Sacratissimo Cuore di Gesù. Anno A



αποφθεγμα Apoftegma

Ti supplico, 
che la mitezza della tua carità ridia coraggio al mio cuore. 
Per grazia, le viscere della tua misericordia 
si commuovano in mio favore, 
perché purtroppo, numerosi sono i miei demeriti, 
nulli i miei meriti.
E donami, o caro Gesù, di amare te solo, 
in ogni cosa e al di sopra di tutto, 
di attaccarmi a te con fervore, 
di sperare in te, 
e di non mettere alla mia speranza nessun limite.

Santa Geltrude di Elfta 








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». 




AMATI GRATUITAMENTE POSSIAMO RIPOSARE NEL CUORE DI GESU' CHE SI SCHIUDE PER NOI NELLA CHIESA

Cosa ti farebbe gioire così tanto da esultare? Pensaci un momento e rispondi. E il mondo? I colleghi, gli amici, i vip e gli opinionisti così "intelligenti"? E gli intellettuali così "sapienti"? C'è qualcosa che li farebbe scomodare dalla loro pura seriosità e farli gridare di gioia? Ora vediamo invece per chi si rallegra Dio: il Padre e il Figlio esultano per ciò che di sicuro neanche hai pensato; sì, la ragione della loro esultanza sono quelli che noi e il mondo non degniamo di nessuna attenzione, perché nulla fanno per attirarla: sono troppo "piccoli" per gli uomini che si credono molto grandi, che si aspettano grandi eventi, grandi cambiamenti, grandi consolazioni. Invece il Padre, infinitamente più grande della sua creatura più grande, si avventura in un testacoda incredibile e plana dove l'occhio superbo proprio non può cadere... "Sì, perché a Lui è piaciuto così", ha scelto cioè gli "infanti", i "piccoli" secondo la Vulgata, coloro che non hanno ancora l'uso della parola, i"fanciulli", i "lattanti", per "rivelare le sue cose". Capito? Il Padre rivela il suo cuore a chi ancora non sa parlare, e il Figlio "esulta nello Spirito Santo". Vallo a capire Dio... Impossibile per chi ha un altro padre a cui cerca di assomigliare e spera la gioia dal compimento dei suoi desideri, carnali, effimeri, indigesti, quasi sempre mortali. Ascolta le sue parole che lo adulano, e ne fa un idolo da adorare e imitare. E' così, vero? Ascoltiamo le parole avvelenate del serpente, le accogliamo nel cuore, e cominciamo a ripeterle declinandole in ogni situazione che viviamo. E chiacchieriamo, per giustificare, per legare, per sciogliere, per ingannare, per sedurre, per vincere, per vendicare, per uccidere. La Scrittura mette in guardia dal troppo e dal vano parlare: "Le parole della bocca dell'uomo sono acqua profonda... con la bocca l'uomo sazia il suo stomaco, egli si sazia con il prodotto delle sue labbra. Morte e vita sono in potere della lingua, e chi l'accarezza ne mangerà i frutti" (Pr. 18, 4. 20-21). Ecco, ci illudiamo di saziarci con le nostre parole perché abbiamo creduto che le parole del demonio ci avrebbero fatto diventare come Dio, e sai che esultanza. Per questo c'è come un'ingordigia nelle nostre parole, le accarezziamo credendo di trovarne beneficio, mentre, proprio come dopo aver accolto quelle del serpente, ne sperimentiamo i frutti avvelenati: divisioni, liti, invidie, passioni. Per questo siamo sempre più stanchi, "affaticati e oppressi". Come stai? Nove su dieci rispondono: stanchissimo guarda, non ti dico quante cose ho dovuto fare. E poi, sempre in tiro, guai ad abbassare la guardia, chi agnello si fa il lupo se lo mangia... E poi quella stanchezza per gli sforzi e i tentativi di obbedire alle leggi e ai moralismi che lo Stato e la società ci impongono per essere accettati, o quelli più subdoli della religione che ci siamo inventati, e i peggiori, quelli che noi stessi ci carichiamo sulle spalle. Fardelli insopportabili, che infatti ci schiacciano e ci fanno esplodere come quando buchi un palloncino: una deflagrazione di peccati che si abbatte su chi ci è intorno, dai quali esigiamo senza pietà ciò che noi non siamo stati capaci di compiere. E ancora più stanchi, perché ciò che "opprime e affatica" il cuore sono soprattutto i peccati. 



