Giovedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

  
Io mi chiedo se questo pianto di Gesù 
non si riferisca alla nostra Gerusalemme. 
Noi infatti siamo la Gerusalemme sulla quale Gesù ha pianto. 
Se dopo aver conosciuto i misteri della Verità, 
dopo aver ricevuto la Parola del Vangelo 
e gli insegnamenti della Chiesa, 
uno di noi pecca, vi saranno pianto e lacrime su di lui. 
Non si piange su quelli che non sono credenti, 
ma su quello che dopo aver fatto parte di Gerusalemme, 
smette di appartenerle. 
Si piange su questa nostra Gerusalemme, 
perché, dopo che ha peccato, 
la assedieranno i nemici, cioè le potenze avverse, 
gli spiriti malvagi e scaveranno attorno ad essa una trincea, 
l'assedieranno e non lasceranno pietra su pietra.






L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 19,41-44.

Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo:
«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi.
Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte;
abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».


CON LE SUE LACRIME DI COMPASSIONE CRISTO RISORTO HA INAUGURATO PER NOI LA VIA DELLA PACE



Quando ancora non era che un pugno di uomini, il cristianesimo veniva chiamato semplicemente la “via". Tutto cominciava dalla "visita" degli apostoli itineranti nelle sinagoghe, nelle case e nelle piazze, dove annunciavano la Buona Notizia. Le loro parole erano l'eco di quelle del Maestro risorto: "Pace a voi!". Lo stesso saluto scambiato infinite volte, sulle labbra degli apostoli diveniva realtà sin dentro la vita, come era accaduto la sera di Pasqua. E tutto cambiava: l'esistenza era sradicata dalle vecchie abitudini e posta in cammino alla sequela del Signore sulla "via della pace". Ma accadeva anche che molti non “riconoscevano” nell’annuncio della Chiesa la “visita” del Signore, e il rifiuto diveniva spesso persecuzione. Come fu per “Gerusalemme” nei giorni del Messia, e poi molte volte nei secoli. E Gesù “piange” il rifiuto, “giorno” dopo “giorno”, insieme ai suoi apostoli, in ogni angolo della terra, mentre potrebbe lasciar sfogo alla sua ira. Le lacrime, infatti, segnano sempre l'annuncio del Vangelo. Esse recano il sapore di Cristo, della sofferenza con la quale ha redento il mondo. Lacrime di misericordia davanti a tutto quello che ancora non è stato “visitato” e “salvato”. In esse impariamo a guardare ai fratelli con pazienza e amore, per annunciare il Vangelo attraverso il dono silenzioso di noi stessi, quando la Parola non è accolta, come Gesù ha fatto nella città che lo rifiutava. Egli, infatti, di generazione in generazione, freme di compassione nel cuore della Chiesa, fissando profeticamente le rovine in cui si ridurrà la vita di chi non lo può "comprendere" perché ingannato dalla menzogna del demonio. Vede in anticipo i "giorni in cui i nemici” dell’anima che lo rifiuta, “cingeranno di trincee, circonderanno e stringeranno da ogni parte" pensieri e sentimenti per indurci a scappare nel peccato; Gesù sa che chi non lo accoglie rimane preda dell'orgoglio che "abbatte" genitori e figli, amici, parenti e colleghi, distruggendo ogni relazione senza "lasciare pietra su pietra". E’ quando la “via della pace” scompare dall’orizzonte e le guerre, le inimicizie, le gelosie, le invidie, i divorzi, i tribunali segnano il cammino doloroso dell’uomo. E Cristo con la sua Chiesa non può far altro che amare di nuovo “sino alla fine”, andando a prendere il peccato del mondo in ogni città che rifiuta il Vangelo e perseguita i suoi apostoli. Anche per noi "oggi" è il "kairos" della “visita” di Gesù, il momento favorevole nel quale, attraverso i fatti e le persone, Egli si fa presente per accoglierci nel suo movimento di pace e libertà. Ma spesso ci accade, come fu per Gerusalemme, di non saper "riconoscere" nella carne la "visita" del Signore; ci sembra impossibile che Egli possa indossare i panni della suocera o del capo ufficio, e rifiutiamo l’annuncio della Chiesa che illumina la storia con il Vangelo… La "via della pace" allora si "nasconde ai nostri occhi", che si spengono a poco a poco nei rancori e nei giudizi, suscitando l'incontenibile commozione di Gesù. Eccolo infatti, ancora una volta alla nostra porta come a quella di ogni uomo, a confondere le sue lacrime con le nostre, con il sale aspro del suo dolore ad accogliere il nostro, quasi implorando d'essere, finalmente, "riconosciuto" e accolto. Le sue lacrime solcano dolcemente le nostre ferite come un cammino di pace per schiuderle al suo perdono risanatore, e suscitare in noi, come accadde a Pietro, lacrime sante di pentimento. Lasciamolo entrare allora "in questo giorno" nella nostra Gerusalemme, perché torni ad essere la Città della Pace che Lui ha "scelto come sua dimora per sempre", un segno di speranza da annunciare ad ogni uomo intingendo nelle nostre lacrime la misericordia di Dio.



