe potuto trasfigurarla per renderla candida come quella con cui Dio aveva rivestito Adamo ed Eva rendendoli immagine somigliante di Lui. Quella del Tabor è dunque l'esperienza "bella" dell'incarnazione di Gesù nella nostra storia che ci attira a sé perché, consegnandogli la nostra vita, la possa trasfigurare nell'amore, la veste battesimale segno della natura divina con cui la Chiesa ci riveste. Come accade quando ci troviamo di fronte alle icone orientali, la cui luce promana dal centro del dipinto e attira nella comunione con il soggetto in virtù dello squarcio di luce che ci raggiunge. Non a caso il primo soggetto che devono dipingere gli iconografi è proprio la Trasfigurazione: “La contemplazione delle icone ci introduce in un percorso interiore, che è la via del superamento, e in questa purificazione dello sguardo, che è purificazione del cuore, ci disvela la bellezza, o almeno qualche suo raggio. E la bellezza ci mette in relazione con la forza della Verità” (J. Ratzinger). E noi nella Chiesa camminiamo alla luce della Parola che a poco a poco purifica cuore e e mente per dischiudere nella fede lo sguardo capace di intercettare la Verità, cioè la Gloria, la presenza onnipotente di Dio nella debolezza della nostra carne. Il Tabor allora è ogni liturgia nella quale possiamo sostare sul cammino che ci conduce a Gerusalemme, perché ogni passo nella storia scandisca i ritmi di una vita trasformata in una liturgia che dia gloria a Dio. Ogni giorno ci attendono una croce e un sepolcro, ma il Vangelo che la Chiesa ci annuncia illumina con la sua luce purissima il destino eterno preparato per noi. La predicazione infatti ci attira nella visione dell'amore di Dio capace di perdonare e per questo trasfigurare la nostra vita nel Mistero Pasquale del Signore che, attraverso i sacramenti, realizza la purificazione dell'interno della coppa (il cuore) perché anche l'esterno (la carne) sia netto. Per questo l'esperienza della Trasfigurazione si compie nella comunità cristiana che costituisce il nuovo Israele convocato sul nuovo Sinai dove, pur peccatori, possiamo contemplare Dio senza morire. E, come Pietro sul Tabor, consegnarci a Cristo così come siamo, perché trasfiguri la nostra precarietà nell'incorruttibilità del suo amore. Come farlo? Ce lo dice Dio stesso la cui voce risuona nella Chiesa: Shemà Israel, Ascolta Israele. Ascolta ogni giorno Mosé ed Elia, ascolta e non rifiutare secondo le tue voglie la chiamata a conversione del Battista che prepara la riconciliazione tra te e Dio e i fratelli; solo così sperimenterai che Cristo, Messia sofferente e disprezzato, ha compiuto sulla Croce tutta la Legge e i Profeti perché tu possa gustare già ora le primizie della vita nel seno di Abramo. Ascolta e maturerà la fede attraverso la quale la luce della Pasqua prenderà dimora in te. Ascolta, e come in Gesù, dal tuo cuore ricolmo di Spirito Santo risplenderà la vita celeste. Una vita trasfigurata infatti, è una vita evangelizzata, ovvero il compimento del Vangelo nel paradosso delle nostre inadeguatezze, la bellezza celeste che riverbera dalle ferite del peccato perdonato, la veste splendente di Cristo che riveste la nostra debolezza. Ascolta, e aprirai gli occhi su Cristo vivo nei tanti Lazzaro piagati che bussano alla tua vita mendicando un raggio della Luce Pasquale che sta trasfigurando nella gloria le piaghe della tua carne crocifissa con Lui. 