Invece le parole di Dio sono preparate per chi non ha parole. E se fossero, oggi, per noi? Se accettassimo di essere davvero "affaticati e oppressi" perché peccatori, ci ritroveremo, finalmente, senza parole. "Infanti", cioè senza favella. Allora sì che questa Solennità ci verrebbe incontro come un unguento a lenire le nostra membra ferite e stanche per tanto "andare e venire" senza frutto. Il "Sacratissimo Cuore di Gesù" si schiuderebbe davanti al nostro "cuore corrottissimo", indurito nell'orgoglio e nell'incredulità, tempestato di aritmie perché incapace di battere per amare. Accetti di avere un cuore da buttare? Accetti di aver un'urgentissimo bisogno di trapianto? Sì? Fantastico! Significa che la storia ti ha fatto scoprire di essere "piccolo" mostrando inutili le tue parole; e "povero", "tapino", secondo l'originale greco del termine "umile". Significa che la Parola di Dio ti ha illuminato e le cure materne della Chiesa ti hanno condotto alla verità, aprendo i tuoi occhi sulla "terra" di cui sei fatto, secca e arida perché hai cacciato da tempo lo Spirito Santo che le dà la vita. Sei nell'humus, stai sfiorando l'umiltà, l'unica via per entrare nel "riposo" e nel "ristoro" autentici. Perché tu, esattamente come sei oggi, "affaticato e oppresso", sei la "terra" dove Cristo è disceso per farvisi seppellire. Per Lui, infatti, non c'è nessuno più importante di te. Tu sei il "tutto" che "il Padre ha dato al Figlio". E oggi viene a prenderselo, perché non c'è gioia più grande in Cielo che per un peccatore che si converte. "Un" peccatore, tu. Ma perché Gesù possa "esultare nello Spirito Santo" per te come il Buon Pastore dinanzi alla sua pecora che s'era perduta, come il "Padre" abbracciando il suo figlio che era morto, è necessario che anche tu "conosca il Padre": è questa infatti la sua gioia, che un "tapino" come te "conosca" suo Padre, perché, come diceva Filippo, "questo ci basta". Ma "nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare", cioè a te. Per esserti accanto oggi e "rivelarti" nel suo volto il tuo Padre, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì. "Mite" come un agnellino condotto al macello, si è "umiliato" per entrare nella tua "umiltà", nella tua realtà più dura e arida. Ascolta allora questa Parola, è Lui che nella Chiesa ti sta parlando dicendoti "vieni a me". Puoi uscire da te stesso, perché nella sua chiamata vi è il potere di compiere quello che dice. Vai a Lui che ti chiama per "insegnarti" il "riposo e il ristoro", immagini della vita celeste preparata per noi che il cuore che "ha imparato da Lui" può pregustare. Il termine "imparare" adottato da Gesù, infatti, rimanda al rapporto tra "Didaskalo" e "discepolo", tra il Maestro e l'allievo. "Imparare", dunque, è la coniugazione di un'intimità che si realizza pienamente solo dove il Signore ci "rivela" il Padre amandoci "sino alla fine", cioè sulla Croce, il "suo giogo" preparato per noi ogni giorno. Su di essa, infatti, "ha preso su di sé" ogni nostro peccato, angoscia e dolore, unendosi così a noi indissolubilmente; e con noi è sceso nella "terra" che ci ha sepolto, e da lì ci ha fatti risuscitare con Lui per portarci al "riposo" e al "ristoro" del Paradiso. Per questo la Croce è l'unico "giogo soave", l'unico "carico leggero", cioè l'unico adatto a noi, perché Gesù Cristo è l'unico che si è adeguato a noi, "facendosi peccato perché i peccati non ci allontanassero da Lui" (Ode VII di Salomone). "Imparare da Lui" significa dunque lasciarsi legare nella sua intimità "prendendo su di noi" la nostra Croce che Gesù ha fatto il "suo giogo". Il "carico" di ogni giorno, proprio quello che la carne rifiuta come l'assurdo più lontano dal "riposo" e dalla gioia, è sulle sue spalle; e oggi viene a chiamarci proprio nell'ostinazione con cui abbiamo sempre rifiutato di portare la Croce per dirci di non aver paura ad entrare con Lui nei fatti e nelle relazioni che ci spaventano. In essi "impareremo" la "mitezza", perché proprio la moglie o il marito, la malattia o qualunque sofferenza, ci "ammansiscono", "domano" il puledro selvaggio che è la nostra carne; "impareremo" da Gesù l'"umiltà" che ci fa riposare nella realtà, anche se dolorosa, e la "mitezza" di fronte ai fatti e alle persone, per accogliere la volontà di Dio senza esigere nulla. Benedetta la nostra storia, benedetta la Croce che Dio vi ha piantato: su di essa si schiude il "cuore" di Cristo per accoglierci nel suo amore e "rivelarci il Padre", l'unico "ristoro" a cui anela la nostra "anima".   



APPROFONDIMENTI











I FIGLI DI DIO NON SPRECANO PAROLE MA COME UNA PREGHIERA SI OFFRONO AL PADRE CHE HA SALVATO OGNI FRAMMENTO DELLA LORO VITA