COMMENTO COMPLETO





C'è una via della pace. Un cammino. Quando ancora non era che un pugno di uomini folgorati dagli occhi di Gesù e dalla predicazione dei suoi apostoli, il cristianesimo era chiamato semplicemente "la via". La via della pace appunto. La via del Messia che aveva portato la pace, dono messianico per eccellenza. Gesù risorto apparendo ai discepoli tramortiti di paura e di stupore socchiude le labbra per annunciare, semplicemente, "Pace a voi". Un po' di pace cerca il nostro cuore, e la nostra povera esistenza. Non è così?

La pace è un cammino, una via che attraversa il mare che ci separa dalla libertà, l'ambiguo cumulo di acque che ogni giorno seppellisce i nostri propositi, le intenzioni, i desideri. La pace è un cammino che percorre le tracce del Signore fin dentro la morte, per uscirne vittoriosi. Lui e noi, ogni giorno. Anche oggi è il tempo, il kairos della sua visita. Anche oggi il Signore indossa le sembianze del marito, della moglie, dei figli, dei colleghi, e viene a visitarci. E sembra impossibile che la via della Pace passi proprio per questa umiliazione, per questo rifiuto, per questo fallimento. Eppure le lacrime segnano la visita del Signore.

Dobbiamo imparare a non disprezzarle le nostre lacrime; a leggerne il sale che portano dentro, la sofferenza che non si può mai minimizzare. E' il sale che dà "sapore" alle lacrime, al dolore che, come un fiume, portano alla luce. Le lacrime, qualunque guancia solchino, recano il sapore di Cristo, della sua sofferenza con la quale ha salvato il mondo. Lacrime profetiche e di compassione, sempre. "Piangete con quelli che piangono": così ha fatto Cristo, perché ogni lacrima è raccolta dalla sua mano, nessuna scenderà invano. 
Le lacrime dei figli, della moglie, dell'amico, sono sempre lacrime sante, immerse in quelle benedette del Signore. Il dolore per qualcosa che non si comprende, per una presa in giro, per un'offesa, per un tradimento, per la morte, qualunque lacrima, ha già solcato il volto del Signore quel giorno alla vista della tomba di Lazzaro, come quell'altro, alla vista di Gerusalemme. Le lacrime davanti a tutto quello che ancora non è stato visitato e salvato

E' Cristo che si fa presente nelle lacrime di chi ci è vicino, è Lui che piange in noi alla vista della sofferenza. E' Lui che anche oggi ci visita con amore immenso, con le lacrime di tenerezza e di misericordia. Anche oggi, in mille circostanze, Gesù scende alla nostra vita, lì dove siamo, quasi implorando d'essere accolto.

Geloso più di noi della nostra libertà, Gesù ha visto in quali pasticci abbiamo spinto le nostre vite. Freme di compassione fissando le rovine della nostra esistenza, i fumi delle distruzioni che ancora abbiamo negli occhi, le conseguenze funeste delle nostre decisioni lontane da Lui; i nemici, i peccati che hanno ferito i nostri sentimenti sino a paralizzarci. 

Eppure, anche i fallimenti, perfino i peccati sono dentro la profezia di Gesù. Non stupiamoci: è necessario che non resti "pietra su pietra" della Gerusalemme che ha rifiutato Gesù. Passa per la rovina dell'uomo vecchio il cammino della Pace, perché la risurrezione segue sempre il sepolcro. Se nella tua vita "i tuoi nemici ti hanno cinto di trincee, circondato e stretto da ogni parte" è perché non hai riconosciuto la "visita" di Gesù. Se il matrimonio ti sembra proprio una città sotto assedio, se con i tuoi figli non ti sembra di avere scampo sotto il fuoco delle incomprensioni reciproche, non ti meravigliare: nella storia ti cercava il Signore, ma lo hai rifiutato...

