Venerdì della VII settimana del Tempo Ordinario



αποφθεγμα Apoftegma

Amore mio, che altro posso fare?
Quale altra occupazione può avere un uomo valido su questa terra, fuorché di sposarvi?
Che alternativa c'è al matrimonio, eccetto il sonno?
Non certo la libertà.
A meno che non sposiate Dio, come le nostre monache in Irlanda,
bisogna sposiate un Uomo, cioè a dire Me.
La terza ed ultima ipotesi sarebbe che sposaste voi stessa
e viveste con voi, voi, voi sola:
cioè a dire in quella compagnia che mai è soddisfatta e non soddisfa mai.

Gilbert Keith Chesterton, Le avventure di un uomo vivo





IN PRINCIPIO. CATECHESI SULLA INDISSOLUBILITA' DEL MATRIMONIO








L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 10,1-12.

Partito di là, si recò nel territorio della Giudea e oltre il Giordano. La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli l'ammaestrava, come era solito fare. E avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: «E' lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?». Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all'inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne. L'uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto». Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento. Ed egli disse: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio».






PROMESSI ALL'UNICO SPOSO CAPACE DI VINCERE CON L'AMORE LA DUREZZA DEL CUORE  

Vi sono domande che non cercano risposte ma sono pistole puntate. Come quella posta a Gesù da alcuni farisei sulla liceità del divorzio. Conoscevano bene che lMosè (la Torah) proibisce il divorzio, per questo usano la questione del ripudio come una trappola per mettere alla prova Gesù, coglierlo in fallo con una dichiarazione contro la Legge e contro di loro, e poterlo così denunciare come eretico. Spesso anche noi, discutiamo pur sapendo bene dove sia la verità, e domandiamo, parliamo, ci scaldiamo solo per far crollare i nostri interlocutori, e viaggiare sicuri nelle nostre decisioni. Ma Gesù conosceva il cuore dei farisei, come conosce il nostro; sa che, come loro, è affetto da sklerokardìal'indurimento del cuore che, secondo la cultura semitica, indica l'universo interiore dell’uomo compresa la facoltà intellettuale. Nel Nuovo Testamento la sklerocardìa “denota l’ostinata insensibilità umana agli annunci della volontà salvifica di Dio che domanda di essere accolta nel ‘cuore’, nel centro della sua vita personale” (Kittel). E' dunque un irrigidimento simile a quello delle arterie che provoca l'arteriosclerosi, un rinchiudersi superbo nelle proprie posizioni che impedisce il flusso della Grazia. Sklerokardìa è un termine rarissimo nel Nuovo Testamento, usato solo nel brano di oggi, nel parallelo di Matteo, e nel finale di Marco, quando Gesù, apparendo risorto ai discepoli, li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore. La sklerokardìa nasce dunque dalla mancanza di fede. Per svelare a quei farisei il loro cuore, come già aveva fatto con satana nel deserto, Gesù risponde con la Scrittura, chiedendo loro che cosa Mosè avesse "ordinato". Deuteronomio 24,1-4, l'unico passo della Torah che tratta del divorzio, parla del caso di un uomo che ha ripudiato la moglie e vuole sposarla di nuovo, dopo che ella è stata sposa di un altro uomo. Per questo i farisei devono rispondere che Mosè non ha dato nessun "ordine" in materia, ma solo un "permesso" come un'eccezione per un caso molto particolare. Ebbene risponde Gesù, anche in questo eccezionale e rarissimo, Mosè ha permesso il ripudio solo a causa della durezza del cuore. Che è come dire che il divorzio si decide in un cuore indurito nella superbia. Non è una questione di liceità o meno, perché chi è affetto da sklerokardìa non può avvicinarsi umilmente a Dio per chiedere luce sulla sua volontà nella propria situazione matrimoniale, ma cercheranno di usare Lui stesso per confermare le proprie posizioni pregiudiziali, proprio come stavano facendo quei farisei con Gesù. Che però non si lascia irretire dalla loro malizia, e con amore, per guarire il loro cuore, gli annuncia di nuovo la chiamata originale nella quale sono stati creati. Perché il matrimonio, tale come traspare dalle parole di Gesù, è la Buona Notizia dell'amore nel quale Dio, "al principio", ha creato l'uomo maschio e femmina perché fossero una sola carne che nessuno avrebbe dovuto mai separare. Ma il peccato d'orgoglio di Adamo ed Eva ha rotto l'equilibrio d'amore pensato da Dio. La loro incredulità, la durezza del loro cuore dinanzi al potere e all'autorità di Dio ha rotto il progetto di Dio. La stessa durezza di cuore che percorre tutta la storia di Israele è come cristallizzata nelle parole dei farisei, nella quale possiamo scoprire la nostra. Per parlare del rapporto tra Dio e l'uomo, la Scrittura usa immagini nuziali nelle quali Dio, come uno Sposo, ha sempre avuto misericordia della sua sposa, il Popolo di Israele, anche quando ne è stato tradito. Davanti agli occhi dei farisei Gesù poneva anche una storia di secoli, storia di misericordia dalla quale attingere per comprendere il mistero del matrimonio. Ma, per la durezza del cuore, la storia sino a quel giorno non era bastata, come non basta per noi. Era necessario qualcosa di più, l'amore sino alla fine di Cristo. La croce infatti è il letto d'amore dove Dio, nel suo Figlio, ha sposato tutti noi, il Legno dove ci ha fatti carne della sua carne. Il "principio" nel quale Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, trova il compimento nella croce del Figlio. Per questo la fede nella Parola della Croce dove risplende l'amore infinito di Dio è il fondamento di ogni matrimonio. Non si tratta di carattere, affinità o farfalle nella pancia. Si tratta della fede di chi ha sperimentato l'amore di Dio capace di sciogliere un cuore indurito e vincere l'incredulità. Adamo è caduto in un sonno profondo mentre Dio estraeva dal suo petto una costola per formare Eva, profetizzando così il sonno di Cristo sulla Croce, la ferita del suo costato e la creazione della sua sposa immacolata, la Chiesa. L'amore nuziale è questa opera divina, e il suo compimento è il risveglio di Adamo con l'incontro pieno di stupore dinanzi a quella parte di sé per la quale era nato, per la quale aveva ricevuto quel corpo, e quella costola che ha dovuto offrire nel sonno del sacrificio. Il piacere esultante di Adamo dinanzi a quella donna, a quell'altro io che era quel tu così bello, l'unico essere simile a lui capace di richiudere la ferita che gli era occorsa nel petto. Solo Eva era destinata a quell'anfratto che lo percuoteva e lo faceva sentire mancante, mendicante e incompleto: "Ciò che gli era stato rubato, gli è stato reso, trasfigurato dalla bellezza" (Giacomo di Saroug). Era lei la sua pienezza, lei e solo lei, e per questo, diveniva gioia, piacere, stupore. Attraverso di lei sorgeva in Adamo la speranza di conoscere la fonte di tutto quello straripamento di pace, quel senso di pienezza e di soddisfazione, la fonte inestinguibile di ogni amore, di quell'amore che, lui lo sentiva, era l'unico che dava senso a tutto, alla sua esistenza e al Paradiso nel quale era stato posto. Eva era la porta che gli dischiudeva il mistero del "Principio", l'origine ferma e certa della sua stessa vita. Il principio di ogni amore è quindi dentro un sonno fecondo, e nell'incedere sicuro di Dio che accompagna Eva al suo sposo, a quell'unico uomo per il quale e dal quale era stata tratta. Eva era un dono, ecco il segreto, il dono scaturito dal suo sonno, il frutto della Croce e della risurrezione del Signore. Eva, la sposa, l'unico approdo perché il sonno non torni, malvagio questa volta, a strappare quell'allegria piena: "Amore mio, che altro posso fare? Quale altra occupazione può avere un uomo valido su questa terra, fuorché di sposarvi? Che alternativa c'è al matrimonio, eccetto il sonno?" (Gilbert Keith Chesterton). 