Un cristiano prega nell’intimità, ma mai da solo. Non è un ossimoro fratelli, perché Gesù non ha insegnato il “Padre mio” ma il “Padre nostro”; la preghiera dei figli di Dio, infatti, è la preghiera dei suoi fratelli redenti nel suo sangue. Per questo, anche quando si è da soli, preghiamo ben innestati nella comunità cristiana. Allora, dimmi come preghi e ti dirò chi sei, un figlio di Dio o un “pagano”. Chiediamoci oggi se viviamo da figli rinati con Cristo nostro primogenito, o come orfani vaganti nel mondo “compiacendosi” delle proprie parole il cui “pastore è la morte”, come recita il salmo. Per scoprirlo basta scrutare la nostra preghiera: quella piena di parole “sprecate” è tipica di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Nel rapporto con Dio, come in quello con gli altri, il centro sono io. Le mie parole si infittiscono per affermarmi e piegare Dio perché faccia quello che gli chiedo. La Vergine Maria, invece, sempre silenziosa, prega con pochissime parole, che potrebbero essere la sintesi del Padre Nostro: "Eccomi, sono qui, avvenga in me secondo la tua Parola". Maria, infatti, crede che "Dio sa di che cosa ha bisogno", e in quel momento ha bisogno di essere Madre di Gesù perché tutti noi avevamo bisogno di Lui; era la sua missione, il motivo per cui era già Immacolata e piena di Grazia. Purtroppo, le nostre “tante parole” della preghiera segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun PadrePer questo, il Padre Nostro, è innanzitutto una Buona Notizia: non siamo orfani, siamo figli del Padre Nostro che è nei Cieli. E possiamo conoscerlo. Ecco perché nella Chiesa primitiva il Padre Nostro era un arcano svelato solo molto avanti nel percorso catecumenale. Bisognava aver fatto esperienza della paternità di Dio. Solo dopo averlo conosciuto la Chiesa “consegnava” questa preghiera come una perla preziosissima, perché attraverso di essa si chiede al Padre di farci vivere da figli che, come Gesù, entrano nella storia, perché essa non è più un campo di battaglia dove odiare i nemici per farci giustizia e saziarci dell’affetto che ci è stato tolto. Il Padre Nostro è la preghiera di chi ha sperimentato che la storia è un cammino di conversione e ritorno alla casa del Padre, e in filigrana vi scorgiamo i passi del figlio prodigo. Chi ha conosciuto il Padre sperimentando che Egli "sa di cosa ha bisogno ancor prima che glielo chieda" pregherà non più per ottenere qualcosa ma per accogliere tutto quello che Lui ha già pensato di donargli per il suo bene. Perché un figlio quando prega apre se stesso come un cucciolo apre la bocca per ricevere il cibo che da solo non può procurarsi. Per questo ci ha accolto una Madre che ci insegna la fede della Vergine Maria con la quale credere che "il Padre nostro sa che abbiamo bisogno" che sia vivo in noi suo Figlio, perché il mondo ha bisogno di vedere risplendere in noi suoi figli la sua immagine e il suo amore. E ciò avviene nel "segreto" della comunità, la “stanza più intima” dove il Padre "vede" il nostro cuore per espellere da esso i demoni che ci incatenano alla paura ed effondervi lo Spirito Santo che ci fa figli nel Figlio e che grida in noi "Abbà, Papà!". Abbiamo bisogno di una comunità cristiana concreta dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci ai sacramenti per sperimentare di essere figli di Dio insieme a fratelli concreti. Come fu per Gesù nel Getsemani, infatti, l'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Per questo il Padre Nostro è la prima missione che ci è affidata: avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello, sino a quelli dispersi nelle menzogne del mondo. Per loro Gesù ha versato il suo sangue, per loro sono le parole della preghiera dei cristiani: esse invocano che il “Nome di Dio sia santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno perché lo conoscano e gli diano gloria sperando in Lui; implorano “l'avvento del Regno” nel quale vivere come figli del Re, regnando cioè sul denaro e sugli idoli mondani, per testimoniare a tutti che esiste la vita eterna; desiderano il “compimento della volontà di Dio” nella propria vita come accade nel Regno dei Cieli. Pregano cioè perché la Chiesa entri ogni giorno con tutti i suoi figli laddove il mondo non può, laggiù all’ultimo posto così vicino alla morte… Per questo quelle del Padre Nostro sono le parole di chi è affamato del “pane quotidiano”, l’unico “sostanziale”, capace cioè di alimentare la vita divina. Non c’è, infatti, per i cristiani, che “il cibo di cui si è alimentato Gesù”, compiere sulla Croce l’opera che è affidata loro, “perdonare” i debiti dei nemici per mostrare al mondo la misericordia del Padre. Per questo tremano di fronte alle “tentazioni” e pregano il Padre di avere pietà di loro e “non li induca in tentazione”, "ma" - è molto importante questo "ma" - che "li liberi dal male". Hanno, infatti, imparato a conoscersi accettando la propria debolezza, e sanno che non si può vivere come figli di Dio e combattere contro le tentazioni senza essere "liberi dal male” che il demonio non cessa di tramare contro di loro per rendere vana la salvezza.


Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Giovedì della XI settimana del Tempo Ordinario


αποφθεγμα Apoftegma

Guardate figlie mie, 
ciò che Dio ha dato al Figlio suo che egli amava al di sopra di tutto; 
in questo potrete riconoscere quale sia la sua volontà. 
Sì, tali sono proprio i beni che egli fa a noi in questo mondo. 
Dà in proporzione all'amore che nutre per ognuno di noi.

Santa Teresa d'Avila









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 6, 7-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».