E hai sperimentato che "i nemici", i demoni che ci odiano, hanno "abbattuto te e i tuoi figli dentro di te". No, non è il carattere, non è la differenza di età; non è nemmeno la società. E' il demonio che prima ha abbattuto te, e poi i tuoi figli dentro di te, nel tuo cuore, perché è lì che si insinua e semina la morte. E' dentro di te che devi guardare, non in tuo figlio, tua moglie, o nel collega o negli eventi contrari. 

Guarda bene, e vedrai che nel fondo del tuo cuore sono già scese le lacrime di Gesù, come acque battesimali, piene di compassione. Lasciati visitare allora, permetti alla sua misericordia di avere ragione del tuo orgoglio. Lasciati ammaestrare dalla Chiesa, perché ogni sua Parola, ogni sacramento e liturgia è una lacrima d'amore di Cristo. 

I nostri dolori lo hanno commosso, straziato, ed ora eccolo qui, Lui il Re dei re, il Signore dei signori, che potrebbe essere adirato e potrebbe lasciar sfogo alla sua ira, e invece eccolo alla nostra porta, con le lacrime a segnargli il volto di un riga di dolcezza: "Ti amo, lo sai? Non ti rimprovero, sono qui per te. Pace a te, non aver paura". Spalanchiamo le porte a Cristo allora, anche oggi. Accogliamo il Principe della Pace, vittorioso sulla morte e il peccato, che viene a noi per condurci, amorevolmente, per il cammino della pace, l'iniziazione cristiana, come ogni percorso che ha donato alla sua Chiesa perché potessimo convertirci.

Entriamo nella nostra vita senza timore, percorrendo, con Lui, il cammino della conversione, seguendo le orme della pace che sgorga dal suo perdono, sino alle porte del Regno di pace, la Gerusalemme celeste sposa del Signore, senza macchia né ruga, il nostro destino preparato dall'amore del Padre.  


Martedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma


Un uomo alla ricerca di Dio chiese a un cristiano: 
“Come posso trovare Dio?”. 
Il cristiano replicò: “Ora te lo mostro”. 
Lo portò sulla riva del mare 
e immerse la faccia dell’altro nell’acqua per tre volte. 
Poi gli chiese: 
“Cosa desideravi più di ogni altra cosa 
quando la tua faccia era nell’acqua?”. 
“L’aria”, replicò l’uomo che cercava Dio. 
“Quando desidererai Dio 
come hai desiderato l’aria, lo troverai”, 
disse il cristiano. 

Un Padre del deserto


 



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L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Luca 19,1-10.

Entrato in Gerico, attraversava la città.
Ed ecco un uomo di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco,
cercava di vedere quale fosse Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, poiché era piccolo di statura.
Allora corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
In fretta scese e lo accolse pieno di gioia.
Vedendo ciò, tutti mormoravano: «E' andato ad alloggiare da un peccatore!».
Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch'egli è figlio di Abramo;
il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».




LA NECESSITA' DELL'AMORE SINO ALLA FINE DOVUTA AI NOSTRI PECCATI SENZA FINE


Come quel giorno a Gerico, così oggi Gesù cerca ciascuno di noi, schiavi dei nostri peccati, incapaci di perdonare e di chiedere perdono, ma con un desiderio insopprimibile di “vederlo”. Ma, come Zaccheo, cerchiamo Gesù ancora con occhi troppo umani; lo crediamo simile a noi, e pensiamo che per incontrarlo dovremmo fare come siamo abituati con gli altri: “salire” sul “sicomoro” per essere diversi dalla “folla”, cambiare in qualche modo la nostra realtà, che ci sembra inadeguata e di inciampo. Ma Gesù ci stupisce con il suo amore che fa proprio del sicomoro così meschino e ridicolo sul quale ci issiamo, il “katalyma”, come la grotta di Betlemme e il Calvario, - nei cui brani è usato lo stesso termine - il "seno" benedetto dove si rinasce a vita nuova. Gesù, che conosce il nostro nome come quello di Zaccheo, ci guarda e ci dice: "Puro, (un significato del nome Zaccheo) scendi subito, che devo fermarmi a casa tua”. Non importa se puri non siamo, i suoi occhi intrisi di misericordia ci vedono già così, “anche noi figli di Abramo”, nonostante tutto; per questo “deve” venire, e “fermarsi” a casa nostra per “purificarci” riconciliandoci con Dio e con i fratelli. E non c'è tempo di mettere ordine, di spazzare, di prepararci all'incontro, perché Lui ci anticipa sempre. Solo la Sua Parola può  compiere il Perdono: "scendi", convertiti, torna in te, scendi i gradini del cammino che ti conduce al battesimo, "non temere, io ti amo così come sei". 