I

Giovedì della VII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Il grido di Gesù sulla croce, "Ho sete" (Gv 19, 28),
che esprime la profondità del desiderio di Dio dell'uomo,
è penetrato nell'anima di Madre Teresa e ha trovato terreno fertile nel suo cuore.
Placare la sete di amore e di anime di Gesù in unione con Maria, Madre di Gesù,
era divenuto il solo scopo dell'esistenza di Madre Teresa,
e la forza interiore che le faceva superare sé stessa
e "andare di fretta" da una parte all'altra del mondo
al fine di adoperarsi per la salvezza e la santificazione dei più poveri tra i poveri

Giovanni Paolo II, Omelia per la beatificazione di Madre Teresa di Calcutta, Domenica 19 ottobre 2003












L'ANNUNCIO
Dal Vangelo secondo Marco 9,41-50.

Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare. Se la tua mano ti scandalizza, tagliala: è meglio per te entrare nella vita monco, che con due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. Se il tuo piede ti scandalizza, taglialo: è meglio per te entrare nella vita zoppo, che esser gettato con due piedi nella Geenna. Se il tuo occhio ti scandalizza, cavalo: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, che essere gettato con due occhi nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue. Perché ciascuno sarà salato con il fuoco. Buona cosa il sale; ma se il sale diventa senza sapore, con che cosa lo salerete? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli uni con gli altri».