I FIGLI DI DIO NON SPRECANO PAROLE MA COME UNA PREGHIERA SI OFFRONO AL PADRE CHE HA SALVATO OGNI FRAMMENTO DELLA LORO VITA 
Un cristiano prega nell’intimità, ma mai da solo. Non è un ossimoro fratelli, perché Gesù non ha insegnato il “Padre mio” ma il “Padre nostro”; la preghiera dei figli di Dio, infatti, è la preghiera dei suoi fratelli redenti nel suo sangue. Per questo, anche quando si è da soli, preghiamo ben innestati nella comunità cristiana. Allora, dimmi come preghi e ti dirò chi sei, un figlio di Dio o un “pagano”. Chiediamoci oggi se viviamo da figli rinati con Cristo nostro primogenito, o come orfani vaganti nel mondo “compiacendosi” delle proprie parole il cui “pastore è la morte”, come recita il salmo. Per scoprirlo basta scrutare la nostra preghiera: quella piena di parole “sprecate” è tipica di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Nel rapporto con Dio, come in quello con gli altri, il centro sono io. Le mie parole si infittiscono per affermarmi e piegare Dio perché faccia quello che gli chiedo. La Vergine Maria, invece, sempre silenziosa, prega con pochissime parole, che potrebbero essere la sintesi del Padre Nostro: "Eccomi, sono qui, avvenga in me secondo la tua Parola". Maria, infatti, crede che "Dio sa di che cosa ha bisogno", e in quel momento ha bisogno di essere Madre di Gesù perché tutti noi avevamo bisogno di Lui; era la sua missione, il motivo per cui era già Immacolata e piena di Grazia. Purtroppo, le nostre “tante parole” della preghiera segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun PadrePer questo, il Padre Nostro, è innanzitutto una Buona Notizia: non siamo orfani, siamo figli del Padre Nostro che è nei Cieli. E possiamo conoscerlo. Ecco perché nella Chiesa primitiva il Padre Nostro era un arcano svelato solo molto avanti nel percorso catecumenale. Bisognava aver fatto esperienza della paternità di Dio. Solo dopo averlo conosciuto la Chiesa “consegnava” questa preghiera come una perla preziosissima, perché attraverso di essa si chiede al Padre di farci vivere da figli che, come Gesù, entrano nella storia, perché essa non è più un campo di battaglia dove odiare i nemici per farci giustizia e saziarci dell’affetto che ci è stato tolto. Il Padre Nostro è la preghiera di chi ha sperimentato che la storia è un cammino di conversione e ritorno alla casa del Padre, e in filigrana vi scorgiamo i passi del figlio prodigo. Chi ha conosciuto il Padre sperimentando che Egli "sa di cosa ha bisogno ancor prima che glielo chieda" pregherà non più per ottenere qualcosa ma per accogliere tutto quello che Lui ha già pensato di donargli per il suo bene. Perché un figlio quando prega apre se stesso come un cucciolo apre la bocca per ricevere il cibo che da solo non può procurarsi. 





Per questo ci ha accolto una Madre che ci insegna la fede della Vergine Maria con la quale credere che "il Padre nostro sa che abbiamo bisogno" che sia vivo in noi suo Figlio, perché il mondo ha bisogno di vedere risplendere in noi suoi figli la sua immagine e il suo amore. E ciò avviene nel "segreto" della comunità, la “stanza più intima” dove il Padre "vede" il nostro cuore per espellere da esso i demoni che ci incatenano alla paura ed effondervi lo Spirito Santo che ci fa figli nel Figlio e che grida in noi "Abbà, Papà!". Abbiamo bisogno di una comunità cristiana concreta dove ascoltare la Parola di Dio e accostarci ai sacramenti per sperimentare di essere figli di Dio insieme a fratelli concreti. Come fu per Gesù nel Getsemani, infatti, l'Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Per questo il Padre Nostro è la prima missione che ci è affidata: avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello, sino a quelli dispersi nelle menzogne del mondo. Per loro Gesù ha versato il suo sangue, per loro sono le parole della preghiera dei cristiani: esse invocano che il “Nome di Dio sia santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno perché lo conoscano e gli diano gloria sperando in Lui; implorano “l'avvento del Regno” nel quale vivere come figli del Re, regnando cioè sul denaro e sugli idoli mondani, per testimoniare a tutti che esiste la vita eterna; desiderano il “compimento della volontà di Dio” nella propria vita come accade nel Regno dei Cieli. Pregano cioè perché la Chiesa entri ogni giorno con tutti i suoi figli laddove il mondo non può, laggiù all’ultimo posto così vicino alla morte… Per questo quelle del Padre Nostro sono le parole di chi è affamato del “pane quotidiano”, l’unico “sostanziale”, capace cioè di alimentare la vita divina. Non c’è, infatti, per i cristiani, che “il cibo di cui si è alimentato Gesù”, compiere sulla Croce l’opera che è affidata loro, “perdonare” i debiti dei nemici per mostrare al mondo la misericordia del Padre. Per questo tremano di fronte alle “tentazioni” e pregano il Padre di avere pietà di loro e “non li induca in tentazione”, "ma" - è molto importante questo "ma" - che "li liberi dal male". Hanno, infatti, imparato a conoscersi accettando la propria debolezza, e sanno che non si può vivere come figli di Dio e combattere contro le tentazioni senza essere "liberi dal male” che il demonio non cessa di tramare contro di loro per rendere vana la salvezza.