Gesù anche oggi è in ginocchio davanti a ciascuno di noi per lavarci ogni peccato; ci guarda dal basso, “alza lo sguardo” e, se ci chiama a “scendere”, è perché Lui è già lì, dove abbiamo “derubato e frodato”. Per amarci il Signore non pone condizioni: la conversione è il frutto del suo amore, perché “l'agire segue sempre l'essere”, e l'essere deve essere prima rinnovato. “E il Signore vide proprio Zaccheo. Fu visto e vide; ma se non fosse stato veduto, non avrebbe visto... Siamo stati veduti perché potessimo vedere; siamo stati amati affinché potessimo amare” (S. Agostino, Discorso 174). Zaccheo, nevrotico e sempre in lotta con se stesso e con i suoi complessi, si è specchiato in Cristo e ha trovato in Lui la pace, la statura ideale per la sua vita: è tornato ad essere il “figlio di Abramo” che s’era “perduto” a causa del peccato. Zaccheo, “cercato” e “salvato” senza condizioni, vede il suo cuore ormai trasformato gratuitamente in una sorgente d'amore, nonostante le “mormorazioni” e lo “scandalo” che sempre provoca una conversione impensata. Liberato da se stesso si dona senza misura ai fratelli, “poveri” come lui. Accogliendo “oggi” Cristo che si auto-invita nella nostra casa, possiamo vivere in pienezza ogni giorno come Yom Kippur, il grande giorno del perdono, nel quale ogni ebreo era invitato a visitare coloro con i quali aveva qualche cosa in sospeso per riconciliarsi. Ed è proprio quello che ha fatto Gesù con Zaccheo; Lui, senza peccato, si è fatto peccato e ha preso l'iniziativa andando a cercare in Zaccheo ogni peccatore per offrirgli il perdono e la riconciliazione. Ecco perché era “necessario”, come recita il greco originale, che Cristo si “fermasse” nella casa di Zaccheo, doveva sciogliere l'inganno che lo aveva separato da Dio! Come anche "oggi" è necessario che ci visiti, con la Parola o con gli eventi attraverso i quali sempre Dio ci parla, e così si possa fermare nella nostra vita, per salvarci, e non solo. E' necessario che ci faccia una cosa con Lui, nella nostra casa, nei pensieri, nelle parole, nei gesti, perché noi si possa finalmente restituire “quattro volte tanto” quanto abbiamo sottratto ingiustamente a chi ci è accanto, l’amore di cui avevano diritto moltiplicato dalla misericordia di Dio. E per fare di noi altrettanti Gesù che devono fermarsi a casa di ogni uomo, sino al più lontano, per farvi entrare la salvezza e trasformare ogni oggi nel giorno di Pasqua, offrendo la riconciliazione con il Padre e issare in Cielo questa generazione. Come accadde a San Francesco a Spoleto mentre si dirigeva incontro alla vana gloria e incontrò il Re che si donava a lui perché anche lui si donasse a Cristo. 


Francesco, chi vuoi servire il Re o il servo?








COMMENTO COMPLETO




Oggi è speciale: per ciascuno di noi è come fu quel giorno per Zaccheo, "l'Arci-pubblicano, arci-peccatore" e ricco e perduto.Oggi non si può indurire il cuore, il sole è sorto per ascoltare la sua voce e farci entrare in Paradiso, come fu quel pomeriggio per il ladrone crocifisso accanto a Gesù: in un istante si vide spalancare le porte del Cielo, per uno sguardo, per una parola. Oggi è speciale, il Signore deve passare proprio dalle nostre parti, deve fermarsi a casa nostra, come fu per Zaccheo. Quel giorno Gesù era entrato in Gerico, come Giosuè; l'aveva conquistata guarendo un povero cieco: al suo grido di dolore s'era fatta risposta una parola del Signore, e le mura erano crollate; aveva votato allo sterminio ogni demonio, la  città era ormai bonificataGerico era "purificata", come Zaccheo, il cui nome significa "puro". La città degli uomini era divenuta, per amore di Zaccheo, la Città di Dio; scriveva Sant'Agostino: "Due amori hanno costruito due città: l’amore di sé spinto fino al disprezzo di Dio ha costruito la città terrena, l’amore di Dio spinto fino al disprezzo di sé la città celeste. Quella trova la sua gloria in sé stessa, questa nel Signore. Quella cerca la gloria tra gli uomini, per questa la gloria più grande è Dio, testimone della coscienza. Quella solleva il capo nella sua gloria, questa dice al suo Dio: Tu sei la mia gloria e sollevi il mio capo... Ambedue tuttavia ugualmente si servono dei beni temporali e ugualmente sono afflitte dai mali temporali, distinte solo da diversa fede, diversa speranza, diverso amore". Gesù era entrato in Gerico, la attraversava, e così preparava Zaccheo ad essere cittadino della Città di Dio, a vivere nel diverso amore seminato dal suo passaggio.