LA CROCE TAGLIA TUTTO QUELLO CHE CI FA INCIAMPARE NEL CAMMINO DI FEDE VERSO IL CIELO

La sete di Gesù è un desiderio d'amore e di salvezza per ogni uomo. "Il grido di Gesù sulla croce, "Ho sete" è penetrato nell'anima di Madre Teresa e ha trovato terreno fertile nel suo cuore. Placare la sete di amore e di anime di Gesù in unione con Maria, Madre di Gesù, era divenuto il solo scopo dell'esistenza di Madre Teresa, e la forza interiore che le faceva superare sé stessa e andare di fretta da una parte all'altra del mondo al fine di adoperarsi per la salvezza e la santificazione dei più poveri tra i poveri" (S. Giovanni Paolo II). Il Signore parla a ciascuno di noi che siamo di Cristo, riscattati, comprati al caro prezzo della sua vita per la missione più grande, avvicinare a ogni uomo il Regno di Dio. Coloro che non lo conoscono hanno infatti il diritto di incontrarlo nei suoi fratelli. Per questo basta un bicchiere d'acqua donato ai discepoli nel Nome di Cristo per non perdere la ricompensa che è Gesù stesso che, facendosi ricompensa in noi, lo diviene anche per le persone che aprono il cuore a Lui attraverso la nostra sete. Per questo San Paolo definisce gli apostoli come la spazzatura del mondo, messi all'ultimo posto come spettacolo per il mondo. La Croce, con le sofferenze, le persecuzioni, gli affanni tipici dell'apostolo, sono il sale nel quale ci sciogliamo per deporre la salvezza nel mondo. E come fece con il Signore, il demonio ci assedia ogni giorno per farci scendere dalla Croce, far perdere cioè il sapore al sale e diventare scandalo. I piccoli che hanno iniziato a credere nel vedere in un cristiano Colui che lo ha inviato e hanno iniziato a camminare nella Chiesa, sono ancora molto deboli nella fede. Possono subire scandali da coloro che, per superbia, non sono più di Cristo ma dell'avversario. Da te e da me... Ma Gesù conosce il nostro cuore, la fonte da dove nascono gli scandali, e ci mostra la via per combatterli: permanere nel suo amore, legati alla Croce, come Isacco sul Moria. Il timore di perdere la primogenitura e rendere vana la missione affidata spinge infatti i cristiani nella lotta quotidiana per dare morte alle membra che ancora appartengono alla terra: le mani, i piedi e gli occhi di cui parla Gesù, ovvero demonio, carne e mondo. E' il cammino di ogni giorno, il combattimento a volte cruento e doloroso così indispensabile ad ogni missione. Il cammino di Giacobbe che passa per il guado del Jabbok, tappa fondamentale nella sua formazione che lo preparava all'incontro pacificatore con il fratello Esaù, senza il quale non sarebbe potuto diventare il padre delle tribù di Israele. La scoperta e l'accettazione della propria debolezza rivelata da Dio per benedirla e accoglierla, ha permesso a Giacobbe di umiliarsi dinanzi al fratello che temeva per avergli sottratto la primogenitura. Così, appoggiandosi a Dio, ha potuto sperimentare il potere del suo Nome (presenza) nel quale ha visto compiersi l'impossibile della riconciliazione con Esaù, memoriale fondamentale per entrare con fiducia negli eventi dolorosi che lo aspettavano. Doveva infatti entrare nella notte di angoscia per la scomparsa del suo amato Giuseppe, prima che la Provvidenza glielo riconsegnasse come un segno profetico della vittoria di Dio sul peccato che si sarebbe compiuta con la liberazione dei suoi discendenti dalla schiavitù dell'Egitto. Per questo, quasi come un'eco delle parole di Gesù sulla violenza da fare alle proprie membra occasione di scandalo, Giacobbe è stato ferito ed è uscito zoppo dalla lotta con Dio. Meglio compiere la missione ed entrare nella vita e nel Regno zoppo che con due piedi; perché è meglio appoggiare a Dio la propria debolezza che fallire fondandosi su se stessi. Zoppo, cieco, monco, ma forte con Dio, ecco il mistero della debolezza feconda del discepolo. Quella dello Jabbok è immagine delle notti che anche noi incontriamo nella storia, grembo benedetto che ci plasma nell'umiltà con cui appoggiarci a Dio per vivere in pace con i fratelli e compiere, in essa, la missione che ci è affidata. Come Giacobbe divenuto Israele, anche il discepolo è un eletto, contrassegnato per una missione: per questo sarà schiacciato, ferito. Come fu per Santa Teresa di Calcutta, che nella notte oscura ha sperimentato la presenza di Cristo vivo in lei al di là del sentimento. Tutti, infatti, saranno salati con il fuoco. C'è un fuoco che rimanda allo Spirito Santo, e un fuoco che è immagine dell'amore e della gelosia divina. La storia di ogni uomo, e in modo particolare dei discepoli, è purificata da queste fiamme che divorano ogni scandalosa ipocrisia. La croce ne è lo strumento incandescente sulla quale Cristo ci attira per condurci a Gerusalemme, il destino al quale siamo chiamati ad accompagnare questa generazione. Per non fallire ed essere gettati fuori come un rifiuto nella Geènna, il Salmo dice che, piuttosto di dimenticare Gerusalemme, è meglio che si paralizzi la mano destra, tagliata direbbe Gesù. Accettiamo allora di essere deboli e di avere bisogno perfino di un bicchiere d'acqua: accogliamo cioè le difficoltà, le sofferenze e i combattimenti di ogni giorno come il fuoco del suo amore che ci fa umili per amare chi ci è accanto e non cadere nel fuoco eterno della sua assenza. Così, nello stesso tempo, come Giacobbe ad Esaù, offriremo a tutti, con il darci un semplice bicchiere d'acqua, l'occasione di darlo a Cristo, con il quale sulla croce sperimentiamo la sete della loro salvezza.