QUI GLI APPROFONDIMENTI





SEGUIRE CRISTO ATTIRATI SULLA CROCE DOVE CI DONA L'INNOCENZA PERDUTA CON IL PECCATO


Gesù convoca la folla insieme ai suoi discepoli e obbliga tutti a guardarci dentro e a scoprire le carte, e decidere se davvero lo vogliamo seguire. Quel "se" si impone alle nostre abitudini: chi ho deciso di seguire? Possiamo rispondere misurando in noi la"vergogna", l'esperienza primordiale frutto del peccato originale, che ci spinge a vestirci di ipocrisia. "In principio tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. La nudità significa il bene originario della visione divina e corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione che chiameremo sponsale" (San Giovanni Paolo II). Per questo, come partendo dal "negativo" di una foto, dalla vergogna che ci spinge a nasconderci e a tradire la Parola che ci ha creato e ci dà dignità, l'annuncio del Signore ci conduce al "positivo" che si nasconde in noi e che consiste nella vocazione sponsale della nostra vita. Solo la serietà della sua chiamata infatti, illumina l'esperienza della vergogna derivante dalla rottura della relazione con Dio che conduce alla conseguente rottura con il fratelloEssa si manifesta con le barriere che erigiamo a difesa del nostro ego quando ci assale la paura di fronte agli eventi che ci chiamano a donarci nell'amore. Ma se non ce la facciamo più a scappare dalla realtà, se l'ipocrisia ci ha sfiancato, se la vita che vorremmo difendere ci sta sfuggendo lasciandoci nudi e frustrati nella vergogna, allora possiamo accogliere la dichiarazione d'amore del Signore e decidere di seguirlo. Significa dire no a noi stessi, rinnegare l'opera del demonio, per lasciare che il Signore, passo dopo passo, ci spogli dell'uomo vecchio per rivestire di nuovo le vesti di Gloria che Dio, secondo il midrash, aveva donato ad Adamo e ad Eva. Concretamente, ciò significa prendere ogni giorno la nostra croce, lasciando che le umiliazioni, i rifiuti, i progetti infranti, le incomprensioni, le delusioni, le malattie, le sofferenze ci conducano alla nudità originaria. Perché sulla Croce Gesù ci aspetta nudo per amarci, perdonarci e unirsi a noi così come siamo, e cancellare così dal nostro cuore la vergogna con cui abbiamo rifiutato Lui nelle sue parole che illuminano la volontà d'amore del Padre; le parole incarnate nei fratelli che Dio ci mette accanto. Lui, il Nuovo Adamo che non prova vergogna nell'essere nudo per amore nostro, sulla Croce ci sposa ridonandoci la dignità perduta. Rinnegare se stessi significa dunque essere ogni giorno crocifissi con Lui, attirati dalla sua Grazia sull'altare che ci consegna senza difese ad ogni uomo, anche ai nemici che tramano di toglierci la vita. Coraggio, nella Chiesa il Signore viene a liberarci dalla vergogna d'essere discepolo di un crocifisso, di seguire le sue folli parole d'amore, dalla paura di morire per amore. E ci chiama a seguirlo nel cammino di ritorno al Paradiso dell'innocenza e della libertà di amare, portando con Lui il suo "obbrobrio", l'albero della nostra salvezza dove potremo consegnarci a tutti per amore suo e del Vangelo, che è la salvezza di ogni uomo. 


Venerdì della VI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio





Venerdì della VI settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Desiderare di rassomigliare più effettivamente a Lui,
la povertà con Gesù povero piuttosto che la ricchezza,
le ingiurie con Gesù, che ne è ricolmo, piuttosto che gli onori,
e preferire essere stimato stupido e pazzo per Gesù,
che per primo fu ritenuto tale, anziché saggio e prudente in questo mondo

S. Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Marco 8,34-38.9,1.

Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi». E diceva loro: «In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza».








SEGUIRE CRISTO ATTIRATI SULLA CROCE DOVE CI DONA L'INNOCENZA PERDUTA CON IL PECCATO
Gesù convoca la folla insieme ai suoi discepoli e obbliga tutti a guardarci dentro e a scoprire le carte, e decidere se davvero lo vogliamo seguire. Quel "se" si impone alle nostre abitudini: chi ho deciso di seguire? Possiamo rispondere misurando in noi la"vergogna", l'esperienza primordiale frutto del peccato originale, che ci spinge a vestirci di ipocrisia. "In principio tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna. La nudità significa il bene originario della visione divina e corrisponde a quella semplicità e pienezza di visione che chiameremo sponsale" (San Giovanni Paolo II). Per questo, come partendo dal "negativo" di una foto dalla vergogna che ci spinge a nasconderci e a tradire la Parola che ci ha creato e ci dà dignità, l'annuncio del Signore ci conduce al "positivo" che si nasconde in noi e che consiste nella vocazione sponsale della nostra vita. Solo la serietà della sua chiamata infatti, illumina l'esperienza della vergogna derivante dalla rottura della relazione con Dio che conduce alla conseguente rottura con il fratelloEssa si manifesta con le barriere che erigiamo a difesa del nostro ego quando ci assale la paura di fronte agli eventi che ci chiamano a donarci nell'amore. Ma se non ce la facciamo più a scappare dalla realtà, se l'ipocrisia ci ha sfiancato, allora possiamo accogliere la dichiarazione d'amore del Signore e decidere di seguirlo. Significa dire no a noi stessi, rinnegare l'opera del demonio, per lasciare che il Signore, passo dopo passo, ci spogli dell'uomo vecchio per rivestire di nuovo le vesti di Gloria che Dio, secondo il midrash, aveva donato ad Adamo e ad Eva. Concretamente, ciò significa prendere ogni giorno la nostra croce, lasciando che le umiliazioni, i rifiuti, i progetti infranti, le incomprensioni, le delusioni, le malattie, le sofferenze ci conducano alla nudità originaria. Perché sulla Croce Gesù ci aspetta nudo per amarci, perdonarci e unirsi a noi così come siamo, e cancellare così dal nostro cuore la vergogna con cui abbiamo rifiutato Lui nelle sue parole che illuminano la volontà d'amore del Padre; le parole incarnate nei fratelli che Dio ci mette accanto. Lui, il Nuovo Adamo che non prova vergogna nell'essere nudo per amore nostro, sulla Croce ci sposa ridonandoci la dignità perduta. Rinnegare se stessi significa dunque essere ogni giorno crocifissi con Lui, attirati dalla sua Grazia sull'altare che ci consegna, senza difese, ad ogni uomo, anche ai nemici, a chi trama di toglierci la vita, l'onore, il denaro, il posto di lavoro, le nostre cose. Coraggio, nella Chiesa il Signore viene a liberarci dalla vergogna d'essere discepolo di un crocifisso, di seguire le sue folli parole d'amore, dalla paura di morire per amore. E ci chiama a seguirlo nel cammino verso Gerusalemme, portando con Lui il suo "obbrobrio", l'albero della nostra salvezza offerta al mondo. 



QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





IMPARANDO NELLA CHIESA L'UMILTA' DI PIETRO VEDREMO LA FEDE INCARNARSI IN OPERE CROCIFISSE PER AMORE CHE TESTIMONIANO LA VITA ETERNA


Oggi possiamo fare un pit-stop sul nostro cammino di fede. Attraverso la domanda con cui Gesù ci chiede chi Lui sia per noi, la Chiesa ci interroga sui nostri pensieri: sono umani o divini? Quale sapienza è all'origine dei nostri pensieri (nel greco biblico i due termini sono molto vicini), ovvero delle aspirazioni, delle scelte e degli atti? La sapienza divina della Croce oppure, scandalizzati, prendiamo in disparte il Signore e ci mettiamo di traverso rifiutando paradossalmente il suo modo di amarci? Gesù era l'Uomo che realizzava il pensiero di Dio secondo il quale, per salvarci doveva soffrire, essere rifiutato, morire crocifisso e risorgere. Altro aveva in mente Pietro perché il veleno di satana si era impadronito dei suoi pensieri. Come? Come fa sempre, occultando la verità lasciandone scoperto solo un pezzettino. Mostra il rifiuto, la sofferenza, la Croce e la morte, e nasconde la risurrezione. Ascoltando il serpente, Pietro ha cominciato a pensare come Adamo e come ogni uomo ferito dal peccato originale della superbia. Schiacciato sulla sofferenza che il demonio interpreta come l'ingiustizia di un Dio geloso, non poteva comprendere il suo amore che esige il dover caricarsi del rifiuto e dei peccati per poter cancellarli. Non si può infatti comprendere il dover morire del Messia Gesù senza la sua risurrezione, senza cioè la garanzia, il pegno qui sulla terra del suo perdono e della vita eterna. Pietro lo capirà più tardi, quando si scoprirà apostata, in nulla diverso da quanti avevano rifiutato e ucciso il Signore. Allora, tra le lacrime di pentimento e compunzione, capirà che l'annuncio che Gesù aveva fatto quel giorno a Cesarea riguardava lui: per lui il Messia doveva soffrire, passare nella morte e risuscitare. Perché se Cristo non fosse risorto Pietro e tutti noi saremmo ancora schiavi del demonio nei nostri peccati. Come Pietro anche noi abbiamo bisogno del Cenacolo della Chiesa dove, formati nella sua fede, incontrare il Signore risorto. Apparendo risorto nelle liturgie, nella Parola, nei sacramenti e nella comunione con i fratelli, ci mostra le sue piaghe gloriose e, come a Pentecoste, ci dona il suo Spirito. Ma prima, attraverso la storia illuminata dalla predicazione della Chiesa, dobbiamo giungere ad accettare che Gesù è morto per noi che lo abbiamo ucciso nei fratelli e in noi stessi. Ogni croce che ci attende e contro la quale, preda del pensiero umano, istintivamente ci ribelliamo (una malattia, la precarietà che ci toglie le sicurezze, le relazioni fragili e nelle quali non possiamo appoggiarci) sono la prima parte del Vangelo che il Messia compie per noi e in noi con amore. Ascoltata sperimentando l'incontro con Cristo che trasforma la croce nello strumento della nostra salvezza, essa ci aprirà alla notizia della sua resurrezione e potremo accogliere, contriti e umiliati, il suo perdono che cancella i peccati per deporre nel cuore il suo Spirito. Esso formerà in noi lo stesso pensiero di Cristo che ci fa appartenere a Lui, e che guiderà la nostra carne ad offrirsi sulla Croce con Lui. Quella che Pietro ha rifiutato è infatti divenuta il destino con cui ha glorificato il Signore. Coraggio, perché quello che oggi rifiutiamo sarà il nostro trofeo, il segno di vittoria di chi, insieme a Pietro, va dietro al Signore nel cammino di conversione nel quale la fede che Dio ci dona gratuitamente attraverso la Chiesa, si incarna in opere di vita eterna che testimoniano il Cielo.