Zaccheo non lo sapeva. Non poteva immaginare che Gesù, entrando nella sua città, aveva fatto scendere la sua Grazia tutto intorno a lui, perchè potesse correre, e cercarlo, e incontrarlo. Aveva conquistato una città intera per salvare lui, per dare compimento alla sua primogenitura, alla sua vita, per farlo puro, come già era scritto nel suo nome. Così oggi Gesù entra e conquista la nostra "città" per farne il luogo di Grazia dove poterlo incontrare, dove possa dirci come alla Vergine Maria: "Ti saluto o piena di Graziail Signore è con te!". Nel luglio del 529, durante il Concilio omonimo, fu sottoscritto nella città di Orange, vicina ad Avignone, un testo di fondamentale importanza, che nel gennaio 531, Papa Bonifacio II approvò con una sua lettera. Nella conclusione del documento, non a caso, si trovano le figure evangeliche del buon ladrone, del centurione Cornelio e di Zaccheo, a testimonianza che «quella fede così mirabile non proviene dalla natura ma è dono della bontà divina». Nella sua lettera il Papa si rallegra del sensus fidei cattolico apparso ad Orange e ne conferma le ispirazioni scrivendo che "la retta fede in Cristo e il sorgere della buona volontà viene ispirata, per grazia preveniente di Dio, alle facoltà proprie dei singoli individui.... è evidente che la fede per cui crediamo in Cristo, così come ogni bene, proviene ai singoli uomini dal dono della grazia divina, non dal potere della natura umana". 

Zaccheo aveva saputo qualcosa di Gesù e tentava di precederlo, spinto dalla Grazia che previene; intuiva che l'amore di quell'Uomo lo avrebbe condotto sino a lui. Di una cosa sola era certo: era un peccatore pubblico e ricco: oggetto di disprezzo e invidia; e poi quei "guai" annunciati da quel Rabbì di Galilea e che risuonavano, sinistri, anche da quelle parti: guai a chi ride, a chi è sazio, guai ai ricchi perchè sono già consolati... Ma Zaccheo aveva certamente ascoltato anche dell'originalità di quel Nazareno: andava a mangiare dai peccatori come lui, dai pubblicani e dai ricchi come lui, e non temeva di contaminarsi come tutti gli altri rabbini che lo guardavano con odio e disprezzo. Chissà, forse con un po' di fortuna, avrebbe potuto averlo come ospite. 

Certamente, non era felice; era una vita scomoda la sua, con tutti quegli occhi sprezzanti e pieni di odio addosso. Per questo, anche la curiosità di Zaccheo, come la nostra, accesa dall'eco della fama di Gesù, è già opera della Grazia. Dentro quella curiosità si addensava anche l'insoddisfazione e l'eco di una promessa che ogni uomo reca sigillata nel cuore: è Gesù la risposta, la salvezza, la felicità vera. Così Zaccheo corre per vederlo, e noi con lui, e non sospettiamo che quella corsa ci sta portando dritti a un appuntamento che non abbiamo preso; ma che ha preso Gesù, e lo tiene annotato da sempre sull'agenda del suo zelo. E saliamo sul sicomoro, immagine della nostra storia, incapaci di accettare la nostra piccolezza e inadeguatezza, e che ci sembra soffocare in mezzo agli altri. 