COMMENTO COMPLETO

Gesù è in cammino verso Gerusalemme, il suo destino, e sullo sfondo, si distinguono i tratti della Croce, disegnati sin dalle sue prime parole: il bicchiere d'acqua per i discepoli assetati, la sete di coloro che sono di Cristo, la sete di Cristo crocifisso. Con essa si compie la passione del Signore e la croce brilla in tutto il suo splendore: "In Gesù, la sete è il desiderio di comunicare i suoi doni, lo Spirito Santo" (Ignace de la Potterie, Il mistero del cuore trafitto). La sete di Gesù è un desiderio d'amore, di salvezza per ogni uomo. Lo aveva compreso sino in fondo Madre Teresa di Calcutta: "Il grido di Gesù sulla croce, "Ho sete" (Gv 19, 28), che esprime la profondità del desiderio di Dio dell'uomo, è penetrato nell'anima di Madre Teresa e ha trovato terreno fertile nel suo cuore. Placare la sete di amore e di anime di Gesù in unione con Maria, Madre di Gesù, era divenuto il solo scopo dell'esistenza di Madre Teresa, e la forza interiore che le faceva superare sé stessa e "andare di fretta" da una parte all'altra del mondo al fine di adoperarsi per la salvezza e la santificazione dei più poveri tra i poveri" (Giovanni Paolo II, Omelia per la beatificazione di Madre Teresa di Calcutta, Domenica 19 ottobre 2003). Il desiderio di una santa coincide così con il desiderio del Signore, il desiderio di amare. La sete di Gesù, sulla croce come al pozzo di Sicar, dove si fa mendicante presso la donna samaritana, immagine dell'umanità idolatra. La sua sete nel sole caldo di mezzogiorno accende nella donna la sete di un'acqua che zampilli per la vita eterna: la sete di Gesù accende la sete di Vita, come il desiderio di Gesù di salvare ogni uomo, innesca il desiderio di Lui nell'uomo. La sua sete suscita quello che un filosofo contemporaneo, René Girard, chiama l'imitazione di Gesù, l'imitazione del suo desiderio. Collegando mirabilmente cristianesimo e antropologia, Girard indica come le verità più fondamentali dell'uomo siano contenute nei vangeli; la situazione dell'uomo, che in forme diverse appare in ogni cultura, si fonda sul desiderio: "quando Gesù dice "Imitatemi", egli non intende certo suggerire che noi dovremmo imitare le sue maniere , il suo aspetto.... Ciò che egli vuole che noi imitiamo è qualcosa di più accessibile a noi, qualcosa di cui egli parla ampiamente: il suo desiderio. Tuttavia il paradosso del desiderio di Gesù è che esso non è il suo desiderio.... si tratta invece di un desiderio in se stesso imitativo o mimetico. Gesù imita il Dio invisibile che egli chiama Padre" (René Girard, La vittima e la folla). Attraverso Gesù, i discepoli sono condotti a desiderare ciò che Dio Padre desidera. I discepoli, come in una "cascata" gettata nel corso della storia, imitano Gesù, "la sua imitazione del Padre... Questa cascata di desideri imitativi o mimetici contrasta in modo netto con la passione per l'assoluta singolarità e autonomia dell'individuo che caratterizza la nostra epoca moderna... Tutti gli attuali guru ci consigliano di "realizzare noi stessi", di essere "ciò che vogliamo": la sola via per raggiungere la grandezza, così ci assicurano, è rigettare qualsiasi influenza, e lasciarci andare in qualunque momento a qualunque desiderio si impossessi di noi" (Ibid.). E' l'attualità folgorante del Vangelo: Gesù conosce bene il cuore dell'uomo, specie dei suoi apostoli, gli intimi a cui si rivolge nel brano odierno. Gesù parla a ciascuno di noi, a noi che "siamo di Cristo", riscattati, comprati al caro prezzo della sua vita. Siamo stati infatti lavati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio (cfr. 1 Cor. 6,11). Sono le Parole per i suoi santi, chiamati secondo il suo disegno: "Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere immagine del Figlio suo, perchè egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati" (Rom. 8, 29-30). Parole di un Primogenito per i suoi fratelli, chiamati a portarne l'immagine. Il quadro del Vangelo di oggi è dunque la totale identificazione, imitazione secondo Girard, dei discepoli con il loro Maestro. E' il fattore decisivo degli ammonimenti di Gesù: Coloro che non conoscono Gesù hanno il diritto di incontrarlo nei suoi fratelli. Lo ribadisce tutta l'ecclesiologia del Vaticano II. Per questo basta "un bicchiere d'acqua" donato ai discepoli nel Nome di Cristo, perchè sono suoi, per non perdere la ricompensa. Il Cielo, Gesù stesso si fa ricompensa, proprio attraverso la sete dei discepoli, la stessa sua sete, lo zelo d'amore che lo divora, così potente da accendere in chiunque si imbatta in Lui una sete inestinguibile di Lui. Il suo desiderio imitato dai discepoli è la porta del Cielo, della ricompensa dischiusa dinanzi ad ogni uomo. La sete dei discepoli è l'occasione, la possibilità donata ad ogni uomo di partecipare dei beni che essi incarnano nel loro desiderio.