QUI IL COMMENTO COMPLETO E GLI APPROFONDIMENTI





NELL'INTIMITA' DELLA COMUNITA' CRISTO ASCOLTA E SAZIA IL CUORE DI NARCISO TRASFORMANDOLO IN QUELLO DI FIGLIO


Il Signore ci chiama a chiudere la porta e cercare nostro Padre perché la sua Parola oggi ci svela che stiamo vivendo come orfani. Abbiamo smarrito la nostra identità di figli e per questo i nostri peccati sono quelli che caratterizzano gli orfani;  la concupiscenza che ci spinge fuori dalla tenda, come Esaù, cacciando amore e sostentamento laddove non ve ne sono, rischiando così, seriamente, la primogenitura e la felicità autentiche. Troppo spesso viviamo proiettati al di fuori di noi stessi nella continua esibizione dei nostri sentimenti, delle parole, anche delle briciole di bene che non ci appartengono perché opera della Grazia, usando tutto come frecce con le quali infilzare le nostre prede: l'amico, la fidanzata, il marito, la moglie, il capoufficio, chiunque sia. E' il trionfo del narcisismo, pericolosissimo. Un narcisista, come descritto oggi da Gesù, ha una fame insaziabile di essere considerato, è sempre concentrato su se stesso e non riesce a guardare ai bisogni dell'altro; è nevrotico con i propri difetti, fisici, caratteriali, spirituali; da un lato non si accetta, dall'altro vive nei sogni di grandezza, tende ad esagerare i propri risultati; è invidioso e si aspetta sempre che gli altri lo considerino; ha un senso molto forte dei propri diritti, perché, in fondo, si sente speciale. Per questo ha difficoltà enormi nelle relazioni, che cerca sempre di piegare ai propri interessi. Svelarsi tra menzogne e ipocrisie, le foto ritoccate postate su Facebook e Twitter, sempre connessi e in vetrina, sperando un "mi piace" che colmi il vuoto inaccettabile. Quante ragazze, per non dire delle donne adulte, non sanno resistere ad esporsi nella propria bacheca. E' un modo perverso e subdolo di "sfigurarsi la faccia", proprio mentre si mostra il nuovo taglio di capelli, o uno sguardo leggermente ammiccante, o qualcosa di peggio. Comunque sia, il solo esibirsi è sintomo di un malessere profondo, un autentico "sfigurarsi il volto" che riflette l'intimo dove dovremmo custodire con pudore e rispetto la santità della nostra anima. Nel vangelo di oggi l'originale greco ha un gioco di parole che dovremmo tradurre così: "sfigurano la faccia per figurare davanti agli uomini": pensaci, quanto tempo passi a "sfigurarti la faccia" per presentarti "malinconico" dinanzi all'altro per fargli pesare che hai "digiunato" sacrificando il tuo tempo, i tuoi programmi, una pizza con gli amici, la partita di calcetto, per farlo contenti? Non hai poi sperimentato di "aver ricevuto già la tua ricompensa", un timido grazie, mentre della considerazione autentica che speravi neanche l'ombra? Quante volte hai "suonato la tromba davanti a te" perché gli altri si accorgessero delle tue "elemosine"? Regali per fare colpo e sorprese strabilianti per farsi notare e amare; lavoro e studio ostentati come l'impegno in parrocchia urlato con il megafono, perché quegli sfaticati degli altri parrocchiani sentano bene e imparino come si fa; la coerenza con gli impegni presi e i servizi nella comunità, ricordati a ogni occasione per umiliare i fratelli, e le offerte con cui essere ricordati da una targa bene in vista. Come accadeva nelle assemblee delle sinagoghe, dove si raccoglievano le offerte per i poveri e chi offriva molto era invitato a sedersi in un posto d'onore, vicino ai rabbini. Ma sempre "elemosine" erano, nel senso dispregiativo che spesso si dà alla parola, intendendo il superfluo che non serve, dato per farsi belli; mai che ti sia messo davvero in gioco offrendo te stesso nel "segreto". Non avresti avuto la "ricompensa" che esigeva la tua carne, l'ammirazione e la stima pronte poi ad evaporare in un baleno. Quante "preghiere" issate su schiene diritte e imbarcate su voci impostate e possenti, incipriate di parole ricercate, sperando da esse il compimento della propria volontà, da Dio prima e dai fratelli poi. Speriamo di essere canonizzati a suon di parole, "cembali che tintinnano" come le "opere", i "digiuni" e le "elemosine" con cui cerchiamo i favori affettivi, il prestigio e la stima. Non siamo tutti così, come Narciso che stava specchiandosi quando è caduto in acqua affogando? Ma Gesù è innamorato dei narcisisti, perché vede oltre ciò che vorrebbero figurare l'estrema loro indigenza. Per scendere sin