Eppure, anche questo arrampicarsi per paura di non poter vedere e capire, diviene un luogo santo, il Sinai dove vedere Dio e non morire. Ogni sicomoro allora è, misteriosamente e paradossalmente, pienezza del tempo e dello spazio; siamo quel che siamo, ci arrampichiamo, sgomitiamo, vogliamo emergere, siamo affamati di senso e compiutezza, e combiniamo di tutto. Ma in questo tutto così meschino e ridicolo sul quale ci issiamo, è già inscritta la salvezza. L'oggi che ci vede sul sicomoro è l'oggi dell'incontro con la salvezza. Il sicomoro è piantato nella città purificata, è debolezza innestata sulla potenza di Dio. Dobbiamo imparare a guardare con occhi diversi le nostre debolezze, come quelle di chi ci è accanto. I moralismi che vorrebbero sradicare i sicomori della fragilità e della precarietà, possono precludere il cammino incontro al Signore. Chi non guarda alla propria vita e a quella dei figli, di ogni prossimo, con la certezza che il Signore è già entrato nella città e la sta attraversando e purificando nel suo amore, dirigendosi proprio verso quel sicomoro, ha già chiuso le porte alla misericordia. Il luogo dell'incontro con Gesù è, come la grotta di Betlemme e il Calvario, il katalyma - lo stesso termine usato nelle tre circostanze - il seno benedetto dove si rinasce a vita nuova.

Ma Gesù sa tutto. Lui conosce il nostro nome, la nostra storia, il nostro cuore, come conosceva quello di Zaccheo: "Puro", scendi subito, che devo fermarmi a casa tua. Così ci chiama oggi, e non importa se non siamo puri, i suoi occhi intrisi di misericordia ci vedono così... Gesù sa perfettamente dove ci siamo issati, e alza lo sguardo per incontrarci proprio lì. Lui ci ama, sempre e comunque, a prescindere. Per questo, spinto da un'irrefrenabile esplosione d'amore, Lui deve venire, e restare a casa nostraNoi a cercare di vederlo, e Lui a cercare e a salvare quello che era perduto. E non c'è tempo di mettere ordine, di spazzare, non c'è tempo di prepararci all'incontro. Lui ci anticipa sempre. E' solo la Sua Parola a cambiare, anche oggi, la nostra vita: "scendi". Torna in te, rientra nella verità e non temere. Scendi i gradini del cammino che ti conduce al battesimo, perchè Gesù vuole stare con noi, con me, con te. Altro non conta. Passato, presente, futuro, tutto è racchiuso in una Parola d'amore: "Non temere, scendi, il ti amo così come sei".

Gesù anche oggi è ai nostri piedi, come nella notte prima di morire sulla Croce, e si mette in ginocchio davanti a ciascuno di noi; ci guarda dal basso, lavandoci i piedi, perdonando ogni nostro peccato. Gesù è il Maestro, ha autorità, non come gli scribi e i farisei che insegnavano senza compiere nulla di quello che dicevano. Il Signore ha autorità perché ci chiama a raggiungerlo dove già Lui è arrivato. Se ci dice di scendere è perché Lui è già sceso, e ci aspetta lì, nella verità della nostra vita, dove ha deposto il suo amore. È questo un principio educativo molto importante, decisivo, per i genitori, per i presbiteri, per i catechisti, per qualunque educatore. Stare già dove si vuole chiamare e condurre i giovani, i figli, il gregge. È l'autorità dell'autenticitàquella di Gesù, alla quale Zaccheo ha ubbidito rapidamente e naturalmente. L'autorità che non è moralismo, se non misericordia e verità, amore infinito che compie già quello che annuncia chiamando all'obbedienza. Per entrare a casa sua Gesù non pone condizioni, non esige che cambi vita:  la conversione sarà un frutto, perchè l'agire segue sempre l'essere, e l'essere deve essere prima rinnovato. 

La pedagogia di Cristo è questa, preparare tutto, purificare l'ambiente, fare bella ogni cosa, attraente, perchè laddove Lui è e si ferma, tutto acquista uno splendore, una luce, una bellezza nuova, che è impossibile resistergli. Perchè non scendiamo mai dai nostri sicomori? Perchè, mentre ci ripetiamo che sarebbe bello seguire Gesù, restiamo chiusi nei nostri progetti, nei criteri, e continuiamo la nostra vita? Perchè cadiamo sempre negli stessi peccati? Per debolezza? Certo, siamo piccoli come Zaccheo. Ma c'è una ragione più profonda, ed è quella che, in controluce, emerge dall'incontro di Gesù con Zaccheo. 