Ma esso suppone anche una mancanza, una povertà, una nudità: la sete dei discepoli costituisce, infatti, anche l'immagine della loro vita crocifissa con Cristo: il suo l'amore sprigionato in loro attraverso il loro vivere crocifisso. La sete è il segno di un amore che genera stupore e tenerezza in chiunque si incontri. Non a caso i discepoli sono chiamati da Gesù i piccoli, i bambini. Non a caso San Paolo qualifica gli apostoli come la spazzatura del mondo, messi all'ultimo posto, spettacolo per il mondo e per gli angeli. I discepoli crocifissi, portano ogni giorno nel loro corpo il morire di Gesù, perchè, a beneficio di tutti, possa essere manifestata in loro la resurrezione del Signore. Ogni discepolo vive come San Paolo con una spina nel fianco. Come un assetato è sempre debole e bisognoso, eppure proprio in questa condizione si fa presente la potenza di Dio. La Croce è il mezzo concreto perchè si faccia visibile Dio: "Affinchè su di me stia la potenza di Cristo: il verbo usato da Paolo è quello stesso che, nell'Antico Testamento esprimeva la presenza della gloria del Signore sopra l'Arca dell'Alleanza.... e poi sul Tempio di Gerusalemme, l'unico luogo in cui abitasse Dio sulla terra; ed infine nel Nuovo Testamento la presenza incarnata della Parola di Dio, come è detto nel Prologo di Giovanni 1,14: " Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato tra noi". L'apostolo cosciente della sua debolezza, e nella misura in cui lo è, diviene un'incarnazione della potenza stessa di Cristo Gesù" (Stanislas Lyonnet, La vita secondo lo Spirito, Roma 1967, pag 319). La debolezza indicata dalla sete è dunque una condizione indispensabile del discepolo, funzionale alla sua missione. La debolezza che scaturisce dalla Croce, con le sofferenze, le persecuzioni, gli affanni tipici dell'apostolo, ovvero il sale di cui parla Gesù. Per questo le parole di Gesù sono molto più che semplici ammonimenti. Esse, per un verso, ci illuminano su quello che identifica i suoi più intimi, l'essere crocifissi con Lui; per un altro verso ci mettono in guardia sui pericoli molto concreti che si addensano su coloro che sono di Gesù: lo scandalo e perdere il sapore, aspetti diversi di un'unica possibilità, rinnegare Cristo. Sono molti i piccoli che hanno iniziato a credere, gli stessi che forse hanno mosso i primi passi proprio commuovendosi di fronte a un discepolo assetato, crocifisso. I piccoli che hanno appena visto in un cristiano Colui che lo ha inviato, e, mossi intimamente dalla testimonianza, hanno iniziato a desiderare un'altra vita in un cammino di conversione, sono ancora molto deboli nella fede. Ma piccolo, lo abbiamo visto, è comunque anche chiunque sia di Cristo, chi vive nella debolezza e nella precarietà della vita la propria fede. "Piccoli" sono i cristiani, e possono subire scandali dai grandi, da chi ha cambiato casacca e appartenenza, da chi non è più di Cristo ma dell'avversario. Infatti, scrive Girard che "non c'è niente in noi che sia definibile come un "istinto" o un "sesto senso" capace di dirigerci infallibilmente verso il vero oggetto del nostro autentico desiderio.... L'autenticità nel regno del desiderio è il mito romantico moderno per eccellenza. Una volta che i nostri bisogni essenziali sono soddisfatti....usciamo a "far compere", andando alla ricerca del desiderio più allettante" (Girard, ibid.). Vengono qui alla mente le immagini pubblicitarie, dirette e indirette, nelle quali affoghiamo lo sguardo ogni giorno. Le carni femminili in mostra sul tram, al lavoro, a volte perfino in chiesa. E le nostre mani protese, i nostri piedi lanciati, i nostri occhi rapiti. Oggetti, merce, modelli, ideali, culture, pensieri, ideologie, parole, un fiume in piena travolge i nostri giorni, e siamo assediati: "Ma sono proprio i nostri desideri più intensi i primi ad essere presi in prestito da qualche modello, e perfino quando i modelli sono in se stessi migliori di noi possono diventare un pericolo, semplicemente a causa della loro vicinanza. Allorché noi imitiamo il desiderio del nostro vicino, ne nasce un secondo desiderio che vuole afferrare l'oggetto già desiderato o posseduto da questo modello, e ciò che ne risulta è la rivalità mimetica... Il desiderio non è una relazione lineare fra noi e l'oggetto che desideriamo, ma un triangolo al cui vertice sta il nostro prossimo" (Girard, ibid.). Quante rivalità anche tra i discepoli, desiderando un bene persino difficilmente biasimabile come è la vicinanza al Maestro. Le rivalità, lo scandalo per eccellenza secondo San Paolo: "c'è una parola nel Nuovo Testamento per indicare la rivalità mimetica, skandalon, che vuol dire ostacolo. Essa si riferisce ad un ostacolo straordinario, assai difficile da evitare perché, dal momento che continuiamo a scontrarci con esso, ne veniamo sempre più attratti.... Gli scandali accadono quando la nostra fascinazione per il modello-ostacolo aumenta, tramutandosi dapprima in indignazione, poi in gelosia, invidia, odio e, alla fine, in illimitata vendetta, la più ripetitiva e mimetica delle violenze.... Liberarsi dagli scandali è tanto più difficile quanto è facile scivolare in essi... Più fiduciosa è l'imitazione, più l'imitatore sarà vulnerabile, e il peggior crimine che possiamo commettere a tale proposito è esporre i bambini innocenti alla trappola degli scandali. Con una parola sola Gesù mette il dito sulla reale dinamica dei nostri più pericolosi conflitti, spiegando il motivo per cui essi sono così frequenti, ostinati, contagiosi e incontrollabili" (Girard, ibid.). 