dentro la loro realtà ha digiunato nel "segreto" del deserto per prepararsi alla missione che il Padre gli affidava e combattere contro le insidie e le tentazioni del demonio. Si è offerto nel silenzio solitario del Getsemani, facendo "elemosina" di tutto se stesso, avendo cioè "pietà e misericordia" secondo il senso dell'originale greco  del termine, nella pura gratuità che dimentica nel momento stesso in cui si offre, proprio come se la "mano destra non sapesse che cosa fa la sinistra". Per questo oggi Gesù ci richiama a un "segreto", a ritornare alla stanza più intima, "tameion" nell'originale greco, che può significare un magazzino o una dispensa, oppure la stanza più interna, quella meno adatta ad attirare l'attenzione degli ospiti, probabilmente perché senza finestre. Chiudere la porta, e scendere laddove non vi sono finestre, e non si può scappare... Immagine di un'attitudine finalmente sincera, di colui che è rientrato in se stesso, con gli occhi e la bocca chiusi di fronte alle tentazioni della concupiscenza, in un'intimità di figli che tutto attendono da loro Padre. E' il pudore a cui siamo chiamati, il segreto intimo di una relazione che ci mostra solo al nostro Sposo nel quale siamo stati risuscitati alla vita nuova dei figli di Dio. Per questo, si digiuna come se in ogni circostanza stessimo celebrando le nozze con lo Sposo: "ci si profuma il capo e lava il viso", testimoniando al mondo la gioia di essere uniti a Cristo, ma nascondendo nel "segreto" del talamo del cuore il dono totale e il rinnegare se stessi, "perché gli uomini non vedano" e si "riceva così dal Padre la ricompensa" preparata per i suoi figli. E' dunque un digiuno che ci fa salire sulla Croce con Cristo, inchiodando la carne nella sua totalità all'amore autentico che resterà un "segreto" tra te e il Padre. Allora, nell'estrema impotenza che suppone la Croce, la nostra di ogni giorno, appariranno inconfondibili le "opere" fatte in Dio delle quali non ci si rende conto, perché vengono dallo Spirito Santo che abita in chi le compie. Per questo si può essere autentici solo nella Chiesa, dove l'indigenza è la carta d'identità dei battezzati. In un ospedale c'è poco da nascondere! E chi lo fa spreca il suo tempo, impedendo al medico di curarlo. Così è nella Chiesa, dove siamo iniziati alla fede attraverso la cura del nostro cuore malato perché orfano: "Ecco il senso profondo dell’iniziazione cristiana: generare alla fede vuol dire annunziare che non siamo orfani" (Papa Francesco). Con amore essa ci annuncia oggi l'attitudine del figlio che ha un "Padre nei Cieli", e per questo è figlio di Dio: le "preghiere" con i "digiuni" e le "elemosine" sono i segni con cui esprimiamo a Dio e ai fratelli la nostra povertà e la nostra debolezza, per implorare la fede che compia in noi le "opere" di vita eterna per le quali siamo stati chiamati ad essere cristiani: "ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia" (San Pier Crisologo). Smettiamo di far sapere a tutti quello che facciamo o sogniamo di fare. Tagliamo con l'apparenza e dedichiamoci alla Verità: "Mi viene in mente una bellissima parola della prima lettera di san Pietro che in latino suona così: 'Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis'. L'obbedienza alla verità dovrebbe ‘castificare’ la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La 'castità' a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non è cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità" (Benedetto XVI). E' nel "segreto" casto dell'intimità con Cristo, infatti, che si nutrono le relazioni adulte e compiute nella Verità che è Cristo: "si tratta della cella che c'è dentro di te dove sono rinchiusi i tuoi pensieri e dove risiedono i tuoi sentimenti. Questa camera di preghiera ti accompagna ovunque, è occulta dovunque vai, e in essa il solo giudice è Dio" (S. Ambrogio). Vuoi essere felice nel tuo matrimonio? Cura innanzitutto la relazione con Cristo! Vuoi educare i tuoi figli? Appartati spesso nella cella del tuo cuore con il Signore! Vuoi avere pace nel lavoro, a scuola, con gli amici? Non dimenticare il "segreto" del tuo cuore e cerca di restarci con il tuo Sposo. Vuoi un fidanzamento casto? Donati a Cristo! Così compiremo insieme alla Chiesa la sua missione di Madre che, unita al Padre "nel segreto" di un amore incorruttibile fatto di "preghiera, elemosina e digiuno", accoglie gli orfani e li rigenera come figli.