La spiega S. Agostino: "Se il poeta ha potuto dire [cita Virgilio, Ecl. 2 ]: “Ciascuno è attratto dal suo piacere”, non dalla necessità ma dal piacere, non dalla costrizione ma dal diletto; a maggior ragione possiamo dire che si sente attratto da Cristo l’uomo che trova il suo diletto nella verità, nella beatitudine, nella giustizia, nella vita eterna, in tutto ciò, insomma, che è Cristo». Per convertirci, per obbedire alla grazia che ci previene e lasciare quello che abbiamo oggi tra le mani, per seguire Gesù occorre essere guardati da Lui, è necessario incontrare una bellezza che ci ferisca e ci rapisca il cuore. Bisogna innamorarsi al punto che tutto il resto, ma proprio tutto, divenga secondario rispetto a Cristo, spazzatura ed impedimento, come diceva San Paolo; "La vita dell’uomo" infatti, scriveva San Tommaso, consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene e nel quale trova la sua più grande soddisfazione" (San Tommaso d’Aquino, Secunda secundae, in Summa Theologiae, q. 179, art. 1.). 

Zaccheo ha incontrato lo sguardo di Cristo e se ne è innamorato; ha trovato l'affetto che sostiene la vita, la sua più grande soddisfazione. Commenta S. Agostino: "E il Signore vide proprio Zaccheo. Fu visto e vide; ma se non fosse stato veduto, non avrebbe visto... Siamo stati veduti perché potessimo vedere; siamo stati amati affinché potessimo amare" (S. Agostino,Discorso 174). Zaccheo è stato guardato, e per questo ha visto lo sguardo nel quale ha potuto specchiarsi, e vedersi bello, compiuto, realizzato. Zaccheo, piccolo, certamente nevrotico e sempre in lotta con se stesso e con i suoi complessi, in cerca di un sicomoro per raggiungere e superare gli altri, ha incontrato gli occhi di Gesù, e ci è potuto entrar dentro, e vedersi come non si era mai visto: innanzi tutto conosciuto, e per questo cercatoaccolto e amato; e poi, in quello sguardo profondo come l'infinito che non puoi neanche abbracciare, ha trovato la pace, la statura ideale per la sua vita, l'amore di Cristo. In quello sguardo sono evaporati i complessi, e Zaccheo ha raggiunto l'equilibrio, si è riconciliato con se stesso; per lui, quegli occhi erano divenuti una piscina battesimale dove annegare l'uomo vecchio, schiavo delle menzogne, attaccato alla corruzione dei quattro denari sottratti per rubare spazio, dignità, statura, e da dove risorgere come una creatura nuova.Zaccheo incontrando Cristo si è ritrovato uomo, debole, piccolo, eppure perfetto e bello, perchè raggiunto e trasfigurato nell'amore: infatti, "noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore" (2 Cor. 3,18).  

Zaccheo, cercato e perdonato senza condizioni, vede il suo cuore trasformato in una sorgente d'amore. Liberato da se stesso si dona senza misura. E' questa l'esperienza che ha cambiato la vita a San Francesco nella notte di Spoleto: "Appena giunto nella città più vicina (Spoleto), udì nella notte il Signore, che in tono familiare gli diceva: Francesco, chi ti può giovare di più: il signore o il servo, il ricco o il poverello? Il signore e il ricco, rispose Francesco. E subito la voce incalzò: E allora perché lasci il Signore per il servo; Dio così ricco, per l'uomo, così povero? Francesco, allora: "Signore, che vuoi che io faccia? Il Signore rispose: Ritorna nella tua terra, perché la visione, che tu hai avuto, raffigura una missione spirituale, che si deve compiere in te, non per disposizione umana, ma per disposizione divina. Venuto il mattino, egli ritorna in fretta alla volta di Assisi, lieto e sicuro. Divenuto ormai modello di obbedienza, restava in attesa della volontà di Dio". Francesco, come Zaccheo, torna nella sua terra, nella sua storia, perchè "laddove è abbondato il peccato ha sovrabbondato la Grazia". 