Gesù conosce il nostro cuore, la fonte da dove nascono gli scandali, e ci mostra la via per combatterli. Il cuore è affar suo, perché ai suoi intimi ha donato il suo cuore, il suo pensiero. Gesù ammonisce quanti hanno percorso, e stanno percorrendo con Lui, il cammino della Kenosis, dell'abbassamento, dell'umiliazione. Parla a chi è crocifisso con Lui. A loro compete il permanere nel suo amore, legati alla Croce, come Isacco sul Moria, il timore di vedere perduta la missione affidata, la lotta quotidiana per dare morte alle membra che ancora appartengono alla terra: mani, piedi, occhi. Demonio, carne, mondo. La cupidigia soprattutto, che è idolatria, liturgia offerta agli idoli, desideri mimetici con l'idolo di turno: sesso, potere, denaro e tutti gli altri. Crocifiggere le membra asservite alla cupidigia, la pleonexia, che significa, secondo l'etimologia, voler possedere, sempre di più, usurpando e rubando, l'esatto contrario dell'agape. Ecco allora il cammino di ogni giorno, il combattimento a volte cruento così indispensabile ad ogni missione. Il cammino di Giacobbe al guado del Jabbok, tappa obbligata verso la terra che aveva abbandonato. Una notte di lotta, le nostre notti che attraversano misteriosamente ogni nostro giorno. Le tentazioni, l'angoscia, ma anche il seno che gesta il giorno. Senza notte, senza combattimento, non si entra nel Regno, come fu la notte oscura per S. Giovanni della Croce e tanti altri santi. Come Israele, anche il discepolo è un eletto, contrassegnato per una missione: per questo sarà schiacciato, ferito. Per questo, quasi come un'eco delle parole di Gesù sulla violenza da fare alle proprie membra occasione di scandalo, Giacobbe sarà oggetto della violenza dell'angelo di Dio. E ne uscirà zoppo, per entrare nella terra. Meglio zoppo che con due piedi, meglio potersi appoggiare a Dio ed assolvere alla propria missione, che perdere la propria vita. Zoppo, cieco, monco, ma forte con Dio, ecco il mistero della debolezza del discepolo. San Paolo tratta duramente il proprio corpo, e lo riduce in schiavitù, e lo scrive in un contesto di missione, quando dice di far tutto per il Vangelo, d'essersi fatto tutto a tutti. Si tratta di sottomettere, nella Grazia di chi è "di Cristo", tutto ciò che si pone come scandalo, ostacolo al cammino verso Gerusalemme, la missione di Cristo, la missione dei suoi. "Essere discepolo senza rinunciare, senza soffrire, è una contraddizione tanto manifesta quanto un sale che ha perduto la sua qualità di sale. La qualità costitutiva del discepolo è inseparabile dal ruolo che egli deve compiere nel mondo... Si vede allora come colui che deve avere il sale può egli stesso essere identificato con il sale. La stessa immagine... invita a prolungare la linea del senso del discorso della montagna: voi siete il sale della terra. Infatti da una parte il sale non ha ragion d'essere se non per la funzione che deve svolgere sulla terra. D'altra parte.... in Palestina si conosce un sale - sia che si tratti di un miscuglio depositato dal Mar Morto o delle piastre di sale utilizzate nei forni - del quale si può dire che deve rinchiudere la forza del sale, poichè in teoria si può perdere.... Così i discepoli che non sapranno sacrificare tutto potranno ancora chiamarsi discepoli, ma mancherà loro ciò che fa il discepolo" (O. Cullmann , La fede e il rito). Tutti, infatti, saranno salati con il fuoco. C'è un fuoco che rimanda allo Spirito Santo, ed un fuoco che è immagine dell'amore e della gelosia divina. La storia di ogni uomo, e, in modo particolare dei discepoli, di tutti noi, sarà dunque percorsa da queste fiamme che divorano ogni scoria, ogni scandalo. La croce ne sarà lo strumento incandescente. L'amore di Dio non permetterà la rivincita del demonio e le tenterà tutte per salvare quelli che sono di Cristo. La croce, la prova, la persecuzione, la sofferenza, i viatici che Dio ci dona per condurci a Gerusalemme, per non essere gettati fuori di essa, come un rifiuto nella Geenna. Il fuoco del suo amore per non cadere nel fuoco eterno della sua assenza. Così, come ogni sacrificio dell'antica alleanza, il discepolo deve essere salato con la croce, la porta stretta che si apre su Gerusalemme. Per entrare nel Regno e fuggire l'inferno è necessario andare a Gerusalemme, e ricevere il sale, salire con Cristo sulla la croce. Gerusalemme, la nostra vocazione, la nostra Patria, il nostro destino, alla cui dimenticanza è preferibile che si paralizzi la mano destra, che sia tagliata direbbe Gesù. Gerusalemme preziosa, nostra autentica dimora, per lei tutto il resto è nulla, spazzatura. Per Cristo, per essere trovato eternamente in Lui il discepolo lascia tutto, ed è una liberazione, non un'effettiva rinuncia. E' un lasciare qualcosa di effimero per Qualcuno che è tutto. Per Cristo. L'abbandono di ogni sicurezza che fa passare per la sofferenza purificatrice, le vampe di fuoco dell'amore geloso di Dio, è il nostro cammino d'ogni giorno. Per il discepolo, per ciascuno di noi come per Israele " la sofferenza è la mano di Dio sopra Israele, un segno che lo contraddistingue in modo indelebile. E' l'amore che crea la sofferenza" ( F. Manns, La Chiesa madre di Gerusalemme). La sofferenza, la sete, il sale, l'amore di Dio. Si tratta di aver sete, di desiderare il desiderio di Cristo, mendicare come Lui alle porte d'ogni uomo, come l'ultimo, come San Francesco. "Idem velle atque idem nolle — volere la stessa cosa e rifiutare la stessa cosa, è quanto gli antichi hanno riconosciuto come autentico contenuto dell'amore: il diventare l'uno simile all'altro, che conduce alla comunanza del volere e del pensare. La storia d'amore tra Dio e l'uomo consiste appunto nel fatto che questa comunione di volontà cresce in comunione di pensiero e di sentimento e, così, il nostro volere e la volontà di Dio coincidono sempre di più: la volontà di Dio non è più per me una volontà estranea, che i comandamenti mi impongono dall'esterno, ma è la mia stessa volontà, in base all'esperienza che, di fatto, Dio è più intimo a me di quanto lo sia io stesso. Allora cresce l'abbandono in Dio e Dio diventa la nostra gioia" (Benedetto XVI, Deus caritas est). E' questo il sale con cui Gesù termina il suo discorso. Il pensiero di Cristo, la sua sapienza, i suoi sentimenti. Niente per rivalità, o per vanagloria, guardando i desideri degli altri, stimando ognuno superiore a sé. Il sale della sapienza della croce, il sale dell'amore crocifisso. E' questo il grembo della pace tra i fratelli, l'unità, la comunione che è il segno più concreto d Dio sulla terra. Un amore celeste, la vita celeste. Il sale, la croce attraverso la quale ogni giorno, il nome di Dio è santificato nei discepoli, nella Chiesa, in noi. Il Nome dolcissimo nel quale ogni uomo, con un semplice bicchiere d'acqua, vede schiudersi il Cielo.