Mercoledì della XI settimana del Tempo Ordinario. Commento audio



Mercoledì della XI settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Quando sei unito a Dio mediante la preghiera, 
esamina chi sei in verità; 
parlagli se puoi, 
e se questo ti è impossibile, 
fermati, rimani davanti a lui. 
Non darti altra preoccupazione.

San Pio (Padre Pio)









L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Matteo 6,1-6.16-18.

Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli.
Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra,
perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa.
Tu invece, quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.











NELL'INTIMITA' DELLA COMUNITA' CRISTO ASCOLTA E SAZIA IL CUORE DI NARCISO TRASFORMANDOLO IN QUELLO DI FIGLIO
Il Signore ci chiama a chiudere la porta e cercare nostro Padre perché la sua Parola oggi ci svela che stiamo vivendo come orfani. Abbiamo smarrito la nostra identità di figli e per questo i nostri peccati sono quelli che caratterizzano gli orfani;  la concupiscenza che ci spinge fuori dalla tenda, come Esaù, cacciando amore e sostentamento laddove non ve ne sono, rischiando così, seriamente, la primogenitura e la felicità autentiche. Troppo spesso viviamo proiettati al di fuori di noi stessi nella continua esibizione dei nostri sentimenti, delle parole, anche delle briciole di bene che non ci appartengono perché opera della Grazia, usando tutto come frecce con le quali infilzare le nostre prede: l'amico, la fidanzata, il marito, la moglie, il capoufficio, chiunque sia. E' il trionfo del narcisismo, pericolosissimo. Un narcisista, come descritto oggi da Gesù, ha una fame insaziabile di essere considerato, è sempre concentrato su se stesso e non riesce a guardare ai bisogni dell'altro; è nevrotico con i propri difetti, fisici, caratteriali, spirituali; da un lato non si accetta, dall'altro vive nei sogni di grandezza, tende ad esagerare i propri risultati; è invidioso e si aspetta sempre che gli altri lo considerino; ha un senso molto forte dei propri diritti, perché, in fondo, si sente speciale. Per questo ha difficoltà enormi nelle relazioni, che cerca sempre di piegare ai propri interessi. Svelarsi tra menzogne e ipocrisie, le foto ritoccate postate su Facebook e Twitter, sempre connessi e in vetrina, sperando un "mi piace" che colmi il vuoto inaccettabile. Quante ragazze, per non dire delle donne adulte, non sanno resistere ad esporsi nella propria bacheca. E' un modo perverso e subdolo di "sfigurarsi la faccia", proprio mentre si mostra il nuovo taglio di capelli, o uno sguardo leggermente ammiccante, o qualcosa di peggio. Comunque sia, il solo esibirsi è sintomo di un malessere profondo, un autentico "sfigurarsi il volto" che riflette l'intimo dove dovremmo custodire con pudore e rispetto la santità della nostra anima. Nel vangelo di oggi l'originale greco ha un gioco di parole che dovremmo tradurre così: "sfigurano la faccia per figurare davanti agli uomini": pensaci, quanto tempo passi a "sfigurarti la faccia" per presentarti "malinconico" dinanzi all'altro per fargli pesare che hai "digiunato" sacrificando il tuo tempo, i tuoi programmi, una pizza con gli amici, la partita di calcetto, per farlo contenti? Non hai poi sperimentato di "aver ricevuto già la tua ricompensa", un timido grazie, mentre della considerazione autentica che speravi neanche l'ombra? Quante volte hai "suonato la tromba davanti a te" perché gli altri si accorgessero delle tue "elemosine"? Regali per fare colpo e sorprese strabilianti per farsi notare e amare; lavoro e studio ostentati come l'impegno in parrocchia urlato con il megafono, perché quegli sfaticati degli altri parrocchiani sentano bene e imparino come si fa; la coerenza con gli impegni presi e i servizi nella comunità, ricordati a ogni occasione per umiliare i fratelli, e le offerte con cui essere ricordati da una targa bene in vista. Come accadeva nelle assemblee delle sinagoghe, dove si raccoglievano le offerte per i poveri e chi offriva molto era invitato a sedersi in un posto d'onore, vicino ai rabbini. Ma sempre "elemosine" erano, nel senso dispregiativo che spesso si dà alla parola, intendendo il superfluo che non serve, dato per farsi belli; mai che ti sia messo davvero in gioco offrendo te stesso nel "segreto". Non avresti avuto la "ricompensa" che esigeva la tua carne, l'ammirazione e la stima pronte poi ad evaporare in un baleno. Quante "preghiere" issate su schiene diritte e imbarcate su voci impostate e possenti, incipriate di parole ricercate, sperando da esse il compimento della propria volontà, da Dio prima e dai fratelli poi. Speriamo di essere canonizzati a suon di parole, "cembali che tintinnano" come le "opere", i "digiuni" e le "elemosine" con cui cerchiamo i favori affettivi, il prestigio e la stima. Non siamo tutti così, come Narciso che stava specchiandosi quando è caduto in acqua affogando? 