E vi torna pieno di gioia accogliendovi Cristo. Ecco la sorgente della gioia! Accogliere Cristo che si è "auto-invitato" nella nostra casa, per legare l'uomo forte, il demonio, e strappargli i beni che aveva rubato. Accogliere la salvezza e vedere tutto con occhi nuovi, gli occhi di Cristo. "Io lo guardo ed egli mi guarda diceva il contadino di Ars in preghiera davanti al Tabernacolo. Questa attenzione a lui è rinuncia all’«io». Il suo sguardo purifica il cuore. La luce dello sguardo di Gesù illumina gli occhi del nostro cuore; ci insegna a vedere tutto nella luce della sua verità e della sua compassione per tutti gli uomini" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2715). Riconciliato con Dio e con se stesso e la propria storia, Zaccheo e ciascuno di noi, è ormai libero e può riconciliarsi con tutti, e di tutti avere compassione. Un cuore amato, toccato e abitato da Cristo già vive in un altro mondo, sua Patria è il Cielo, dove sono infrante le dure leggi della carne e del profitto. Olivier Clément ha scritto che i cristiani autentici sono riconosciuti nel mondo perché si sente che tali persone "hanno scoperto qualcos'altro, che si radicano in un altrove così reale da esser pronti a dare la propria vita per esso. Un altrove che non fa vivere in un altro posto, come una droga, ma che consente di amare in maniera disinteressata". Nessuna difesa, l'uomo nuovo Zaccheo, ricreato in Cristo, non si appartiene più, è del suo Signore, e, in Lui, di ogni fratello. L'incontro con Lui fa scaturire la comunione, rompe le barriere dell'egoismo e apre orizzonti nuovi: nasce la Chiesa, il Popolo che gratuitamente riceve e gratuitamente dona.

Accogliendo “oggi” Cristo che si auto-invita nella nostra casa, possiamo vivere in pienezza ogni giorno come Yom Kippur, il grande giorno del perdono, nel quale ogni ebreo era invitato a visitare coloro con i quali aveva qualche cosa in sospeso per riconciliarsi. Ed è proprio quello che ha fatto Gesù con Zaccheo; Lui, senza peccato, si è fatto peccato e ha preso l'iniziativa andando a cercare in Zaccheo ogni peccatore per offrirgli il perdono e la riconciliazione. Ecco perché era “necessario”, come recita il greco originale, che Cristo si “fermasse” nella casa di Zaccheo, doveva sciogliere l'inganno che lo aveva separato da Dio! Come anche "oggi" è necessario che ci visiti, con la Parola o con gli eventi attraverso i quali sempre Dio ci parla, e così si possa fermare nella nostra vita, per salvarci, e non solo. E' necessario che ci faccia una cosa con Lui, nella nostra casa, nei pensieri, nelle parole, nei gesti, perché noi si possa finalmente restituire “quattro volte tanto” quanto abbiamo sottratto ingiustamente a chi ci è accanto, l’amore di cui avevano diritto moltiplicato dalla misericordia di Dio. E per fare di noi altrettanti Gesù che devono fermarsi a casa di ogni uomo, sino al più lontano, per farvi entrare la salvezza e trasformare ogni oggi nel giorno di Pasqua, offrendo la riconciliazione con il Padre e issare in Cielo questa generazione.

Subito, infatti, la casa di Zaccheo è trasformata da Gesù in viscere di misericordia. Laddove si ferma il Signore regna infatti la misericordia, e anche le cose più ordinarie divengono occasioni nelle quali si compie una missione straordinaria: annunciare l'amore infinito di Dio compiuto in un peccatore, un traditore, un ladro. Zaccheo, con San Paolo, può ben dire che "lo stesso Iddio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo. Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi" (2 Cor. 4, 6 ss.). 

Il volto di Cristo è davvero rifulso nel cuore malato e perduto di Zaccheo, come su quello di ciascuno di noi; resteremo quello che siamo - carattere, fisico, debolezze, non cresceremo e resteremo piccoli di statura - e la Grazia abiterà sempre in un vaso di creta; ma proprio perchè è così, la nostra vita sarà un riverbero dello sguardo di Cristo offerto al mondo perchè la salvezza entri in ogni casa; la vita di Zaccheo è divenuta un annuncio di speranza, nonostante le mormorazioni e lo scandalo che sempre provoca la conversione impensata, magari proprio di chi ci ha frodato e ingannato. Ma, come scriveva Sant'Agostino, "per quanto sia lodata e per quanto sia esaltata la virtù, che senza la vera pietas è utile alla gloria degli uomini, non la si può nemmeno paragonare ai primi piccoli passi dei santi, cioè di coloro la cui speranza è posta nella grazia e nella misericordia del vero Dio"Siamo chiamati infatti - attraverso i nostri piccoli passi che ad ogni oggi ridiventano i primi - a rivelare a tutti che in ogni desiderio di felicità è inscritto il desiderio di Dio. E che, prima ancora di essere desiderato, Lui è già lì, pieno di misericordia, a guardarci con amore infinito.