Mercoledì della VII settimana del Tempo Ordinario




αποφθεγμα Apoftegma

Il cuore di Cristo è il cuore di un Dio che, per amore, si è «svuotato». 
Ognuno di noi che segue Gesù dovrebbe essere disposto a svuotare se stesso. 
Siamo chiamati a questo abbassamento: essere degli «svuotati». 
Essere uomini che non devono vivere centrati su se stessi 
perché il centro è Cristo e la sua Chiesa. 
E Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. 

Papa Francesco




CATECHESI SULLA CHIESA










L'ANNUNCIO

Dal Vangelo secondo Marco 9,38-40

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demòni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri».
Ma Gesù disse: «Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me.
Chi non è contro di noi è per noi
». 









OCCHI DI FEDE PER DISCERNERE LE OPERE DI VITA ETERNA COMPIUTE NEL NOME DI CRISTO

Gesù aveva appena preso un bambino e, postolo in mezzo ai discepoli, lo aveva abbracciato, per insegnare l'unico modo con cui si accoglie Lui e Colui che lo ha mandato. Ma niente, non c'era verso; i suoi discepoli continuavano a non capire. Erano con Lui da tempo, ma non lo avevano ancora accolto. Come Pietro, anche Giovanni pensava ancora secondo gli uomini che scartano i piccoli. Camminavano con Gesù, come noi, ma i loro criteri erano ancora mondani. Cercavano la propria identità come al tempo di Babele, quando gli uomini smisero di camminare e si stabilirono in una città. Basta precarietà, bisognava installarsi per difendersi, e così darsi un "nome". La città di Babele è immagine del principio di ogni corruzione, la stessa che segnava ancora il cuore di Giovanni e degli altri discepoli intenti a discutere su chi fosse il più grande, su chi avesse un "nome" più prestigioso da garantire il primo posto. Per questo il "nome di Gesù" appariva loro come la torre che gli uomini tentarono di costruire proprio per darsi un nome, che significa un'identità, un senso nel mondo. Gesù, che, secondo la mentalità orientale era presente nel suo "nome", era per loro il "brand" che distingueva il gruppo, nella perfetta mentalità del mondo. Del resto i discepoli, invece di pregare, discutevano e litigavano proprio per scalare la "società", come si fa in qualunque impresa, per poi competere con le altre. E così, proprio loro che si indignavano per "uno che scacciava i demoni nel nome di Gesù", non riuscivano a scacciarli. Quel "nome", pronunciato da loro, non aveva "potere" perché attraverso di esso cercavano la propria gloria; non era "dynamis" perché si erano installati ed erano entrati in competizione tra loro e con gli altri raggiunti dalla Grazia. Avevano rotto la comunione in nome della carne, e così avevano finito per sbarrare le porte della Chiesa, che dovrebbero restare aperte giorno e notte per accogliere tutti. E' ciò che accade a chi, come spesso anche noi, usa della Chiesa e della comunità per se stesso. Si può stare nella Chiesa con la mentalità del mondo, cercando di raggiungere i propri obbiettivi, schiavi dell'autoreferenzialità. Si può essere accanto a Cristo e ai fratelli ma seguire la volontà del demonio. L'uomo è stato creato per amare, per aprirsi all'altro e donarsi nella comunione; ci definisce l'appartenenza a Dio e ai fratelli, la comunione della Chiesa. Ma il demonio, principio di divisione, ha seminato nei cuori l'invidia e la superbia che spinge a "vedere" l'altro come un nemico. Esattamente come i discepoli hanno "visto" quello che scacciava i demoni in nome di Gesù. E così, proprio loro che non ci riuscivano, "impedivano" a chi "non era dei nostri" di lottare con il male e vincerlo in Cristo. 