Ma Gesù è innamorato dei narcisisti, perché vede oltre ciò che vorrebbero figurare l'estrema loro indigenza. Per scendere sin dentro la loro realtà ha digiunato nel "segreto" del deserto per prepararsi alla missione che il Padre gli affidava e combattere contro le insidie e le tentazioni del demonio. Si è offerto nel silenzio solitario del Getsemani, facendo "elemosina" di tutto se stesso, avendo cioè "pietà e misericordia" secondo il senso dell'originale greco  del termine, nella pura gratuità che dimentica nel momento stesso in cui si offre, proprio come se la "mano destra non sapesse che cosa fa la sinistra". Per questo oggi Gesù ci richiama a un "segreto", a ritornare alla stanza più intima, "tameion" nell'originale greco, che può significare un magazzino o una dispensa, oppure la stanza più interna, quella meno adatta ad attirare l'attenzione degli ospiti, probabilmente perché senza finestre. Chiudere la porta, e scendere laddove non vi sono finestre, e non si può scappare... Immagine di un'attitudine finalmente sincera, di colui che è rientrato in se stesso, con gli occhi e la bocca chiusi di fronte alle tentazioni della concupiscenza, in un'intimità di figli che tutto attendono da loro Padre. E' il pudore a cui siamo chiamati, il segreto intimo di una relazione che ci mostra solo al nostro Sposo nel quale siamo stati risuscitati alla vita nuova dei figli di Dio. Per questo, si digiuna come se in ogni circostanza stessimo celebrando le nozze con lo Sposo: "ci si profuma il capo e lava il viso", testimoniando al mondo la gioia di essere uniti a Cristo, ma nascondendo nel "segreto" del talamo del cuore il dono totale e il rinnegare se stessi, "perché gli uomini non vedano" e si "riceva così dal Padre la ricompensa" preparata per i suoi figli. E' dunque un digiuno che ci fa salire sulla Croce con Cristo, inchiodando la carne nella sua totalità all'amore autentico che resterà un "segreto" tra te e il Padre. Allora, nell'estrema impotenza che suppone la Croce, la nostra di ogni giorno, appariranno inconfondibili le "opere" fatte in Dio delle quali non ci si rende conto, perché vengono dallo Spirito Santo che abita in chi le compie. Per questo si può essere autentici solo nella Chiesa, dove l'indigenza è la carta d'identità dei battezzati. In un ospedale c'è poco da nascondere! E chi lo fa spreca il suo tempo, impedendo al medico di curarlo. Così è nella Chiesa, dove siamo iniziati alla fede attraverso la cura del nostro cuore malato perché orfano: "Ecco il senso profondo dell’iniziazione cristiana: generare alla fede vuol dire annunziare che non siamo orfani" (Papa Francesco). Con amore essa ci annuncia oggi l'attitudine del figlio che ha un "Padre nei Cieli", e per questo è figlio di Dio: le "preghiere" con i "digiuni" e le "elemosine" sono i segni con cui esprimiamo a Dio e ai fratelli la nostra povertà e la nostra debolezza, per implorare la fede che compia in noi le "opere" di vita eterna per le quali siamo stati chiamati ad essere cristiani: "ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia" (San Pier Crisologo). Smettiamo di far sapere a tutti quello che facciamo o sogniamo di fare. Tagliamo con l'apparenza e dedichiamoci alla Verità: "Mi viene in mente una bellissima parola della prima lettera di san Pietro che in latino suona così: 'Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis'. L'obbedienza alla verità dovrebbe ‘castificare’ la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione. In altri termini, parlare per trovare applausi, parlare orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni, è considerato come una specie di prostituzione della parola e dell'anima. La 'castità' a cui allude l’apostolo Pietro è non sottomettersi a questi standard, non è cercare gli applausi, ma cercare l’obbedienza alla verità" (Benedetto XVI). E' nel "segreto" casto dell'intimità con Cristo, infatti, che si nutrono le relazioni adulte e compiute nella Verità che è Cristo: "si tratta della cella che c'è dentro di te dove sono rinchiusi i tuoi pensieri e dove risiedono i tuoi sentimenti. Questa camera di preghiera ti accompagna ovunque, è occulta dovunque vai, e in essa il solo giudice è Dio" (S. Ambrogio). Vuoi essere felice nel tuo matrimonio? Cura innanzitutto la relazione con Cristo! Vuoi educare i tuoi figli? Appartati spesso nella cella del tuo cuore con il Signore! Vuoi avere pace nel lavoro, a scuola, con gli amici? Non dimenticare il "segreto" del tuo cuore e cerca di restarci con il tuo Sposo. Vuoi un fidanzamento casto? Donati a Cristo! Così compiremo insieme alla Chiesa la sua missione di Madre che, unita al Padre "nel segreto" di un amore incorruttibile fatto di "preghiera, elemosina e digiuno", accoglie gli orfani e li rigenera come figli.



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SINCERITA' VS SPONTANEITA'

La sincerità è spesso confusa con la spontaneità: niente freni, niente veli, dire tutto quel che passa per la testa.
La spontaneità è im-mediata, non tollera la mediazione riflessiva; è diretta, selvatica, primitiva. La spontaneità in sé non è una virtù, è solo la liberazione d'un impulso, è uno sfogo, quasi un'incontinenza.
La sincerità non s'identifica con la spontaneità, come si pensò nel '68, ma assume valore se è consapevole e riflessiva. Come la verità è rivoluzionaria sul piano politico, così sul piano soggettivo la sincerità fu considerata libertaria, liberatrice, demitizzante e dissacrante. Franco sta sia per sincero che per libero.
Da questa pseudo-sincerità sono nati due frutti, uno per affinità, l'altro per contrasto.
Da una parte è sorto il mito del coming out; tutto ciò che era coperto dall'inibizione viene allo scoperto e si fa oggetto di esibizione. Il pudore per l'intimità cede al narcisismo, con sfacciata sincerità.
Dall'altra parte, il risultato paradossale della guerra all'ipocrisia “borghese” è la nascita d'un nuovo codice e frasario dell'ipocrisia, il politically correct. Ogni ipocrisia svela un'egemonia.
La sincerità originaria si capovolge in uno stucchevole rococò della falsità che vieta l'uso di parole fino a ieri usuali e neutrali che indicano realtà evidenti ma ora ritenute sconvenienti, offensive, lesive.
In questa luce il dissenso è ridotto a una specie di peccato etico e lessicale, un reato di parola, una fobia patologica, quasi l'apologia di un crimine verso l'umanità.
Torna in altre vesti il detto: la parola è data all'uomo per nascondere il pensiero (e la realtà).

Marcello Veneziani, Alla luce del mito