Ecco il punto. Quell'uomo non seguiva loro! Per questo era da tagliare, escludere, disprezzare, scandalizzare, come dirà poi Gesù. I discepoli avevano fatto della comunità una cosa loro, mondana, nella quale vigevano le regole e gli usi di ogni gruppo umano, trasformandola in un luogo di schiavitù. Come accade spesso alle nostre comunità e alle nostre famiglie, nei rapporti tra moglie e marito, tra genitori e figli, tra fidanzati e amici, al punto da assomigliare al board di una società: bisogna produrre i risultati prefissati, raggiungere determinati target, incrementare sempre i guadagni; solo così ci sono i dividendi e la comunità è salva, visto che ha ragione di esistere solo in funzione di questi risultati. Essere "dei nostri" significa essere ammessi nel proprio cerchio magico, tutto carne e passioni. Implica seguirsi a vicenda, e per questo litigare e giudicarsi, invidiarsi ed essere gelosi. Perché chi segue un uomo va dietro ai suoi limiti, e che fallimento diventa allora la vita. Che stoltezza quando un prete vuole farsi seguire e lega a sé le persone, rubandole a Cristo di cui dovrebbe essere l'amico che gioisce nel diminuire perché chi possiede la sposa è lo Sposo. O quando un padre e una madre spingono i figli ad essere come loro, a ricalcarne le orme frustrando le loro personalità e disprezzando le debolezze; non si accorgono che li scandalizzano allontanandoli da Cristo, che li ama e li ha scelti peccatori e liberi, unici e irripetibili. O un fidanzato quando cerca di assorbire la fidanzata nel proprio tempo, nei gusti e nei desideri, obbligandola a servire le proprie concupiscenze, dando inizio così alla rovina certa del matrimonio. La corruzione non può che generare corruzione. E disprezzo per i piccoli; chi si illude di dover essere seguito, chi scrive leggi ispirate dagli slogan, chi partorisce ideologie non si accorgerà dei piccoli che muovono i primi passi. Sarà geloso del proprio posto e guarderà tutti come a dei potenziali usurpatori. Per questo Gesù aveva preso un bambino e lo aveva abbracciato: per mostrare profeticamente che cosa è la Chiesa. Essa è una comunità abbracciata da Cristo, dove ciascuno è amato così come è, nella sua piccolezza, nelle sue miserie. Nella Chiesa è preservata la libertà di ciascuno, anche di sbagliare, perché tutti seguono Cristo che sale alla Croce, per entrare con Lui nel Cielo, in un'appartenenza nuova che trascende la carne. Nella Chiesa non si è "dei nostri", ma tutti sono suoi, riscattati dal sangue di Cristo. Non c'è omologazione ma comunione nella diversità. Per questo Giovanni, pur con le sue turbolenze di "figlio del tuono", con la sua irruenza, dà voce a una questione sempre viva nella Chiesa: che fare con la debolezza che ci scandalizza e, soprattutto, con la diversità che impaurisce, le irruzioni impreviste dello Spirito? Giovanni è immagine del carisma, dei tuoni dello Spirito che irrompono e fanno tremare l'istituzione quando essa si è troppo installata e mondanizzata. E' vero che anche lui "ha vietato" l'operare di quell'uomo, ma è soprattutto vero che lui e non altri sottopone la questione a Gesù; non è una semplice affermazione la sua, è quasi un lasciare in sospeso la cosa, nell'attesa di un chiarimento. Giovanni quasi si identifica con quell'uomo che non è con loro, sembra che qualcosa lo incalzi dentro, ed è come se chiedesse a Gesù: "Maestro" - e così gli riconosce l'autorità per insegnare - "glielo abbiamo vietato", ma è giusto o no? In fondo non sta con noi, è un irregolare. Forse è un bambino che sta balbettando la sua fede, ma ha creduto, e nel Tuo nome ha vinto il male. Nella sua vita si vedono opere di vita eterna... Proprio in virtù di questo segno Gesù risponde a Giovanni e ai discepoli, alla Chiesa di ogni generazione e a ciascuno di noi: "Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi". Si mette con loro, al centro della comunità, con autorità. E ci detta la linea, il criterio per discernere, la luce per camminare. Quell'uomo è immagine dei figli che non seguono le nostre regole, come di chiunque cammina al nostro lato senza seguire le nostre idee, come dei piccoli che hanno cominciato a credere in Gesù, come dei carismi che visitano e fanno tremare la Chiesa. C'è un criterio per discernere: il "nome" di Gesù ha potere in lui? Perché se i fatti testimoniano dell'opera soprannaturale di Dio, allora è di Cristo, "non potrà rinnegarlo". La Chiesa non segue un ideale o una moda; non difende la maglia di una squadra; non si identifica in un inno nazionale e una bandiera; non si irrigidisce in schemi atrofizzati e immutabili; non schiaccia i piccoli obbligandoli a diventare come esigono i modelli umani. La Chiesa è il tempio della libertà, dove ciascuno segue Cristo che ha infranto ogni schema, ha accettato d'essere cacciato e crocifisso fuori di Gerusalemme, come un bestemmiatore eretico da estirpare dal Popolo. Dio, capite?, Dio è quell'uomo fuori del gruppo dei discepoli, è Gesù vivo nel suo "nome" che scaccia i demoni. L'invidia dunque e la gelosia possono "vietare" a Cristo di operare miracoli, come accadde a Nazaret a causa dell'incredulità dei suoi compatrioti. Non è cambiato nulla nella tua famiglia? Forse stai vietando a Cristo di scacciare il demonio, magari giudicando e frustrando tuo figlio, o disprezzando tua moglie o tuo marito. Non è difficile se ci muove la carne... Dio, infatti, per operare lo straordinario appare sempre dove meno ce lo aspettiamo, nell'ordinario più insignificante e nei piccoli, a Betlemme come nella vita di tuo figlio, a Nazaret come nel carattere di tuo marito, sulla Croce, fuori da ogni criterio buonista e religioso. Dio si è fatto il più piccolo, l'ultimo tra gli ultimi, perché nessuno fosse escluso. Se si esclude il piccolo, l'insignificante, chi sfugge ai nostri criteri, si esclude Cristo, e quindi il Padre, e quindi non c'è più posto neanche per noi. Se si "impedisce" ai carismi di operare miracoli "nel nome di Gesù" si stringe un cappio al collo della Chiesa in una superbia suicida che lascia fuori i più deboli, quelli per i quali Dio suscita proprio i carismi. Allo stesso modo se i carismi si chiudono in se stessi rimirandosi allo specchio e autocelebrandosi sfregiano il dono ricevuto per il mondo e tradiscono il "nome di Gesù". Per questo, nelle parole successive, il Signore metterà in guardia i discepoli dallo scandalizzare i piccoli che credono in Lui. E' meglio "tagliare" qualcosa di se stessi, circoncidere la propria carne, che ferire la comunione; "chi non è contro Cristo e la sua Chiesa è per noi", è a nostro favore, ci aiuta a uscire da noi stessi, a convertirci, ad amare Cristo e "scacciare il demonio, l'unico autentico avversario. 


QUI IL DISCORSO DI PAPA FRANCESCO ALLA CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA CIRCA IL RINNOVAMENTO DEL CLERO